26 Febbraio 2019

LE PARABOLE DI GESU’. FEBBRAIO 2019

Filed under: LEZIONI DI RELIGIONE — giacomo.campanile @ 11:21

LE PARABOLE DI GESU’. FEBBRAIO 2019

Il figlio prodigo vangelo di Luca 15 voce chitarra_____

Il Regno dei Cieli (in greco: ἡ βασιλεία τῶν οὐρανῶν, he basileia tōn ouranōn) oppure il Regno di Dio (in greco: ἡ βασιλεία τοῦ Θεοῦ, he basileia tou Theou) è un concetto chiave del Cristianesimo basato su una espressione attribuita a Gesù e riportata nei Vangeli.

A volte è indicato anche come Regno di Cristo o, più semplicemente, Il Regno o Regno.

La parola regno ricorre nel Nuovo Testamento più di 100 volte ed è utilizzata soprattutto dai Vangeli sinottici. L’evangelista Matteo nel suo vangelo preferisce il termine basileia tōn ouranōn, che è stato comunemente tradotto come regno dei cieli, mentre Luca e Marco nei loro vangeli preferiscono l’espressione Basileia tou Theou, che viene comunemente tradotto in italiano come regno di Dio.

Soprattutto all’inizio della sua predicazione Gesù sottolinea l’imminenza di questo regno dei cieli (o di Dio). All’inizio del Vangelo di Marco Gesù dice:

« Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo » (Marco 1,15)

All’inizio del Vangelo di Matteo Giovanni il Battista dice:

« Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino! » (Matteo 3,2)

Sempre nel Vangelo di Matteo Gesù stesso dice:

« Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino! » (Matteo 4,17)

Le parabole del regno

In molte parabole Gesù cerca di illustrare le caratteristiche di questo regno. Ecco un elenco di parabole di Matteo in cui si illustra il regno dei cieli:

• Parabola del seminatore – il regno è paragonato al seminatore che sparge il grano e questo fruttifica dove più e dove meno – 13,1-9;

• Parabola del granello di senape – il regno è paragonato ad un piccolo seme che diventa una pianta grande – 13,31-32;

• La parabola del lievito – il regno è paragonato al lievito che fermenta tutta la pasta – 13,33-35;

• Parabola del tesoro nascosto – il regno è paragonato ad un tesoro nascosto in un campo; chi lo trova compra il campo per diventarne legittimo proprietario – 13,44;

• Parabola della perla preziosa – il regno è paragonato ad una perla preziosa; il mercante che la trova vende tutti i suoi averi per poterla comperare – 13,45-46;

• Parabola della rete – il regno è paragonata ad una rete che raccoglie pesci buoni e pesci cattivi; una volta a terra i pescatori dividono gli uni dagli altri – 13,47-50;

• Parabola del servo senza pietà – il regno è paragonato ad un padrone che fa i conti con i suoi servi e condona volentieri i debiti a chi è pronto lui stesso al condono – 18,23-25;

• Parabola dei lavoratori della vigna – il regno è paragonato ad un padrone che assolda a tutte le ore dei lavoratori per la sua vigna – 20,1-16;

• Parabola del banchetto di nozze – il regno è paragonato ad un re che organizza un banchetto per il suo figlio che si sposa ed invita tutti al banchetto stesso – 22,1-14;

• Parabola delle dieci vergini – il regno è paragonato a dieci vergini di cui cinque prudenti e cinque stolte – 25,1-13.

Queste parabole vengono chiamate allora Parabole del regno.

Significato

Con questa espressione Gesù si riferiva al regno o alla sovranità di Dio su tutte le cose. Questo concetto era in contrapposizione a quello di regno dei poteri terreni, specialmente l’Impero romano, che aveva occupato le città di Nazaret e Cafarnao, dove Gesù viveva, ma anche la città più importante della Giudea, Gerusalemme.Nella tradizione cristiana il Regno dei Cieli (o di Dio) è stato accostato al concetto di Paradiso.

Il Regno è vicino

Nel rivolgersi a Ponzio Pilato, Gesù affermerà:

«Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui». Allora Pilato gli disse: «Ma dunque, sei tu re?» Gesù rispose: «Tu lo dici; sono re; io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce». » (Gv 18,36-37 [1]

Il Regno è presente

In alcune occasioni, Gesù parlerà del Regno anche come di una realtà presente:

« «curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio». » (Lc 10,9 [6])

« «Ma se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio». » (Mt 12,28 [7])

« Interrogato dai farisei: «Quando verrà il regno di Dio?», rispose: 21 «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!». » (Lc 17,20 [8])

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22 Febbraio 2019

Simboli paleocristiani. Lezione febbraio 2019

Filed under: Senza Categoria — giacomo.campanile @ 12:12

Simboli paleocristiani.

20 Febbraio 2019

L’uomo è per sua natura buono o cattivo? Lezione febbraio 2019

Filed under: LEZIONI DI RELIGIONE — giacomo.campanile @ 11:47

L’uomo è per sua natura buono o cattivo?

Dunque l’uomo — l’umanità — è per sua natura buono o cattivo?
E, se è buono, che cosa lo rende cattivo?
Oppure, se è malvagio, che cosa lo può redimere?
Forse la cultura, cioè l’educazione?
O la bellezza (per esempio l’arte, per esempio la musica)?
Oppure la legge (quella dell’uomo, ma anche quella di Dio)?

Vedi Pelagio  e Jean-Jacques Rousseau

17 Febbraio 2019

La Lingua latina ecclesiastica

Filed under: LEZIONI DI RELIGIONE — giacomo.campanile @ 08:27

La Lingua latina ecclesiastica

11 Febbraio 2019

PROVE DELL’ESISTENZA DI DIO.

Filed under: LEZIONI DI RELIGIONE — giacomo.campanile @ 22:42

PROVE DELL’ESISTENZA DI DIO.

Diego Fusaro, nel suo libro “Glebalizzazione. La lotta di classe ai tempi del populismo”

Filed under: LEZIONI DI RELIGIONE — giacomo.campanile @ 22:32

“Glebalizzazione” il filosofo Diego Fusaro denuncia l’attuale ordine capitalista economico-finanziario, indicando anche le vie dell’emancipazione alla plebe precarizzata, alienata e reificata a vita

Diego Fusaro, nel suo libro “Glebalizzazione. La lotta di classe ai tempi del populismo” cita una frase di M.Heidegger, tratta da “In cammino verso il linguaggio“, che sarà il punto di partenza della sua analisi sulla globalizzazione.

La lotta per il dominio della terra è ora entrata nella sua fase decisiva. La sfida al completo dominio della terra è legata oramai alla possibilità di impadronirsi di un’ultima posizione di controllo totale al di fuori di essa. La lotta per tale posizione si identifica con la generale riduzione di tutti i rapporti fra le cose a quel “senza distanza” che è l’oggetto proprio del calcolo. Ciò significa l’instaurare lo squallore del deserto al posto dell’esser l’uno di fronte all’altro delle quattro regioni del mondo, significa il rifiuto della prossimità.”

La globalizzazione non corrisponde affatto a una pacifica estensione dei diritti, a un’unica diffusione del benessere su scala cosmopolitica, tutto il contrario!

La globalizzazione – come mostra Heidegger – è una lotta senza quartiere condotta in vista dell’imperialismo planetario da parte del mercato, di quel mercato capitalistico che ha nel suo stesso fondamento l’essenza che lo porta a occupare ogni spazio esistente, ogni spazio materiale e immateriale e a saturare il pianeta e la coscienza.

La globalizzazione potrebbe essere anche definita come una forma di inglobalizzazione: mira a inglobare il mondo intero e la coscienza e il nuovo imperialismo che, a differenza di quelli tradizionali che escludevano, include i vecchi imperialismi.

Nello squallore della fine della distanza e della prossimità, nella globalizzazione perdiamo il rapporto di prossimità con le cose che ci sono familiari: luoghi, persone, spazi.

Nella globalizzazione lo squallore del mondo di quando diventa mercato e nella figura del calcolo non sopravvivono più valori culture tradizioni civiltà e tutto diventa duro valore di scambio, nuda forma della circolazione della merce.

Ecco perché il suo libro, a partire da Heidegger, è un tentativo di ripensare altrimenti la globalizzazione decostruendo i moduli del pensiero unico, politicamente corretto ed eticamente corrotto, che sempre giustifica la globalizzazione, non fosse altro che per il fatto che la globalizzazione è il dominio della classe dominante che trova nello spazio cosmopolitico il proprio locus naturalis per esprimere il proprio conflitto di classe.

Ecco perché in “Glebalizzazione” Fusaro prospetta il tentativo di guardare alla globalizzazione dal punto di vista degli sconfitti, dal punto di vista del servo e non del signore.

La reductio ad unum è l’essenza della globalizzazione capitalistica che non accetta differenze e non accetta l’altro, vuole vedere ovunque il medesimo, cioè merci che circolano onnidirezionalmente e persone che a loro volta circolano alla stregua di merci.

Il fondamento ultimo della globalizzazione è la libera circolazione delle merci e delle persone, in cui le merci non per caso vengono prima delle persone.

Il mondo è ridotto a un unico bazar senza confini, a un unico mercato dove non vi sono più confini e tutto è incluso nell’unico modello dominante capitalistico. Per questo non vi è spazio per le differenze.

Il capitale mondialista ha dichiarato guerra a ogni figura dell’alterità perché vuole vedere ribadito se stesso, sia il mondo mercificato dove non vi siano madri e padri cittadini e cittadine esseri umani portatori di una cultura, di una tradizione, di uno spessore critico. Debbono invece esservi solo merci e consumatori individui ridotti al rango di quello che Fusaro nel libro chiama “homo vacuus et cosmopoliticus“: l’uomo svuotato di ogni spessore critico, di ogni valore, di ogni peso culturale identitario e quindi disposto ad assumere tutti quelli che la civiltà della pubblicità e del nichilismo delle merci vorrà imporgli.

Chi ancora possiede una propria identità è considerato come un pericolo per le identità altrui, di ogni tipo di identità: che sia l’identità sessuale, quella di classe, quella culturale, quella nazionale e così via.

L’identità è nemica del capitale perché il capitale vuole dissolvere ogni identità di modo che ne sopravviva una: quella del consumatore sradicato, deterritorializzato, apolide.

Ciascun popolo, ciascun individuo, rinunziando alla propria identità non può dialogare con le altre non avendo più una propria identità e si produce un vuoto, un mondo svuotato su cui circolano in maniera uniforme le merci capitalistiche e il falso teorema del multiculturalismo che in realtà cela il trionfo del monocromatismo assoluto, del mercato capitalistico.

La globalizzazione, se si guarda dal punto di vista dei dominanti, è il paradiso della delocalizzazione, l’Eldorado della deportazione di massa di individui da sfruttare senza pietà: si ha la possibilità di produrre a costi più bassi.

Se però la si guarda dal punto di vista dei nuovi miserabili della globalizzazione infelice, allora non si ha la globalizzazione, bensì la “glebalizzazione”. Un processo che sta producendo un abbassamento generale delle condizioni di lavoro e di esistenza di tutti i popoli del pianeta grazie al dogma della competitività in forza della quale si crea un neocannibalismo planetario in virtù del quale i più deboli vengono massacrati liberamente dai più forti.

La chiamano privatizzazione, libera concorrenza, in realtà è il massacro incondizionato dei più deboli ad opera dei più forti, ciò che determina un abbassamento delle condizioni di lavoro e di esistenza per tutti.

Diego Fusaro, che di recente ha pubblicato il saggio “Glebalizzazione. La lotta di classe al tempo del populismo” (ed. Rizzoli), racconta in esclusiva a Byoblu quello che secondo lui è uno degli aspetti più tragici della caduta del Muro di Berlino: il passaggio dal pensiero dominante al pensiero unico politicamente corretto, ma eticamente corrotto. Il nuovo ordine mondiale avrebbe lì imparato a inoculare nelle masse un paradigma mentale concepito a propria immagine e somiglianza. Quella che ci hanno insegnato a chiamare “mondializzazione” – secondo Fusaro – sarebbe, in realtà, una rimozione dei diritti su scala planetaria, la produzione seriale di nuovi servi sfruttati, sottopagati e precarizzati che confonderebbero l’uguaglianza con l’omologazione.

“Dopo il 1989 dovrebbe essere evidente che capitalismo non fa rima con democrazia, uguaglianza e libertà. Capitalismo fa rima semmai con disuguaglianza ogni giorno crescente, con asimmetria ogni giorno più marcata, nell’ordine di una società interamente reificata sotto il segno della forma merce.

Questo va detto contro i cantori fukuyamisti dell’”hand of hystory” capitalistica, va ribadito contro gli aedi zarathustriani dell’eterno ritorno del libero mercato con annesse chance per l’intera società. Il mondo passato, interamente sotto la forma merce – Berlino 1989 – non è affatto più libero, democratico ed eguale. Al contrario, esso si pone sotto i gelidi raggi di una ragione strumentale – per dirla con Adorno e Horkheimer – che rende ogni giorno più disumanizzanti i rapporti umani e ogni giorno più barbara una produzione che diventa più razionale – ma parliamo di una razionalità strumentale e tecnica, legata al pensiero calcolante, che del pensiero pensante è il pervertimento.

Sotto questo profilo, il capitalismo continua a promuovere, con i padroni del discorso, quella che esso chiama uguaglianza e che in realtà meglio andrebbe definita come omologazione. Più precisamente, il capitalismo genera un’omologazione planetaria, un livellamento cosmopolitico, giacché include tutti i popoli del pianeta nell’unico modello consentito: quello del consumo, dell’alienazione, del classismo, dell’imperialismo americano-centrico e della reificazione su scala planetaria, un modello che insieme appella con la nobilitante etichetta d’uguaglianza: quella che in realtà è sic et simpliciter omologazione.

Di più, il capitalismo, nell’atto stesso in cui omologa tutti i popoli del pianeta sotto il segno della forma merce e delle alienazioni che la contraddistinguono coessenzialmente, genera una forma di disuguaglianza ogni giorno crescente. In sostanza, il capitalismo omologa e rende diseguale, chiama uguaglianza l’omologazione nell’atto stesso con cui, omologando, produce disuguaglianze ogni giorno crescenti tra gli uomini e ciò in ragione del fatto che il capitalismo – Marx docet – si fonda (non per accidens, ma per sua essenza) sulla disuguaglianza, sul classismo, sullo sfruttamento del lavoro umano e quindi su un’asimmetria che è non accidentale e riformabile, ma è consustanziabile alla logica stessa del capitalismo. Il capitalismo produce, per dirla con Marcuse, “l’unidimensionalità planetaria“,  per dirla con Heidegger “l’einheitlichkeit“: l’uniformazione globale che include e neutralizza il tempo stesso, procede includendo tutti i popoli del pianeta nel modello unico globalista, neutralizzando – devitazzandole e disattivandole – le differenze e le specificità culturali, e chiamando uguaglianza l’omologazione.

La sola forma d’uguaglianza che il capitalismo conosca è la cattiva uguaglianza dell’omologazione, dell’indifferenziazione dell’essere tutti il medesimo e quindi della distruzione di tutte le differenze e le specificità culturali che vengono giudicate come incompatibili e non organiche rispetto al capitalismo stesso e quindi degne di essere abbattute in nome del modello unico. L’unica soggettività consentita nel mondo unico della reificazione planetaria è quella del consumatore sradicato e post identitario, uguale da Tokyo a Berlino, da Nuova York a Roma. Chiamano questa omologazione planetaria “uguaglianza” quando in realtà è indifferenziazione e dissoluzione delle diversità.

Il capitale è eterofobo, non accetta l’eteros, l’altro, il diverso. Il capitale vuole vedere ovunque il medesimo. Il capitalismo nella sua fase absoluta, cioè pienamente realizzata perché sciolta da vincoli che lo contengano e lo frenino, è per ciò stesso un capitalismo speculativo; è uno speculum che vede ovunque rispecchiato se stesso. Il capitalismo pienamente realizzato è speculativo perché vede ovunque rispecchiata la forma merce nel reale e nell’immaginario, nell’immateriale e nel materiale. Il capitalismo, dunque, produce un’omologazione planetaria perché egualizza il mondo intero nella diseguaglianza capitalistica, produce individualità seriali svuotate di coscienza – l’homo vacuus et cosmopoliticus – che di fatto fungano da meri supporti ideali per la libera circolazione delle merci che diventano, una volta di più, i veri soggetti del mondo capitalistico della produzione.

Non chiamatela uguaglianza. È semplicemente omologazione fondata sulla disuguaglianza ogni giorno crescente.”

Miracoli di Gesù. LEZIONE FEBBRAIO 2019

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BUDDISMO. LEZIONE FEBBRAIO 2019

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BUDDISMO.

5 Febbraio 2019

I 7 sacramenti. Teologia e prassi. Lezione febbraio 2019

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I 7 sacramenti. Teologia e prassi.

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31 Gennaio 2019

INDUISMO. Lezione febbraio 2019

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INDUISMO

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