11 Luglio 2012

Pasolini e la fede. Lezione marzo 2020

Filed under: CINEMA,LETTERATURA,LEZIONI DI RELIGIONE,POESIA — giacomo.campanile @ 06:39

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Pasolini, Pier Paolo. – Scrittore, poeta, autore e regista cinematografico e teatrale italiano (Bologna 1922 – Ostia, Roma, 1975). Dopo aver seguito nell’infanzia gli spostamenti del padre, ufficiale di carriera, compì gli studî a Bologna, dove si laureò nel 1945 con una tesi su Pascoli. Nel 1943 si trasferì nel paese materno di Casarsa della Delizia, in Friuli, con la madre e il fratello minore Guido, morto poi nella lotta di resistenza (il padre, fatto prigioniero in Africa, sarebbe tornato alla fine del 1945), e vi rimase fino al genn. 1950, quando, per sfuggire allo scandalo provocato dalla pubblica denuncia della sua omosessualità, si stabilì con la madre a Roma. Da questo momento la sua vicenda biografica coincide appieno con la tumultuosa attività dello scrittore, del regista e dell’intellettuale impegnato a testimoniare e a difendere, spesso anche in sede giudiziaria, la propria radicale diversità, fino alla morte per assassinio, avvenuta la notte tra il 1° e il 2 nov. 1975 all’idroscalo di Ostia.

Fin dagli esordî in friulano, che comprendono Poesie a Casarsa (1942) e La meglio gioventù (1954; poi ripreso con intenti diversi e notevole incremento di testi: La nuova gioventù, 1975), ben oltre la nozione ermetica di poesia pura, il giovane P. puntava alla scoperta di una lingua intatta, che fosse quasi un equivalente letterario del suo religioso desiderio di purezza (fonderà così nel 1945 l’Academiuta di lenga furlana). Il suo interesse per la poesia dialettale trovò espressione in due importanti antologie: Poesia dialettale del Novecento (in collab. con M. Dell’Arco, 1952) e Canzoniere italiano. Antologia della poesia popolare (1955; poi, in versione ridotta: La poesia popolare italiana, 1960); mentre il suo talento di critico letterario, affascinato più dai modelli della critica stilistica (Auerbach, Spitzer, Contini) che dal sociologismo marxista d’ispirazione gramsciana, si esplicò in una serie di interventi sulla letteratura contemporanea, e soprattutto sulla poesia, che sarebbero confluiti in Passione e ideologia (1960). Gli anni Cinquanta furono gli anni della sua completa affermazione letteraria. La sua prima notevole raccolta di poesie in lingua, Le ceneri di Gramsci (1957), sembra chiudere definitivamente una stagione della poesia italiana. L’ansia profetica dell’Usignolo della chiesa cattolica (pubbl. nel 1958, ma composto prima del trasferimento a Roma) si sarebbe riproposta, dopo la parentesi decisiva delle Ceneri, nei termini mutati di un’ininterrotta controversia (La religione del mio tempo, 1961; Poesia in forma di rosa, 1964; Trasumanar e organizzar, 1971). P. fondava, intanto, insieme a F. Leonetti e R. Roversi, Officina, la rivista della polemica antinovecentesca; era anche diventato condirettore di Nuovi argomenti, rivista fondata nel 1953 da A. Moravia e A. Carocci. E aveva dovuto affrontare difficoltà molto più gravi dopo la pubblicazione dei suoi due romanzi d’ambientazione romana: Ragazzi di vita (1955), per il quale dovette subire un processo per oscenità, e Una vita violenta (1959), che era stato accolto freddamente tanto dalla critica marxista quanto dai giovani critici della neoavanguardia.

Nel cinema P. operò a partire dal 1954, come sceneggiatore (con M. Soldati, La donna del fiume; con F. Fellini, Le notti di Cabiria; con M. Bolognini, Marisa la civetta, Giovani mariti, La notte brava, Il bell’Antonio, La giornata balorda; e, fra i tanti, con B. Bertolucci, La commare secca, autore anche del soggetto). P. dapprima trasferì i frutti della sua ricerca narrativa (Accattone, 1961; Mamma Roma, 1962; La ricotta, episodio del film collettivo Ro.Go.Pa.G., 1963, condannato per vilipendio alla religione di stato), reinventando un linguaggio cinematografico autonomo di alta qualità figurativa (P. era stato allievo di R. Longhi a Bologna). Il linguaggio di P. approdò a risultati più compiuti ne Il Vangelo secondo Matteo (1964), in cui l’armonica fusione del cinema con la letteratura, la pittura e la musica diede l’avvio a quel “cinema di poesia” di cui P. doveva essere in Italia uno dei più convincenti teorici (Il cinema di poesia, 1965; Osservazioni sul piano sequenza, 1967; Empirismo eretico, 1972). Su questa linea, i film che seguirono, soprattutto Edipo re (1967), Teorema (1968) e Medea (1969), accesi da un realismo visionario che, nonostante scarti e manifeste libertà, sorregge poi anche gl’impegni drammatici e linguistici dei film della “trilogia della vita” (o, come altri l’hanno definita, “dell’Eros”), partiti alla riscoperta del sesso attraverso una rilettura delle fonti della grande favolistica mondiale: Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972), Il fiore delle Mille e una Notte (1974). L’ultimo film, uscito postumo, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1976), luttuosa metafora del potere e interpretazione in chiave provocatoria del libro omonimo di Sade. Non vanno dimenticati Che cosa sono le nuvole? (dal film collettivo Capriccio all’italiana, 1968) e Porcile (1969). Rimane un grande esempio del cinema d’inchiesta Comizi d’amore (1965), indagine sulla sessualità nell’Italia dei primi anni Sessanta, condotta da P. insieme a Moravia e Musatti. Esemplare parabola della storia d’Italia, dalla predicazione francescana ai funerali di Togliatti, è Uccellacci e uccellini (1966), ultima “legenda aurea” della civiltà italiana.

Gesù è tentato dal diavolo. Pasolini . Offerta musicale di J:S:Bach

Comunista, ateo, anarchico. Eppure religiosissimo.

Una contraddizione apparente, in uno dei più complessi e trasgressivi intellettuali italiani: Pier Paolo Pasolini

In primo piano le origini di Pasolini: la religiosità popolare che incontra il comunismo, il fascino esercitato dalla figura di Gesù di Nazareth che lo porta, nel 1963, a un lungo viaggio in Palestina e, poi, al film “Il Vangelo secondo Matteo”. Un interesse lo porta ad affrontare le tematiche religiose anche in altri film e a progettarne uno, rimasto solo sulla carta, dedicato a san Paolo.

I giudizi su di lui sono contrastanti: da una parte papa Giovanni XXIII “benedice ”il Vangelo secondo Matteo, dall’’altra Pasolini viene processato, e assolto, per vilipendio alla religione dopo il cortometraggio “La ricotta”. Ma a chi lo accusa di offendere la fede, Pasolini risponde che il vero nemico della religione è un altro: il consumismo.

Anche se si rende conto che questa è una battaglia persa. Un pensiero che si accompagna a un presentimento: quello di essere una vittima predestinata. Quando, nel 1975, viene ucciso ‘’è chi pensa che la sua morte sia solo l’’inevitabile conclusione di una vita “sbagliata”. Ma, per altri, è l’’omicidio premeditato di un intellettuale diventato troppo scomodo.

La fede, pertanto, fu qualcosa di molto presente nella vita di Pasolini. Che l’artista di origine friulana rivolgesse una particolare attenzione ai valori antichi radicati nella civiltà contadina, nonché al sacro, è un dato indiscutibile. La sua copiosa opera artistica, d’altronde, rispecchia un costante impegno di denuncia nei confronti di una società risucchiata nell’abisso dell’assenza di Dio.

Di questi argomenti ne avrà senz’altro parlato con monsignor Luigi Angelicchio, il sacerdote che Pasolini scelse per confrontarsi durante le riprese del Vangelo Secondo Matteo. Il prelato – fondatore del Centro Cattolico Cinematografico, un ente voluto da Giovanni XXIII per discernere i film da proiettare nelle parrocchie in base ai contenuti morali – spiega come riuscì a convincere Pasolini ad aggiungere, a film girato, le scene dei miracoli di Gesù e della Resurrezione. “Feci notare al regista che aveva omesso i miracoli di Gesù, a cominciare dal più grande: la Resurrezione. E così lui tornò sul set per girare quelle scene”.

Pasolini optò proprio per il Vangelo di San Matteo, poiché egli riteneva che tra i sinottici fosse quello che maggiormente evidenziasse l’umanità di Gesù. Monsignor Angelicchio, anni fa, dichiarò in un’intervista: “Pasolini non era antireligioso. Al di là di quella malattia, non saprei come altro definirla… mi raccontava Rossellini che quando Pier Paolo vedeva un giovanotto, si alzava di botto per inseguirlo… al di là di quell’abitudine irresistibile, ecco, era profondamente cristiano”.

Seppur dichiaratamente ateo ed anticlericale, Pasolini non rinnegò mai il suo passato di adolescente credente in Dio e frequentatore assiduo di Chiesa, dalla quale si allontanò dopo aver maturato una critica verso quella che riteneva la sua fredda e burocratica veste istituzionale, antitetica alla fede più autentica. Soprattutto, il Pasolini ateo ed anticlericale riconosceva nel Cristianesimo (essenza di quel mondo contadino che egli decantava nostalgicamente) una forza liberante dall’avvilimento borghese.

L’impressione di mons. Angelicchio dovette essere la stessa che la pellicola Il Vangelo secondo Matteo suscitò anche in qualche insospettabile esponente della Curia romana. Nel 1994, la rivista 30Giorni pubblicò quella che potrebbe essere definita una vera e propria rivelazione. Si legge che proprio nei giorni culmine delle polemiche intorno al film di Pasolini, vi fu un carteggio tra don Giovanni Rossi, fondatore della Pro Civitate Christiana di Assisi, l’organismo che ospitò il regista per alcune conferenze, e il cardinale Giuseppe Siri, allora presidente della Conferenza Episcopale Italiana, considerato punta di diamante dell’ala intransigente in Vaticano.

Don Rossi scrisse al porporato per chiedergli se ci fossero “obiezioni” circa il fatto che un regista dichiaratamente ateo e anticlericale producesse un film sul Vangelo. “Mio caro don Giovanni – risposse il cardinale – la ringrazio… questa lettera illumina bene la vicenda della quale, anche a sproposito, si sono occupati i giornali”. “Per portare avanti la conquista della cultura di Dio – aggiunge mons. Siri rispondendo al quesito sull’esistenza di possibili ‘obiezioni’ sulla realizzazione del Vangelo pasoliniano – qualcosa bisogna pur rischiare… mi permetta di pregarla di ‘assistere molto’ , di far pregare molto perché non si può ammettere che la faccenda (cioè il film, ndr) riesca meno bene dal punto di vista del rispetto pieno a Nostro Signore… pregherò anch’io con tutto il cuore”. Lo stesso articolo pubblicato su 30Giorni rivela che anche Giovanni XXIII espresse il suo parere favorevole.

Sono le antiche radici cristiane del popolo contadino che trovano voce ed encomio nella sua opera artistica. Non i salotti dell’intellighenzia marxista né le università occupate da quelli che chiama “figli di papà”, bensì le campagne, per Pasolini, con le sue solide comunità umane, costituiscono gli ultimi avamposti di civiltà, sicuri rifugi dal crepuscolo moderno e reali antagonisti “dell’edonismo di massa”.

Va in chiesa ma non per pregare o partecipare ai riti, ma solo per raccogliersi religiosamente davanti alle bellezze artistiche.

C’è stato un momento nella storia della Chiesa in cui essa poteva rigenerarsi, quando Papa Giovanni ha portato una ventata di novità, ponendo le premesse di un dialogo (sollecitato anche dal nostro col suo film sul Vangelo di Matteo) tra laici e credenti, ma tutto si è vanificato con l’avvento del nuovo Potere consumistico, che ha segnato la fine della religione, soppiantata dalla ossessione per i beni superflui.

Paolo VI sarà consapevole di ciò, della fine della religione, ma non ha altro rimedio da consigliare che quello irrazionale della preghiera. Invece, secondo Pasolini, la Chiesa dovrebbe rinunciare al potere e diventare guida dell’opposizione a questo tipo di società disumana che è la società dei consumi superflui. Dovrebbe ritornare alle origini, al tempo della predicazione di Cristo e dei suoi discepoli. Dovrebbe rinunciare alla sua cultura assolutista e abbracciare la cultura libera e antiautoritaria, in continuo divenire, contraddittoria, collettiva e scandalosa. Dovrebbe rifiutare il Concordato tra Stato e Chiesa. Ma è chiaro che non farà nessuna di queste cose per non perdere soldi e potere. C’è chi, all’interno della Chiesa, cerca di porsi realmente questi problemi e dare analoghe soluzioni, come Dom Giovanni Franzoni, che viene sospeso dal Vaticano a divinis.

 

Quanto al tema della immaturità, La sequenza del fiore di carta (1967-9) è il breve episodio pasoliniano del film Amore e rabbia girato da più registi separatamente. Si ispira al racconto evangelico del fico maledetto e fatto di colpo seccare da Gesù perché non aveva frutti (v. Matteo 21,18-22). Il protagonista è un sottoproletario di nome Riccetto colto in una sua innocente passeggiata per le strade di Roma. Dio gli parla ma lui non vuole ascoltarlo. Dio parla lo stesso e gli dice che non può rimanere inconsapevole di fronte ai mali del mondo, alle guerre e alle ingiustizie. Allora, giacché Riccetto continua ad ignorarlo, lo fa morire proprio come Gesù ha fatto col fico.

La censura vaticana sui suoi e altrui film lo indigna enormemente, come una illecita intromissione della Chiesa nelle decisioni degli organi dello Stato. Ormai la religione egli la vede come un corpo morto istituzionale, un complesso di riti non sentiti interiormente e vissuti invece sul piano consumistico dai cittadini: il Natale come operazione-panettoni e la Pasqua come operazione-colombe. Ogni spirito autenticamente religioso, come il suo, non può che cercare fuori della Chiesa ufficiale la luce della giustizia e della vera umanità.

Quando nel ’63 viene denunciato per l’episodio La ricotta nel film RoGoPaG (dalle iniziali dei suoi registi: Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti), l”episodio viene sequestrato e incriminato per vilipendio della religione di Stato: Pasolini, inizialmente condannato a quattro mesi di reclusione con la condizionale, è assolto in appello, poi la Cassazione annulla la sentenza di appello, pur dichiarando il reato “estinto per amnistia”. Un altro capitolo assurdo nella storia della giustizia italiana e in quella personale dell’autore.

Dei guai li avrà anche per un altro film, Teorema, dove rappresenta un giovane dio che sconvolge l’esistenza di una famiglia borghese. Al di là delle scene erotiche del film, crediamo che la sessuofobia clericale, che ha origine in San Paolo, non ammette che un dio possa far l’amore…

San Paolo (progetto, tra il 1968 e il 1974, per un film non girato) traspone la vicenda della predicazione dell’Apostolo dei gentili nel XX secolo, a cominciare dalla Parigi degli anni 1938-44, durante l’occupazione nazista: Paolo è un collaborazionista appartenente alla ricca borghesia reazionaria, fanatico e ingenuamente crudele, con una punta di disperazione nell’animo, che lo porterà a convertirsi sulla strada di Barcellona, chiamato da Gesù; si farà cristiano e apostolo, laddove i cristiani equivalgono ai partigiani della Resistenza. Le parole del santo sono le stesse delle sue Lettere. L’attualizzazione della vicenda vuole significare che Paolo è a noi contemporaneo, sia come santo (e qui il giudizio di Pasolini è positivo, in quanto il nascente cristianesimo distrugge la società schiavista romana) sia come organizzatore di chiese (e qui il giudizio, invece, è negativo, perché la religione istituita è fatale che scenda a compromessi con il potere e diventi ipocrita). Dice Paolo:

“Il nostro è un movimento organizzato… Partito, Chiesa… chiamalo come vuoi. Si sono stabilite delle istituzioni anche fra noi, che contro le istituzioni abbiamo lottato e lottiamo. L’opposizione è un limbo. Ma in questo limbo già si prefigurano le norme che faranno della nostra opposizione una forza che prende il potere: e come tale sarà un bene di tutti. Dobbiamo difendere questo futuro bene di tutti, accettando, sì, anche di essere diplomatici, abili, ufficiali. Accettando di tacere su cose che si dovrebbero dire, di non fare cose che si dovrebbero fare, o di fare cose che non si dovrebbero fare. Non dire, accennare, alludere. Essere furbi. Essere ipocriti. Fingere di non vedere le vecchie abitudini che risorgono in noi e nei nostri seguaci – il vecchio ineliminabile uomo, meschino, mediocre, rassegnato al meno peggio, bisognoso di affermazioni, e di convenzioni rassicuranti. Perché noi non siamo una redenzione, ma una promessa di redenzione. Noi stiamo fondando una Chiesa.”

E’ stato Satana a imitare la voce di Dio e a mandare Paolo a fondare la Chiesa. Prova di ciò sono tutti i delitti che durante la storia ha commesso questa istituzione: papi criminali, compromessi col potere, soprusi, violenze, repressioni, ignoranza, dogmi, e da ultimo il delitto più grave, cioè l’accettazione passiva del potere consumistico irreligioso che non sa che farsene di religione e morale e riduce la Chiesa a folclore, rispettandola solo come alleato politico e potere finanziario. Il messaggio autenticamente religioso (di santità) di Paolo non viene accettato da nessuno, in fondo, e chi lo accetta o è un santo pure lui o è un ipocrita che lo accetta solo apparentemente; gli intellettuali, sia di destra che di sinistra, col loro razionalismo, non hanno capito niente di religione, ignorando che la vera sapienza viene da Dio, data in premio a chi vive concretamente d’amore. Il Paolo pasoliniano è destinato ad essere ucciso da un sicario nella New York neocapitalistica, che rappresenta la versione contemporanea dell’originario potere imperiale romano dell’epoca in cui visse il santo. Il potere non cambia mai essenza, è sempre spietato, qualunque nome esso si dia, e finisce sempre con l’uccidere in mille modi coloro che si oppongono ad esso.

Il rapporto tra Pasolini e il fatto cristiano è complesso: sembra apparire e svanire, ma non si perde mai, come un filo intessuto in profondità nella trama di tutta la sua storia.
Pasolini, da ragazzo, come egli stesso continuamente testimonia (e a dire il vero tutti riconoscono), è stato sicuramente cristiano e cattolico, con un’adesione lancinante, anche se, pensiamo, istintiva piuttosto che maturata nella consapevolezza, alla Chiesa e soprattutto alla figura di Cristo.
La mia religione era un profumo / […] Eppure Chiesa ero venuto a te. / Pascal e i Canti del Popolo Greco / tenevo stretti in mano, ardente, […] Tra i libri sparsi, pochi fiori / azzurrini, e l’erba, l’erba candida / tra le saggine, io davo a Cristo / tutta la mia ingenuità e il mio sangue” (“La religione del mio tempo” (1957-’59) in La religione del mio tempo, Garzanti 1961, pagg. 77-108).
Nonostante le innumerevoli esperienze successive del poeta e il suo esplicito rifiuto del cattolicesimo, Cristo rimarrà comunque e sempre per Pasolini il modello esistenziale e teorico di fondo, l’origine culturale indubbia di quel rifiuto della frattura tra ideologia e vita, di quel “gettare il proprio corpo nella lotta”.
Bisogna esporsi (questo insegna / il povero Cristo inchiodato?), / […] noi staremo offerti sulla croce, / alla gogna, tra le pupille / limpide di gioia feroce, […] miti, ridicoli, tremando / d’intelletto e passione nel gioco / del cuore arso dal suo fuoco, / per testimoniare lo scandalo” (“La crocifissione” (1948-’49) – ne L’usignolo della Chiesa cattolica, Longanesi & C, 1958).

Nella sua riflessione-imitazione del Cristo «esposto», proprio all’inizio del suo cammino, Pasolini aveva segnato – o si era lasciato segnare – un marchio indelebile nella carne: un modo d’essere, un metodo cioè, di tutto il proprio discorso-prassi.
In particolare il binomio scandalo-follia (dalla famosa frase di S. Paolo, 1a lettera ai Corinti, 1-23: “Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, follia per i Gentili”) è un’ espressione che ricorre nelle sue pagine, applicata alle proprie o altrui esperienze come criterio di misura della validità autentica di gesti, parole, fatti artistici (ciò che è vero si pone sempre come “scandalo e follia” rispetto al sistema sociopolitico, o al codice di linguaggio esistente).
Pasolini non ha sempre forse valutato appieno l’incidenza proprio teorica del fatto cristiano nella sua opera; d’altro canto sembra ad intermittenze ricordarlo. Pensiamo (oltre al “Vangelo secondo Matteo” e al densissimo periodo di riflessioni sulle Scritture, che lo precedette) al continuo riaffiorare del tema nei suoi testi, ed infine alle dichiarazioni degli ultimi anni fatte alla stampa o in televisione: in queste il poeta parla del Cristo come del “più alto archetipo di umanità mai esistito”, la contestazione, la “RESISTENZA” più radicale che si possa immaginare alla grigia orgia di cinismo, conformismo massificato, odio razzistico per ogni “diverso” che costituiscono la società attuale (sono parole sue, cfr. Il Giorno, 6 marzo 1963).

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