18 Giugno 2013

PLATONE E LA RELIGIONE. LEZIONE MARZO 2020

Filed under: FILOSOFIA,LEZIONI DI RELIGIONE — giacomo.campanile @ 09:27

Noccioline #18 – PLATONE spiegato FACILE #ScuolaZoo

Platone, figlio di Aristone del demo di Collito e di Perictione ( Atene, 428/427 a.C. – Atene, 348/347 a.C.), è stato un filosofo e scrittore greco antico. Assieme al suo maestro Socrate e al suo allievo Aristotele ha posto le basi del pensiero filosofico occidentale

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22 Luglio 2012

Pitagora e la religione. Lezione ottobre 2020

Filed under: FILOSOFIA,FILOSOFIA RELIGIONE,LEZIONI DI RELIGIONE — giacomo.campanile @ 12:31

Pitagora (in greco antico: Πυθαγόρας, Pythagóras; Samo, tra il 580 a.C. e il 570 a.C. – Metaponto, 495 a.C. circa) è stato un filosofo greco. Fu matematico, taumaturgo, astronomo, scienziato, politico e fondatore a Crotone di una delle più importanti scuole di pensiero dell’umanità, che prese da lui stesso il nome: la Scuola pitagorica.

Il suo pensiero ha avuto enorme importanza per lo sviluppo della scienza occidentale, perché ha intuito per primo l’efficacia della matematica per descrivere il mondo[1]. Le sue dottrine segnerebbero la nascita di una riflessione improntata all’amore per la conoscenza. La scuola a lui intitolata fu il crogiolo nel cui ambito si svilupparono molte conoscenze, in particolare quelle matematiche e le sue applicazioni come il noto teorema di Pitagora.

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I misteri orfici e la scuola pitagorica.  La dottrina dell'anima di Pitagora è ispirata alla religione misterica orfica (Orfismo)  Per approfondire. - ppt scaricare

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FILOSOFIA: I PITAGORICI E LA CONCEZIONE MATEMATICA DELLA NATURA

Il filo di Arianna. Rivista on line per la didattica nelle scuole superiori (ISSN 2036-8458) - I Pitagorici

24 Maggio 2012

Beato Gioacchino da Fiore Abate cistercense 30 marzo

Filed under: FILOSOFIA,FILOSOFIA RELIGIONE,LEZIONI DI RELIGIONE — giacomo.campanile @ 05:49

Gioacchino da Fiore - VIAGGIO ITALIANO

Celico, Cosenza, 1130 c. – Fiore, Cosenza, 30 marzo 1202

Il 30 marzo del 1202 muore nell’eremo calabrese di San Martino a Petrafitta Gioacchino da Fiore, monaco cistercense e poi fondatore dell’Ordine florense. Gioacchino nacque a Celico, in Calabria, attorno al 1130. A circa trent’anni, abbandonò la propria professione e si recò in Terra Santa, dove iniziò ad approfondire quell’amore per le Scritture che non l’avrebbe mai più abbandonato.

Ritornato in patria, dopo un periodo da eremita egli entrò dai cistercensi di Corazzo, di cui divenne abate nel 1177. Presto, però, Gioacchino si convinse dell’inadeguatezza del monachesimo tradizionale di fronte alla crisi che attraversavano allora il mondo civile e quello ecclesiale. Egli diede perciò vita, con alcuni compagni e con la protezione degli imperatori normanni di Sicilia, a un nuovo ordine, a partire dal monastero di San Giovanni in Fiore.

Osteggiato dai cistercensi, che si sentivano traditi dall’abate calabrese, ma difeso da papi e imperatori, Gioacchino morì nell’eremo dove aveva deciso di trascorrere i suoi ultimi giorni, dopo aver lasciato un tesoro inestimabile e particolarmente originale di commentari biblici. Testimone di una radicale povertà evangelica, predicatore di una chiesa umile e «serva del Signore» in mezzo alla violenza delle crociate, Gioacchino passò alla storia per la sua teologia dall’ampio respiro trinitario, e soprattutto per le sue profezie sull’imminente «epoca dello Spirito», che ispireranno molti movimenti di riforma religiosa nel XIII secolo.

Gioacchino da Fiore nacque a Célico (Cosenza) intorno al 1130, da un’umile famiglia d’agricoltori o, secondo altri, da un notaio. Dopo aver visitato la Palestina, si fece frate cistercense e in seguito fu nominato abate.

Tra i vari monasteri di cui fu ospite si ricorda l’abbazia di Casamari. In seguito ad una crisi spirituale, abbandonò l’ordine e dopo un periodo di eremitaggio fondò la congregazione florense, che prende titolo dal monastero di san Giovanni in Fiore, sulla Sila, dove ebbe sede, e che nel 1570 confluì nell’ordine dei cistercensi.

Gioacchino morì intorno al 1202, secondo alcuni a Pietralta o Petrafitta, secondo altri a Corazzo o S. Martino di Canale o S. Giovanni in Fiore. La sua morte avvenne quando san Francesco, nella malattia della prigionia a Perugia, concepiva i primi germi della conversione tutta basata sul principio di povertà.

A Gioacchino è attribuita la predizione degli ordini francescano e domenicano, nonché dei colori dei relativi abiti. Nell’ordine francescano si videro praticamente realizzate le aspettative di Gioacchino; e i francescani rigorosi (veri e propri gioachimiti) si dissero “spirituali” con tipico termine gioachimita dedotto dalla profezia relativa alla Terza Età, da lui detta “dello Spirito Santo”, un’Età di rigenerazione della Chiesa e della società, col ritorno alla primigenia povertà e umiltà.

Gioacchino da Fiore può essere definito monaco, abate, teologo, esegeta, apologeta, pensatore, riformatore, mistico, filosofo, veggente, asceta, profeta.

Da un lato scriveva e predicava, dall’altro si macerava in incredibili penitenze. Nel 1215 il Concilio Lateranense IV condannò una sua opinione relativa al teologo Pietro Lombardo, ma salvaguardò la persona di Gioacchino, perché egli aveva ribadito più volte la sua adesione alla dottrina cattolica e aveva chiesto d’essere corretto dai suoi confratelli o dalla Chiesa stessa, ordinando che tutti i suoi scritti venissero sottoposti al vaglio della S. Sede e dichiarando di ritenere validi solo quelli che la Chiesa stessa avrebbe approvato.

Fra le sue opere è molto importante il Liber figurarum, in cui egli spiega la dottrina cattolica per mezzo di figure simboliche (due delle quali — quella del drago a sette teste e quella dei tre cerchi trinitari — sono presentate in questo sito, accanto alla miniatura di Gioacchino con l’aureola di santo presente nel manoscritto Chigi A.VIII.231 della biblioteca vaticana). Tale Liber è notevole anche dal punto di vista artistico: lo stesso Gioacchino, infatti, fu ritenuto bravo pittore, tanto che sono attribuite a lui l’ideazione e la realizzazione dei mosaici della basilica veneziana di S. Marco.

Subito dopo la sua morte, la vox populi lo proclamò santo e i seguaci inviarono alla S. Sede la documentazione dei numerosi miracoli, ora ripubblicati da Antonio Maria Adorisio. Ciò al fine d’avviare il processo di canonizzazione.
Se da una parte la memoria della santità di Gioacchino fu inquinata da errate interpretazioni della sua dottrina, dovute sia ad avversari sia a seguaci troppo zelanti, nonché dall’attribuzione a lui di false profezie ed opinioni teologiche, dall’altra il papa Onorio III con una bolla del 1220 lo dichiarò perfettamente cattolico e ordinò che questa sentenza fosse divulgata nelle chiese.

Il fervido culto popolare di Gioacchino da Fiore si diffuse presto a largo raggio. Dante Alighieri lo collocò fra i beati sapienti con queste parole: “E lucemi da lato / il calabrese abate Gioacchino / di spirito profetico dotato” (Par. XII). Inoltre Gioacchino è presentato col titolo di beato negli Acta Sanctorum compilati e pubblicati dai gesuiti bollandisti nel 1688, nonché in dizionari ed enciclopedie varie.

E nel rituale dei monaci florensi esisteva la messa in onore del beato Gioacchino che veniva celebrata il 30 marzo (giorno della sua morte), il 29 maggio e in altre occasioni, come pure esisteva un’antifona dei vespri in cui si esaltava il suo spirito profetico (frase poi tradotta da Dante nella Divina Commedia). Ciò ha fatto sì che — a quanto scrivono Emidio De Felice e Orietta Sala nei loro dizionari d’onomastica — si deve al suo carisma la diffusione in Italia del nome personale Gioacchino.
Le sue spoglie — di cui recentemente è stata fatta una ricognizione — si trovano nella cripta dell’abbazia di S. Giovanni in Fiore, comune che ha preso il nome proprio da tale abbazia. Nel 2001 l’arcivescovo di Cosenza-Bisignano mons. Giuseppe Agostino ha riaperto il processo di canonizzazione per portare presto Gioacchino da Fiore alla piena gloria degli altari e — si ritiene — anche al titolo di “dottore della Chiesa”.

Il gioachimismo cattolico ha avuto un impetuoso risveglio soprattutto col Concilio Vaticano II. Ha fatto leva su Giovanni XXIII e la sua invocazione di «una nuova Pentecoste». Ha contrapposto lo «spirito» del Concilio alla sua «lettera». Ha predicato una nuova Chiesa «spirituale» al posto di quella vecchia «carnale». Soprattutto le correnti progressiste della Chiesa hanno innalzato questo stendardo. Anche il mito della «Chiesa dei poveri» lanciato dal cardinale Giacomo Lercaro e dal suo teologo don Giuseppe Dossetti rimanda a Gioacchino da Fiore, ai fraticelli e a Celestino V, il papa mistico che, unico caso nella storia, rinunciò alle somme chiavi.

Il grande teologo gesuita e poi cardinale Henri De Lubac dedicò negli anni Settanta all´influsso del monaco calabrese due volumi di più di mille pagine, intitolati “La posterità spirituale di Gioacchino da Fiore”. Il primo è oggi esaurito. Ma il secondo, “Da Saint-Simon ai nostri giorni”, edito da Jaca Book, è ancora disponibile in libreria.

In esso, De Lubac dedica pagine acute all´impronta gioachimita sul pensiero hegeliano e marxista, ma anche su Lamennais, sul messianismo polacco di un Adam Mickiewicz, sui grandi autori russi. Il capitolo conclusivo, purtroppo incompiuto, ha per titolo “Neogioachimismi contemporanei”. De Lubac vi scrive:

«Il “cancro” denunciato dal Concilio provinciale di Arles nel 1262 era una semplice dottrina fantasiosa, una corrente marginale, episodio effimero nella storia cristiana, o al contrario un fenomeno di straordinaria portata, dal seguito incalcolabile? La risposta non appare dubbia. […] Il gioachimismo non è solo riconoscibile in contesti completamente secolarizzati. Esso ispira, come forza ancor viva, movimenti spirituali che non vogliono uscire dai confini del cristianesimo. […] Nella seconda parte del secolo XX assistiamo al suo risveglio nel cuore stesso della Chiesa. Sembra perfino volervi effettuare un ritorno in forze.

Però, rispetto allo stesso Gioacchino, i suoi odierni araldi non annunciano lo sboccio dello Spirito per l´indomani; lo vedono e lo dicono già presente in loro; essi ne sono gli organi. Forse più di Gioacchino, accentuano la cesura tra la Chiesa proveniente dal passato, dichiarata ormai invecchiata, e quella del futuro, che sorge oggi stesso in qualche luogo privilegiato, raggiante di giovinezza. […] Si osserva alla base una concezione lineare del tempo, che crede di non poter accogliere nulla di nuovo se non attraverso il rifiuto dell´antico».

A riprova di questi suoi giudizi, De Lubac cita di passaggio autori «dottrinalmente inoffensivi» come Mario Pomilio con il suo “Il quinto evangelio” e Ignazio Silone «figlio degli Abruzzi e di un cattolicesimo popolare impregnato di gioachimismo».

Ma dedica spazio soprattutto ai teorici della «morte di Dio» e ai teologi della liberazione, da Jean Comblin a Giulio Girardi a Leonardo Boff. Nei quali De Lubac rinviene un gioachimismo senz´altro condannabile, ma anche talmente «confuso» da permettere loro «di sfuggire all´eterodossia cristiana».

E ancora. Tra i grandi teologi imbevuti di gioachimismo, De Lubac prende di mira il gesuita Michel de Certeau e il protestante Jurgen Moltmann, «la cui “Teologia della speranza” riprende per cristianizzarle, ma senza riuscirvi molto bene, le concezioni escatologiche di Ernst Bloch» .

Il capitolo si interrompe sul limitare del primo dopoconcilio, quando «sboccia tutta una fioritura di apostoli dello Spirito al sole della Chiesa, di una Chiesa al tramonto che deve far posto a quella del domani, […] una nuova Chiesa in cui l´amore deve “prendere il posto della legge”».

Avesse proseguito, c’è da scommettere che De Lubac avrebbe incluso nella sua critica Giuseppe Dossetti e il dossettismo. Ossia la corrente intellettuale dominante nel cattolicesimo italiano della seconda metà del secolo XX.

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Il libro da rileggere:

Henri de Lubac, “La posterità spirituale di Gioacchino da Fiore. II. Da Saint-Simon ai nostri giorni”, > Jaca Book, Milano, 1984, pagine 548.

10 Marzo 2011

“Glebalizzazione” il filosofo Diego Fusaro denuncia l’attuale ordine capitalista economico-finanziario, indicando anche le vie dell’emancipazione alla plebe precarizzata, alienata e reificata a vita

Filed under: FILOSOFIA — giacomo.campanile @ 10:00

 

 

Il caso Fusaro, così un marxista diventò maestro per la destra radicale -  Secolo d'ItaliaNel suo “Glebalizzazione” (Rizzoli) il filosofo Diego Fusaro denuncia l’attuale ordine capitalista economico-finanziario, indicando anche le vie dell’emancipazione alla plebe precarizzata, alienata e reificata a vita

Per le anime belle, pure e semplici che non se ne fossero accorte: dal 1989, con la caduta dei regimi comunisti, sono tornati feudatari e servi della gleba. Oggi i primi sono costituiti da una casta di “Signori” capitalisti e globalisti, i secondi da una massa enorme e abbruttita di lavoratori atomizzati, sfruttati e precari in miserabile competizione con gli immigrati forzati. Una moltitudine alienata, priva di coscienza sociale e di classe, di strumenti ideali e politici per rivoltarsi contro un ordine disumano.

Da questa realtà che, a meno che non ci si volti da un’altra parte, abbiamo tutti sotto gli occhi, parte l’analisi del filosofo Diego Fusaro nel suo nuovo libro Glebalizzazione. La lotta di classe al tempo del populismo (Rizzoli, Milano 2019, pp. 322, € 18,00). Ma, per iniziare la battaglia sociale contro l’attuale situazione mondiale, occorre elaborare un lessico condiviso e nuove mappe concettuali, giacché lo straordinario potere capitalista ha inglobato dentro di sé il vecchio linguaggio antagonista, neutralizzandolo all’interno del “politicamente corretto” («il nuovo ordine mentale»). Non a caso, sono proprio le vecchie sinistre, ora rosso-fucsia (insieme a intellettuali, artisti, giornalisti, magistrati, star dello spettacolo, accademici e insegnanti), tra i migliori alleati dei potenti del mondo odierno, anche propagandando l’idea che esso sia inevitabile, desiderabile e, comunque, l’unico possibile. Del resto, per vedere “il re nudo”, sarebbe sufficiente chiamare le cose col proprio nome, definire la realtà per quella che è, sfuggendo a eufemismi e trappole neolinguistiche. Ed evitando quelle contrapposizioni orizzontali (donne/uomini, giovani/vecchi, nativi/immigrati, bianchi/neri, etero/gay; per non dire destra/sinistra, che non esistono più secondo i vecchi schemi) che fanno comodo al Potere perché fanno deviare dall’unica lotta vera, che è quella alto/basso, schiavitù/libertà, conformismo/emancipazione, precarietà/lavoro dignitoso.

Invece, i “Signori” odierni hanno imposto l’idea assolutistica del libero spostamento di persone, merci, idee, tecnologie, ecc., della flessibilità (ovvero precarietà a vita dei lavoratori), della privatizzazione, usando il ricatto del debito (pubblico e privato), della delocalizzazione, dell’outsourcing, dell’immigrazione forzata. Per il turbocapitalismo i nemici da abbattere sono innanzi tutto gli Stati nazionali (e le loro monete), da sostituire con organismi sovranazionali finanziari non eletti e antidemocratici (Organizzazione mondiale del commercio, Banca mondiale, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale, ecc.); ma pure le altre forme comunitarie intermedie (sindacati, chiese, libera scuola statale, famiglie, ecc.), nonché la cultura classica, l’unica a insegnare a impiegare il pensiero critico.

Abbattuti i baluardi della democrazia, della convivenza civile, della comunità, nonché delle differenze culturali e linguistiche, ne consegue che vengano anche meno il welfare state, i diritti sociali e dei lavoratori. Gli sconfitti del nuovo ordine imperialcapitalista sono non solo operai e proletari, ma anche la classe media e la piccola borghesia (si vedano i licenziamenti in massa di bancari e lavoratori del terziario e la loro precarizzazione). L’ideologia che si impone loro per far accettare una condizione umiliante e disumana consiste nel far credere che si viva ancora in regimi democratici, minacciati, per di più, da fascismi inesistenti, nel superamento del radicamento e di ogni forma comunitaria, nella divinizzazione della Rete e dei connessi social, nell’edonismo, nel nomadismo Erasmus, nei “cosmetici” diritti arcobaleno, nell’indifferenziazione e nella massificazione, nell’assecondamento individualistico dei desideri transitori, nel consumismo nichilistico (compreso quello del sesso), nella liberalizzazione delle droghe, nel sostenere movimenti di protesta che sviano dalle vere cause del conflitto e dal vero nemico (alcune incarnazioni sono l’ambientalismo generico e unidirezionale di Greta Thunberg, l’accoglientismo ben finanziato delle ong di Carola Rackete o le insulse sardine), massacrando al contempo le vere contestazioni come quelle dei gilet gialli.

Si confonde l’internazionalismo con lo scialbo e impossibile cosmopolitismo, si demonizzano Stati, sovranità, popolo, culture nazionali, frontiere («il confine come frontiera e come limite non nega il transito, ma evita le invasioni»). Al contrario, sono proprio questi l’unico baluardo al capitalismo globale, con le sue conseguenze mortali e fatali: «polarizzazione della distribuzione della ricchezza», «impiego irrazionale delle risorse del pianeta», «dissesto ecologico», «dominio di un direttorio di potenze industriali», «peggioramento generale delle classi lavoratrici», «svuotamento delle democrazie nazionali a beneficio del mercato sovranazionale». Ma, per fortuna, il polo dominato, non ancora del tutto istupidito, impermeabile al nuovo ordine mentale proprio perché meno “colto” (in senso positivo: non integrato/corrotto nel pensiero unico), diffida della mondializzazione, del globalismo, dell’Unione europea, dell’immigrazione, e crede nell’intervento egualitario dello Stato, nei valori e nei principi costituzionali, nella nazione, nonché nelle tradizioni, da quella linguistica a quelle gastronomiche.

È il popolo, dileggiato dal Potere, politico, economico, culturale, come retrogrado, ignorante, arretrato. Tant’è che il termine populismo è divenuto, insieme a quello di sovranismo, una sorta di insulto. Invece, il sovranismo, inteso come difesa delle prerogative dello stato sociale indipendente e attento ai propri cittadini, e non certo come nazionalismo aggressivo verso gli altri Stati, costituisce l’unica possibile arma di difesa del popolo sfruttato e precarizzato. Il sovranismo può divenire solidale internazionalismo a fronte di un falso cosmopolitismo («il capitale è, per sua essenza, apolide e deterritorializzato»): «Non si può amare l’universale umano se non, concretamente, amando quella parte di umanità con cui si è quotidianamente in relazione, ossia la propria comunità d’appartenenza. […] amare, in astratto, l’umanità significa, in concreto, non amare nessuno e, insieme, accettare le ingiustizie che si abbattono su chi sta intorno a noi. […] l’essenza del falso umanesimo terzomondista [è] che ama l’altro che è distante e odia il prossimo che è vicino». Aggiunge Fusaro: «Si è umani nella misura in cui si è parte di una delle culture di cui si compone storicamente l’umanità».

Attraverso una giusta evoluzione in senso socialista del populismo e del sovranismo attuali, vanno recuperati i valori di patria, Stato, nazione, solidarietà, lotta di classe, ricordando che, accanto a tante storture, essi hanno permesso la nascita del welfare state, liberando gli uomini dall’angoscia della miseria attraverso una legislazione sociale che ha garantito assistenza in caso di disoccupazione, alloggi, scuola, sanità, trasporti, ecc. Per sottacere il fatto che è stata proprio la costruzione dello Stato-nazione a «oltrepassare le identità individuali (religiose, ideologiche, etniche) e porre in essere la figura di un’identità collettiva» basata sulla cittadinanza. In conclusione, solo dal recupero della sovranità statuale nazionale (compresa quella monetaria) e dalla lotta di classe di un popolo riappropriatosi culturalmente della visione vera e non edulcorata o falsata della realtà che potrà riavviarsi la storia dell’emancipazione umana contro il mostro neocapitalista. Perché nella dialettica storica niente è fatale e nulla è immutabile.

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