Il libro del profeta Osea è uno dei libri profetici minori della Bibbia ebraica e dell’Antico Testamento cristiano. Si tratta di una raccolta di oracoli e discorsi attribuiti al profeta Osea, che visse nel regno di Israele durante l’VIII secolo a.C.
Contenuto e temi principali
Il libro di Osea affronta una serie di temi importanti, tra cui:
* L’infedeltà di Israele: il libro paragona spesso il rapporto tra Dio e Israele a un matrimonio, dove Israele è la sposa infedele che si allontana dal suo sposo, Dio, per seguire altri amanti, ovvero gli idoli. Questa metafora dell’adulterio spirituale è centrale nel libro.
* L’amore di Dio: nonostante l’infedeltà di Israele, il libro sottolinea l’amore e la compassione di Dio per il suo popolo. Dio è dipinto come un marito ferito, ma ancora desideroso di perdonare e restaurare il suo rapporto con Israele.
* Il giudizio e la speranza: il libro annuncia il giudizio di Dio su Israele a causa della sua idolatria e ingiustizia, ma offre anche una speranza di redenzione e di un futuro in cui Israele si pentirà e tornerà a Dio.
* Il simbolismo del matrimonio di Osea: la vita personale di Osea, che sposò una donna di nome Gomer che gli fu infedele, è usata come un’analogia per il rapporto tra Dio e Israele. Il matrimonio di Osea diventa una rappresentazione vivente dell’amore, del dolore e della speranza di Dio per il suo popolo.
Struttura
Il libro di Osea può essere suddiviso in tre parti principali:
* Capitoli 1-3: la relazione tra Osea e sua moglie Gomer è descritta come un simbolo del rapporto tra Dio e Israele.
* Capitoli 4-10: una serie di oracoli che denunciano i peccati di Israele e annunciano il giudizio di Dio.
* Capitoli 11-14: messaggi di speranza e promesse di restaurazione per Israele.
Importanza
Il libro di Osea è importante per diversi motivi:
* Utilizzo della metafora del matrimonio: il libro introduce per la prima volta nella Bibbia l’immagine del matrimonio per descrivere il rapporto tra Dio e il suo popolo. Questa metafora sarà poi ripresa e sviluppata da altri profeti e autori biblici.
* Comprensione dell’amore di Dio: il libro rivela la profondità dell’amore di Dio, che nonostante l’infedeltà del suo popolo, continua a cercare la sua redenzione e riconciliazione.
* Messaggio di speranza: il libro offre un messaggio di speranza anche nei momenti più bui, ricordando che Dio è sempre pronto a perdonare e restaurare coloro che si rivolgono a lui con cuore sincero.
Il libro del profeta Osea è stato scritto in un periodo storico complesso e travagliato per il Regno di Israele, corrispondente all’VIII secolo a.C.
Contesto storico:
* Regno di Israele: Il regno del nord, noto anche come Regno di Efraim o Samaria, stava vivendo un periodo di prosperità economica sotto il regno di Geroboamo II (circa 786-746 a.C.). Tuttavia, questa prosperità nascondeva una profonda crisi morale e religiosa.
* Declino spirituale: Il popolo si era allontanato dalla fede in Yahweh, il Dio di Israele, e aveva abbracciato culti idolatrici, in particolare il culto di Baal. La corruzione e l’ingiustizia sociale erano diffuse.
* Minaccia assira: L’Assiria, una potenza emergente, rappresentava una minaccia crescente per Israele. Le politiche oscillanti del regno, spesso volte a cercare alleanze con altre nazioni, si rivelarono inefficaci e portarono il paese sull’orlo della rovina.
Il profeta Osea:
Osea fu un profeta attivo in questo periodo critico. La sua predicazione fu caratterizzata da un forte richiamo alla conversione e al ritorno alla fedeltà a Yahweh. Utilizzò un linguaggio appassionato e metaforico, spesso paragonando il rapporto tra Dio e Israele a un matrimonio, per esprimere l’amore di Dio per il suo popolo e il dolore per il suo tradimento.
Il libro di Osea:
Il libro di Osea, contenuto nella Bibbia ebraica e cristiana, raccoglie le profezie di Osea. Il libro è suddiviso in due parti principali:
* Capitoli 1-3: Descrivono la relazione tra Osea e sua moglie Gomer, una donna infedele. Questa relazione è usata come metafora per illustrare l’infedeltà di Israele verso Dio.
* Capitoli 4-14: Contengono una serie di oracoli e discorsi nei quali Osea denuncia i peccati di Israele, annuncia il giudizio divino e, allo stesso tempo, offre una speranza di redenzione e di restaurazione futura.
Temi principali del libro:
* L’amore di Dio: Il libro sottolinea l’amore appassionato e fedele di Dio per il suo popolo, nonostante l’infedeltà di quest’ultimo.
* Il peccato di Israele: Osea denuncia con forza l’idolatria, la corruzione e l’ingiustizia che dilagano nel regno.
* Il giudizio divino: Il libro annuncia il giudizio di Dio su Israele a causa dei suoi peccati. Questo giudizio si concretizzerà con l’invasione assira e la distruzione del regno del nord.
* La speranza di redenzione: Nonostante il giudizio, il libro offre una speranza di redenzione e di restaurazione per Israele, basata sulla fedeltà e sull’amore di Dio.
Giotto (1267-1336) è universalmente considerato come il più importante pittore della grandiosa stagione gotica, del Medioevo tutto e come uno dei principali protagonisti dell’intera storia dell’arte. Ma conobbe il successo anche mentre era in vita. Grazie all’impresa della decorazione della Basilica di San Francesco ad Assisi, con le Storie del santo, riuscì a creare, in breve tempo, una delle più importanti botteghe artistiche d’Italia, che contava allievi, aiuti e collaboratori a vari livelli. Questo gli consentì di accettare, nel corso della sua carriera, molte commissioni e in diverse città della penisola. Il maestro si spostava tra questi centri, impostando i lavori che tuttavia venivano spesso continuati dai suoi aiutanti, per suo conto. Dopo Assisi si recò a Firenze, quindi a Pisa, poi a Roma e infine a Rimini. La Cappella degli Scrovegni di Giotto.
La Cappella degli Scrovegni
Nel 1300, a Padova, il ricchissimo banchiere Enrico Scrovegni acquistò un terreno sul sito dell’antico anfiteatro romano, per edificarvi, tra il 1302 e il 1303, un piccolo ambiente a una sola navata (lungo 29,88 m, largo 8,41 m, alto 12,65 m), inizialmente dedicato a Santa Maria della Carità e poi chiamato Cappella degli Scrovegni (o anche Cappella dell’Arena, in ricordo dell’anfiteatro che lì nei pressi sorgeva). La cappella, privata ma aperta al pubblico, era, in origine, collegata al Palazzo degli Scrovegni, abbattuto nel 1827. Oggi risulta, invece, isolata.
Cappella degli Scrovegni, Padova. Veduta esterna.
Enrico aveva ereditato una immensa fortuna ma anche una pessima fama. Suo padre Rinaldo, “prestatore”, all’epoca considerato usuraio, era finito nell’Inferno dantesco. La costruzione della cappella, di fatto una piccola e preziosa chiesa cittadina, gli serviva a ripulire la sua immagine di famiglia e a presentarsi come un nobile, e soprattutto devotissimo, cavaliere benefattore.
Giotto, Enrico Scrovegni dona la Cappella degli Scrovegni alla Madonna. Particolare del Giudizio Universale. Padova, Cappella degli Scrovegni.
Nel 1303, Enrico chiese a Giotto, ormai quarantenne e all’apice della sua fama, di affrescare la cappella. I lavori impegnarono l’artista fino al 1305 ma procedettero celermente. Sappiamo che nel marzo del 1304 papa Benedetto XI rilasciò la concessione di indulgenze ai visitatori e che i fedeli iniziarono ad affollare la cappella, anche per ammirare gli affreschi di Giotto, che a quella data erano in gran parte realizzati. Negli anni 1317-1320 venne ultimata la zona dietro l’altare, con le tombe di Enrico e di sua moglie, la cui decorazione è tuttavia opera di un mediocre pittore padovano che operò nello stile di Giotto.
Giovanni Pisano
All’interno della cappella era un tempo conservato un crocifisso dipinto da Giotto medesimo, oggi al Museo degli Eremitani. Collaborò alla decorazione della Scrovegni, su incarico di Enrico, anche lo scultore Giovanni Pisano, che per l’altare realizzò tre sculture: due angeli e la celebre Madonna degli Scrovegni. Insomma, per la sua cappella, Enrico volle gli artisti più famosi del suo tempo.
Giotto, Crocifisso di Padova, 1303-05. Tempera su tavola, 2,23 x 1,64 m. Padova, Museo degli Eremitani.
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Rispetto alle Storie di San Francesco, dipinte pochi anni prima da Giotto nella Basilica superiore di San Francesco ad Assisi, gli affreschi della Scrovegni sono giunti a noi meno rovinati: gli sfondi realizzati con l’azzurrite, applicata a secco, si sono meglio conservati, apparendo di colore più intenso. Nel 2001, l’intera decorazione pittorica è stata oggetto di uno straordinario restauro che ha in gran parte restituito le brillanti cromie di un tempo.
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Giotto, Cappella degli Scrovegni. Particolare dell’interno con i quattro registri sovrapposti affrescati.
La decorazione della Scrovegni
La decorazione pittorica della Cappella degli Scrovegni è veramente grandiosa. Giotto scelse di ricoprire l’intera superficie muraria con un vasto e articolato ciclo di affreschi, secondo un programma assai complesso. Le pareti della navata presentano nella parte più bassa un alto zoccolo di finti marmi, dove si aprono, con grande resa realistica, alcune nicchie con le allegorie dei Vizi e delle Virtù dipinte in monocromo.
Quadro compositivo delle Virtù e dei Vizi di Giotto. Padova, Cappella degli Scrovegni.Giotto, Fede, dalle Virtù, 1303-5. Affresco, 120 x 55 cm. Padova, Cappella degli Scrovegni.Giotto, Carità, dalle Virtù, 1303-5. Affresco, 120 x 55 cm. Padova, Cappella degli Scrovegni.Giotto, Invidia, dai Vizi, 1303-5. Affresco, 120 x 55 cm. Padova, Cappella degli Scrovegni.Giotto, Ira, dai Vizi, 1303-5. Affresco, 120 x 55 cm. Padova, Cappella degli Scrovegni.
Le grandi scene figurate
Nella parte alta compaiono invece gli affreschi con grandi scene figurate, disposte su tre registri sovrapposti in modo da seguire un andamento rigorosamente narrativo. Le scene narrano le Storie di Anna e Gioacchino (i genitori della Madonna) nel primo registro in alto della parete sud, a destra rispetto all’altare; poi le Storie di Maria nel primo registro in alto della parete nord, a sinistra rispetto all’altare.
Le Storie di Cristo iniziano sull’Arco Trionfale dell’altare in alto, con Dio Padre e l’Annunciazione, proseguono con la Visitazione, sempre nell’Arco Trionfale, e poi si snodano a partire dal secondo registro della parete sud, per continuare sul medesimo registro della parete nord e poi, passando nuovamente per l’Arco Trionfale, con una sola scena, sul terzo registro in basso di entrambe le pareti.
La presenza di sei finestre su un solo lato della cappella, quello sud, vincolò l’impianto della decorazione, rendendolo asimmetrico nelle due pareti: Giotto scelse di inserire due riquadri sovrapposti in ogni spazio tra le finestre, all’altezza del secondo e terzo registro, creando delle fasce ornamentali nell’altra parete per ricavarvi riquadri di egual misura, anche se in numero maggiore: 18 invece che 16. Il ciclo di affreschi della Scrovegni è concluso da una grande raffigurazione del Giudizio Universale, dipinta sulla controfacciata.
Giotto, Cappella degli Scrovegni, 1303-05. Veduta dell’interno verso la controfacciata con il Giudizio Universale.
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Giotto, Cappella degli Scrovegni, 1303-05. Veduta dell’interno verso l’altare.
Lo schema della Cappella degli Scrovegni
Schema della Cappella degli Scrovegni, verso l’altare, con la distribuzione di episodi e personaggi nelle pareti e nella volta e indicazione della sequenza di lettura. 1-6 Storie di Anna e Gioacchino 1 Cacciata di Gioacchino; 2 Gioacchino dai pastori; 3 Annuncio ad Anna; 4 Sacrificio di Gioacchino; 5 Sogno di Gioacchino; 6 Incontro alla porta aurea. 7-12 Storie di Maria 7 Nascita della Vergine; 8 Presentazione della Vergine al Tempio; 9 Cerimonia dei bastoni; 10 Preghiera per il miracolo; 11 Matrimonio della Vergine; 12 Corteo nuziale. 13-39 Storie di Cristo 13 Arcangelo Gabriele; 14 Dio Padre circondato dagli angeli; 15 Vergine annunciata; 16 Visitazione; 17 Natività; 18 Epifania; 19 Presentazione al Tempio; 20 Fuga in Egitto; 21 Strage degli innocenti; 22 Cristo fra i dottori; 23 Battesimo di Cristo; 24 Nozze di Cana; 25 Resurrezione di Lazzaro; 26 Ingresso di Cristo a Gerusalemme; 27 Cacciata dei mercanti dal Tempio; 28 Tradimento di Giuda; 29 Ultima Cena; 30 Lavaggio dei piedi; 31 Bacio di Giuda; 32 Cristo nel Sinedrio; 33 Cristo deriso; 34 Andata al Calvario; 35 Crocifissione; 36 Compianto; 37 Resurrezione; 38 Ascensione; 39 Pentecoste. 40-41 Coretti prospettici. 42-48 Virtù 42 Prudenza; 43 Forza; 44 Temperanza; 45 Giustizia; 46 Fede; 47 Carità; 48 Speranza. 49-55 Vizi 49 Disperazione; 50 Invidia; 51 Infedeltà; 52 Ingiustizia; 53 Ira; 54 Incostanza; 55 Follia. 56-58 Volta 56 Redentore; 57 Madonna col Bambino; 58 Giovanni Battista e Profeti.Giotto, Cappella degli Scrovegni, 1303-05. Parete sud.Giotto, Cappella degli Scrovegni, 1303-05. Parete nord.Giotto, Cappella degli Scrovegni, 1303-05. Arco Trionfale con l’abside.
Le Storie di Anna e Gioacchino
Nei primi sei riquadri della parete sud si narrano le Storie di Anna e Gioacchino, i genitori della Madonna, ispirate da un Vangelo apocrifo, ossia il Protovangelo di San Giacomo, e rielaborate, in età medievale, dalla Leggenda Aurea di Jacopo da Varazze. I due coniugi, oramai anziani, non avevano avuto figli, e questo all’epoca era considerato un disonore. Così, Gioacchino viene cacciato dal Tempio di Gerusalemme e, mortificato, si rifugia fra i pastori. Ma l’Arcangelo Gabriele annuncia ad Anna che presto diventerà madre. Gioacchino, avvertito in sogno da un angelo, può tornare a casa.
Giotto, Annuncio a Sant’Anna, dalle Storie di Anna e Gioacchino, 1303-5. Affresco, 2 x 1,85 m. Padova, Cappella degli Scrovegni.
L’incontro con la moglie avviene presso la Porta Aurea di Gerusalemme, che nell’affresco di Giotto, intitolato, appunto, Incontro di Anna e Gioacchino alla Porta Aurea, ricorda l’Arco di Augusto di Rimini, città in cui Giotto aveva soggiornato prima di arrivare a Padova. I due si abbracciano e, teneramente, si baciano sulla bocca. È, questo, uno dei baci coniugali più teneri e sinceri di tutta la storia della pittura italiana. Gioacchino è seguito da un pastore, che risulta tagliato per metà fuori dalla scena, a suggerire che lo spazio si estende oltre la cornice del riquadro: una soluzione, per quei tempi, modernissima ed efficacissima.
I colori e le virtù teologali
Anna è invece accompagnata da un gruppo di donne festanti e vestite con abiti i cui colori simboleggiano le virtù teologali: il verde la Speranza, il bianco la Fede, il rosso la Carità. Una sola donna è completamente vestita di nero e si copre parzialmente il volto con il manto. Questo personaggio misterioso potrebbe simboleggiare la religione ebraica, o Sinagoga, che si ritrae di fronte alla nascente chiesa cristiana oppure la condizione di sostanziale vedovanza vissuta da Anna in assenza del marito e che ora sta per terminare.
Giotto, Incontro di Anna e Gioacchino alla Porta Aurea, dalle Storie di Anna e Gioacchino, 1303-5. Affresco, 2 x 1,85 m. Padova, Cappella degli Scrovegni.Giotto, Incontro di Anna e Gioacchino alla Porta Aurea, dalle Storie di Anna e Gioacchino, 1303-5. Particolare.Giotto, Incontro di Anna e Gioacchino alla Porta Aurea, dalle Storie di Anna e Gioacchino, 1303-5. Particolare.
Le Storie di Maria
Le Storie di Maria, ispirate alla Leggenda Aurea di Jacopo da Varazze, si dispiegano dalla sua nascita fino al suo corteo nuziale. La scena della Natività di Maria, che apre questo segmento del ciclo giottesco, si svolge nella casa dei genitori, la medesima che si incontra nel precedente Annuncio ad Anna. L’abitazione è ovviamente semplificata nella sua struttura, limitandosi alla sola camera da letto, che si apre alla vista dell’osservatore venendo privata di una parete.
Una donna, alla porta, porge ad un’altra figura femminile dei panni; dentro, un’altra donna vestita di rosso porta un contenitore con del brodo, solitamente preparato per sostenere le puerpere sfinite, mentre la levatrice sta porgendo Maria, completamente fasciata, a sua madre Anna. Si noti l’estremo realismo con cui viene rappresentato il letto, con la sua bella coperta a righe e la tenda del baldacchino che può scorrere, grazie agli anelli, sulle stanghe di legno, fissate al soffitto.
In primo piano, troviamo in una anacronistica sovrapposizione temporale (molto frequente nelle scene medievali e anche rinascimentali) la piccola Maria cui è stato appena fatto il bagnetto e alla quale una donna sta strizzando il nasino, con l’intento di renderlo più affilato e delicato. L’espressione contrariata della piccola è tanto naturale quanto irresistibile.
Giotto, Natività di Maria, dalle Storie di Maria, 1303-5. Affresco, 2 x 1,85 m. Padova, Cappella degli Scrovegni.
Le Storie di Cristo
Le Storie di Cristo raccontano le vicende umane del Messia attraverso un gran numero di scene che partono dall’Annunciazione, e quindi dal contestuale miracoloso concepimento, per concludersi con la Pentecoste. Alcuni episodi, come la Natività, la Fuga in Egitto, la Resurrezione di Lazzaro, il Bacio di Giuda e il Compianto, sono considerati come le cose migliori dipinte dal grande pittore toscano.
Giotto, Natività, dalle Storie di Cristo, 1303-5, particolare. Affresco, 2 x 1,85 m. Padova, Cappella degli Scrovegni.
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La Fuga in Egitto
L’impostazione della scena con la Fuga in Egitto è tutta concepita lungo una direttrice orizzontale, a indicare il lento e faticoso cammino della Sacra Famiglia che, guidata da un angelo preoccupato e impaziente, cerca la salvezza. L’ultimo personaggio a sinistra è addirittura tagliato, come in un fotogramma cinematografico. La Vergine, al centro, affronta questa prova con la dignità di una regina costretta all’esilio; tiene con sicurezza il figlio in braccio, aiutata da una fascia annodata sulla spalla. Giuseppe ascolta il ragazzo che porta l’asino ma il suo pensiero è chiaramente altrove. Il paesaggio, come sempre accade nei dipinti giotteschi, accompagna la vicenda: la cresta montuosa al centro sullo sfondo gareggia con Maria per monumentalità e, trovandosi sull’asse di simmetria verticale, bilancia l’intera composizione.
Giotto, Fuga in Egitto, dalle Storie di Cristo, 1303-5. Affresco, 2 x 1,85 m. Padova, Cappella degli Scrovegni.
Nella Resurrezione di Lazzaro, Gesù, in piedi a sinistra, alza il braccio destro, ordinando a Lazzaro, morto oramai da giorni, di uscire dal suo sepolcro. L’uomo, avvolto dalle bende, ha le labbra e le palpebre semichiuse, il volto giallo e scavato, e mostra ancora i segni della putrefazione, sicché qualcuno porta il mantello al naso, infastidito dal cattivo odore. Tutti i presenti reagiscono manifestando, con gesti espliciti, il proprio sbalordimento. In particolare, l’uomo vestito di verde stende il braccio destro, in una efficacissima posizione di scorcio, già paragonabile ad analoghe soluzioni rinascimentali. Le sorelle di Lazzaro, Marta e Maria di Betania, crollano ai piedi di Cristo, per ringraziarlo e adorarlo.
Giotto, Resurrezione di Lazzaro, dalle Storie di Cristo, 1303-5. Affresco, 2 x 1,85 m. Padova, Cappella degli Scrovegni.Giotto, Il bacio di Giuda, dalle Storie di Cristo, 1303-5. Affresco, 2 x 1,85 m. Padova, Cappella degli Scrovegni.
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Il Compianto del Cristo morto
Le scene della Passione sono segnate da un sentimento sempre crescente. È considerato uno dei più bei dipinti di tutti i tempi il Compianto del Cristo morto. Qui, l’asse portante della composizione è definito dalla posizione del corpo deposto dalla croce, intorno al quale si dispongono gli altri personaggi: la Madonna, che gli tiene il busto sulle ginocchia, Maria di Cleofa (a sinistra) con le braccia aperte, Maria Salomè (al centro) che gli tiene le mani, la Maddalena che gli tiene i piedi, il giovane san Giovanni piangente che sovrasta il gruppo e altri uomini e donne.
Questa piccola folla di dolenti non solo crea, con il volume dei corpi, uno spazio credibile attorno a Gesù (si notino anche le due figure di spalle), ma con gesti e atteggiamenti variati e perfettamente calibrati orchestra una scena emotivamente coinvolgente, di un lirismo sino ad allora impensabile.
Giotto, Compianto del Cristo morto, dalle Storie di Cristo, 1303-5. Affresco, 2 x 1,85 m. Padova, Cappella degli Scrovegni.
I gesti e il paesaggio
Alcuni personaggi non appaiono direttamente coinvolti nella scena e sembrano piuttosto testimoni esterni dell’evento: come i due uomini fermi e in piedi sulla destra, forse Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, quest’ultimo pronto con la Sindone al collo. Nicodemo tiene le mani intrecciate, il gesto tipico del testimone impotente di un evento tragico. La donna alle spalle della Madonna intreccia le mani e le posa sotto la guancia, con un effetto profondamente naturale.
Giotto, Compianto del Cristo morto, dalle Storie di Cristo, 1303-5. Particolare.
Altri, invece, palesano la propria disperazione: come Maria di Cleofa alla sinistra, che alza le braccia al cielo, o come Giovanni, le cui braccia spalancate, espressione di un’incontrollabile disperazione, sembrano irrompere nello spazio intorno. Gli angeli volteggiano nel cielo come uccelli impazziti; alcuni di loro singhiozzano, altri portano le mani al viso, altri ancora sono mostrati nell’atto violento di tirarsi i capelli.
Giotto, Compianto del Cristo morto, dalle Storie di Cristo, 1303-5. Particolare.
Sullo sfondo si dispiega un desolato paesaggio invernale; l’albero spoglio è un chiaro richiamo alla morte di Gesù e testimonia il dolore universale per quell’estremo sacrificio. Una roccia taglia diagonalmente lo spazio della scena e sembra precipitarsi sul corpo di Cristo, rispondendo al pianto disperato di Giovanni. Anche lì, nel nodo principale della scena, dove Maria accosta teneramente il proprio viso a quello di Gesù, piomba il silenzio: la madre e il figlio, come al momento della Natività, sono di nuovo soli.
Giotto, Compianto del Cristo morto, dalle Storie di Cristo, 1303-5. Particolare.
I coretti della Scrovegni
Nell’Arco di Trionfo di accesso all’abside, Giotto dipinse due ambienti voltati a crociera e mostrati in prospettiva, comunemente chiamati coretti. Si trovano nel registro inferiore dell’arco trionfale e quindi, idealmente, affiancano l’altare. Questi ambienti costituiscono degli efficacissimi trompe-l’oeil (termine con cui si chiamano quelle immagini illusionistiche concepite per ingannare l’occhio e per creare ambienti virtuali che nella realtà non esistono): nel caso specifico, simulano la presenza di un transetto che non venne mai costruito.
Giotto, Cappella degli Scrovegni, 1303-05. Veduta angolare dell’interno verso l’altare.
Si connettono alla cappella per mezzo di un grande arco a sesto acuto e si affacciano idealmente all’esterno per mezzo di eleganti e alte finestre bifore. Dai centri delle volte pendono delle lampade ad olio, tenute insieme da strutture metalliche, fedeli riproduzioni di oggetti assai comuni all’epoca.
Giotto, Coretto destro della Cappella degli Scrovegni. Affresco, 140 x 150 cm.
I coretti della Scrovegni rappresentano una delle prove più convincenti di prospettiva medievale, la cui applicazione costituisce, certamente, una delle componenti più rivoluzionarie della pittura giottesca. Benché empirica, ossia tirata ad occhio e in assenza di regole geometriche (sarà Brunelleschi, nel primo Quattrocento, ad elaborarle), la prospettiva di Giotto è davvero credibile, perfino stupefacente, e risponde perfettamente allo scopo per cui venne adottata dall’artista.
La volta
La volta della Scrovegni presenta uno spettacolare cielo stellato, ricco di stelle ad otto punte (il numero otto fa riferimento all’ottavo giorno, e quindi al tempo di Dio, all’Eternità). Due grandi tondi accolgono le figure del Redentore benedicente e della Madonna col Bambino; altri otto tondi ospitano Giovanni Battista e i sette grandi profeti dell’Antico Testamento.
Giotto, Volta della Cappella degli Scrovegni, 1303-05. Affresco.
Un linguaggio pittorico rivoluzionario
Gli affreschi della Cappella degli Scrovegni sono considerati espressione della maturità artistica di Giotto, il quale, liberatosi in pochi anni delle ultime esitazioni stilistiche, ancora presenti ad Assisi, rese più sfumato il chiaroscuro dei suoi dipinti, ammorbidì il modellato, acquisì maggiore sicurezza nella resa anatomica dei corpi e nell’uso della prospettiva empirica e intuitiva. Giotto, insomma, si dedicò con risultati di eccellente naturalismo alla rappresentazione della vita reale.
Lo spazio immaginato è più razionale, le architetture non sono più solo scatole spaziali o sfondi teatrali della scena illustrata ma diventano le immagini di ambienti concreti in cui gli uomini vivono e di cui vale la pena mostrare i bauli, le panche, le mensole, i letti, le tende, le coperte a righe; i personaggi s’impongono in quello spazio, con la forza plastica dei loro corpi. Raramente, nella storia dell’arte, un artista è stato così incline a guardare all’umanità dei propri personaggi con tanta accondiscendenza.
E la cosa stupisce ancora di più se consideriamo che Giotto era un pittore medievale che dipingeva episodi sacri. Nella scena della Lavanda dei piedi, per esempio, all’osservatore più attento non sfugge il gesto dell’apostolo che, evidentemente imbarazzato perché consapevole di avere i piedi sporchi, prima che Gesù arrivi da lui cerca di porre rimedio dandosi una ripulita, con un indice passato fra le dita…
Giotto, Lavanda dei piedi, dalle Storie di Cristo, 1303-5. Affresco, 2 x 1,85 m. Padova, Cappella degli Scrovegni.Giotto, Lavanda dei piedi, dalle Storie di Cristo, 1303-5. Particolare.
La teologia di Giotto
Questo specchio della vita non è fine a sé stesso: l’ulteriore conquista della realtà ha invece per Giotto una chiara finalità morale. Il suo nuovo naturalismo è interamente al servizio dell’uomo, della sua vita e delle sue emozioni. Egli volle calare l’evento divino in una dimensione quotidiana che l’osservatore medievale poteva facilmente riconoscere e sentire propria. I grandi riquadri figurati della Scrovegni si susseguono come i canti di un poema cristiano, dove si coglie una serrata trama di natura teologica.
Gli affreschi esprimono il senso della continuità che lega le vicende che avevano preparato l’avvento di Cristo ai fatti narrati dal Nuovo Testamento; mostrano il concatenarsi degli eventi con i quali si concretizza il disegno divino, cui gli uomini sono chiamati a fare parte. Ed è ancora al destino degli uomini che Giotto sembra dedicare la maggiore attenzione, sicché (nonostante il tema) il suo “poema cristiano” non vuole essere dottrina ma “semplice” racconto, nel quale leggiamo brani di alta poesia.
Giotto, Cappella degli Scrovegni, 1303-05. Interno, veduta grandangolare.
L’Ingresso a Gerusalemme è un affresco (200×185 cm) di Giotto, databile al 1303-1305 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova. È compresa nelle Storie di Gesù del registro centrale superiore, nella parete sinistra guardando verso l’altare.
Descrizione e stile
Da sinistra Gesù avanza a cavallo di un asino verso le porte di Gerusalemme, seguito dagli Apostoli e andando incontro a una folla incuriosita: chi si prostra, chi accorre a vedere, chi è sorpreso, ecc. Sebbene la stesura denoti un’autografia non piena dell’episodio, la scena spicca come una delle più vivacemente naturali del ciclo, con una serie di episodi interni tratti dalla vita quotidiana, come quello dell’uomo che si copre la testa col mantello (un’azione goffa o un simbolo di chi non vuole accettare l’arrivo del Salvatore?) oppure i due fanciulli che salgono sugli alberi per staccare i rami d’ulivo da gettare al Salvatore e per vedere meglio, dettaglio derivato dalla tradizione bizantina, ma qui più realistico che mai, come già comparso nelle Storie di san Francesco ad Assisi, in particolare nella scena del Pianto delle clarisse.
La porta urbica è la stessa che si ritrova, ruotata, nella scena dell’Andata al Calvario.
La Lode, la Lode, solo la Lode La regalo agli studenti E’ meglio delle banconote Ti scuote e ti apre il cuore! Piace anche alle suore Mica di Nuela qui parliamo della Lode
Il Si – gnore, da l’a – more
Il si, il signore, da l’a, da l’a, da l’amore
La mia devozione? Solo alla Lode
Arrivo nella sagrestia divento sacerdote La Lode, la Lode, solo la Lode La regalo agli studenti E’ meglio delle banconote Ti scuote e ti apre il cuore Piace anche alle suore Mica di Nuela qui parliamo della Lode
Vado in pr0- ce- ssione
Gesù è la mia passione
Cosa sei lo saprai se tu segui la lode
Le rime, con Lode, sono, finite
Quindi…emmm… .LA PUTENZA! La Lode, la Lode, solo la Lode La regalo agli studenti E’ meglio delle banconote Ti scuote e ti apre il cuore! Piace anche alle suore Mica di Nuela qui parliamo della Lode
GIACOMO, CITOFONI, CITOFONI, GIACOMO…
Nuova composizione con Lucio Chieruzzi
Dio e il mistero del mondo.
Il primo punto da sottolineare del rapporto di Dio e la storia è questo: Dio è assolutamente innocente. egli non è in alcuna maniera la causa del male morale.
Il male morale ha sua origine nell’uomo e nella sua libertà che è una non considerazione della regola, cioè nella libertà da parte dell’uomo stesso, che risulta essere la causa prima del male. Il male è la sola cosa che possa essere fatta senza Dio.
La cosa importante da considerare nella storia dell’umanità e la libertà di Dio e la libertà dell’uomo. Il piano divino una volta fissato da tutta l’eternità è immtabile è fissato da tutta l’eternità solo tenendo conto della libera mancanza dell’uomo che Dio vede nel suo eterno presente. uomo entra così nel piano eterno e non per modificarlo, il che sarebbe assurdo, entra nella stessa composizione e eterna, grazie al suo potere di dire no.
Possiamo interpretare in due modi diversi la parola del vangelo: senza me non potete fare niente . Relativamente alla linea del bene ed allora significa che senza Dio, noi non possiamo fare nulla, senza Dio noi non possiamo compiere il minimo atto in cui appaia l’essere o il bene. Interpretandola come riferimento alla linea del male, significa che senza Dio noi possiamo fare il nulla, senza Dio noi possiamo fare questa cosa che è di per sé niente, noi possiamo introdurre nell’azione e nel essere la nientificazione che costituisce il male.
Nel caso del bene, la prima iniziativa viene sempre da Dio: l’iniziativa della libertà creata dipende essa stessa dalla iniziativa divina. A causa del potere di rifiuto, che fa attualmente parte di ogni libertà creata, nel caso del male, la prima iniziativa viene sempre dalla creatura.
La storia, ad ogni istante del tempo e come inventare dalle iniziative concordi o discordi di queste due libertà, l’intersecarsi della libertà creata umana e la libertà increata o libertà Divina
La storia è fatta anzitutto da intersecarsi e dal comporsi, della inseguirsi e dal conflitto di libertà increata e di libertà creata.
Che cos’è il mondo?
Il mondo in senso molto generale, è l’insieme delle cose create o di tutto ciò che non è dio.
In senso più delimitato, è il nostro universo materiale è visibile. Il nostro universo umano e morale, Il cosmo dell’uomo, della cultura e della storia, nel loro sviluppo sulla terra, con tutte le relazioni e le reciproche tensioni che mi sono implicate. Il mondo in questo modo costituisce l’ordine della natura. In questo senso l’universo materiale l’uomo in quanto essere intelligente, immagine di Dio e per eccellenza l’esistente che non è dio.
Secondo il primo aspetto il fine naturale della storia del mondo e la signoria dell’uomo sulla natura e la conquista dell’autonomia umana.
Leggiamo nella Genesi 1,28 ” Dio li benedisse e disse siate fecondi, moltiplicatevi, riempite la terra e sottomettetela, dominate i pesci del mare, gli uccelli del cielo e tutti gli animali che strisciano sulla terra “. Queste parole indicano la signoria sulla natura: sottomettere la terra.
Si può affermare che il fine è la conquista da parte dell’uomo della propria autonomia, la conquista della sua libertà di autonomia.
Un secondo aspetto della finalità naturale e lo sviluppo delle molteplici attività immanenti o spirituali dell’uomo, specialmente nello sviluppo della conoscenza e dell’attività creatrice dell’arte, e l’attività morale.
Infine si può indicare un terzo aspetto del fine naturale del mondo e precisamente la manifestazione di tutte le potenzialità della natura umana. Anche questo deriva dal fatto che l’uomo non è un puro spirito, ma uno spirito unito la materia.
Per uno spirito è normale manifestare se stesso. È dal momento che l’uomo possiede una quantità di potenzialità nascoste, è normale che egli riveli progressivamente questo universo interiore, che è l’uomo stesso.
La Divina Provvidenza (in lingua greca antica πρόνοια, o semplicemente Provvidenza) è il termine teologico religioso che indica la sovranità o l’insieme delle azioni operate da Dio in soccorso degli uomini, per aiutarli a realizzare il PIANO DI SALVEZZA.
La Divina Provvidenza in Manzoni nei Promessi sposi .
Il Manzoni nei Promessi sposi dice che la Divina Provvidenza agisce come un vero e proprio personaggio influenzando gli eventi della storia umana.
Giovanni Damasceno AFFERMA:
La provvidenza divina”La provvidenza consiste nella cura esercitata da Dio nei confronti di ciò che esiste. Essa rappresenta, inoltre, quella volontà divina grazie alla quale ogni cosa è retta da un giusto ordinamento. Se dunque la volontà di Dio è provvidenza, tutto quanto avviene per suo dettato si realizza necessariamente in maniera bellissima e sempre diversa, nel migliore dei modi possibile. È logico ritenere, infatti, che Dio stesso sia tanto il creatore delle cose quanto colui che le cura e le preserva: non è conveniente né ragionevole immaginare che uno sia il creatore e un altro protegga l’opera del primo. Se così fosse, infatti, essi sarebbero entrambi assolutamente impotenti: l’uno di fare, l’altro di provvedere. Dio, perciò, è colui che ha creato e colui che provvede; la sua capacità di creare e di conservare e di provvedere altro non è se non la sua stessa benigna volontà: infatti tutto ciò che il Signore volle lo fece nel cielo e sulla terra (Sal 134,6) e nessuno può resistere alla sua volontà (Rm 9,19). Tutto quanto egli volle che esistesse, è stato creato. Egli vuole che il mondo esista ed esiste: tutto ciò che vuole, lo crea.
Giustamente, dunque, si può affermare, senza alcun’ombra di dubbio, che Dio provvede, e provvede opportunamente. Solo Dio è buono e sapiente per natura: in quanto è buono, è provvidente (colui che non provvedesse, infatti, non sarebbe neppure buono: anche gli uomini e gli stessi animali provvedono con l’istinto naturale ai loro figli, ed è riprovevole chi non lo fa) e, in quanto è sapiente, cura nel modo migliore tutto ciò che esiste.
Nel considerare attentamente quanto siamo andati osservando, è dunque necessario che noi ammiriamo tutte le opere della provvidenza, le lodiamo tutte, tutte incondizionatamente le accettiamo, sebbene a molti talune cose appaiano ingiuste. La provvidenza di Dio, infatti, non può essere né conosciuta né compresa; e i nostri pensieri e le nostre azioni, come il nostro futuro, sono noti ad essa soltanto. Infatti le cose soggette alla nostra discrezionalità, non vanno ascritte alla provvidenza, ma al libero arbitrio dell’uomo.
In realtà, delle cose che dipendono dalla provvidenza, alcune avvengono grazie alla sua volontà attiva, altre invece attraverso la sua volontà permissiva. In virtù della prima accadono tutte quelle cose che risultano come incontrovertibilmente buone; molte sono, invece, le forme nelle quali si manifesta la volontà permissiva di Dio. Per esempio, quando egli permette che l’uomo giusto s’imbatta nelle calamità, affinché la virtù nascosta in lui si renda visibile anche per gli altri, come accadde nel caso di Giobbe (Gb 1,12). Talvolta, Dio consente che avvenga qualcosa d’ingiusto affinché, attraverso circostanze apparentemente inique, si compia qualcosa di grande e di mirabile: attraverso la croce, ad esempio, egli ha dato la salvezza agli uomini. Inoltre il Signore permette che l’uomo pio sia afflitto da gravi sventure: perché non si allontani, cioè, dalla retta coscienza ovvero, a causa dell’autorità e della grazia concessegli, non precipiti nella superbia, come avvenne in Paolo (2Cor 12,7).
Perché altri ne traggano insegnamento, qualcuno viene dunque talvolta abbandonato da Dio; gli altri così considerando le sue disgrazie, ne ricavano ammaestramento: si osservi, a tal proposito, il caso di Lazzaro e del ricco (Lc 16,19). Spontaneamente, infatti, nel vedere chi soffre, ci si stringe il cuore. Talvolta, poi, Dio consente che qualcuno soffra, non per punire colpe sue o dei suoi antenati, ma perché si manifesti la gloria di qualcun altro: nel caso del cieco nato (cf. Gv 7,3), ad esempio, si doveva rivelare, attraverso la sua guarigione, la gloria del Figlio dell’uomo.
La sofferenza viene inoltre tollerata da Dio onde suscitare negli animi il desiderio di emulazione degli altri: affinché cioè, incoraggiati dalla gloria toccata a chi ha sofferto, gli altri sopportino piamente le avversità, grazie alla speranza della gloria futura e sollecitati dal desiderio dei beni eterni, come accadde ai martiri.
Infine, il Signore permette persino che qualcuno cada in una azione turpe perché abbia modo di liberarsi di qualche vizio più grave. Ad esempio, se qualcuno s’insuperbisce delle sue virtù e delle sue buone azioni Dio lascia che costui cada nella fornicazione affinché divenendo in tal modo consapevole della propria debolezza, diventi umile e cominci a confidare maggiormente nel Signore.
Si deve poi sapere che la scelta delle azioni da compiere dipende da noi; quando queste sono buone, invece, il loro risultato è da attribuire all’aiuto di Dio che giustamente soccorre, nella sua prescienza, coloro che intraprendono il bene con retta coscienza. L’esito delle azioni cattive, al contrario, si deve al disimpegno di Dio che, grazie sempre alla sua virtù di conoscere in anticipo ogni cosa, opportunamente abbandona l’uomo malvagio.
In particolare esistono, da parte di Dio, due diversi tipi di abbandono: quello pratico, cioè educativo; e l’abbandono assoluto, fonte della disperazione. Il primo comporta, per chi lo subisce, raddrizzamento, salvezza, gloria sia per suscitare negli altri emulazione e imitazione, sia per la gloria di Dio. L’abbandono assoluto, per contro, avviene quando, sebbene Dio abbia compiuto ogni cosa per la salvezza di una persona, costei continua nondimeno a rimanere insensibile e incurante del proprio destino, anzi inguaribile; e viene perciò abbandonata, come Giuda (Mt 26,27), all’estrema rovina. Ci sia dunque propizio il Signore, preservandoci da tale abbandono.
Numerosissimi sono poi i metodi della divina provvidenza: non possono esser spiegati a parole né compresi con la mente. Non si deve ignorare che tutte le calamità recano la salvezza di coloro che le sopportano con rendimento di grazie, risultando in tal modo per essi di grande beneficio. Iddio, infatti, secondo la sua volontà antecedente, vuole che tutti si salvino e divengano membri del suo regno (1Tm 2,4): egli non ci ha creato per punirci, ma, essendo buono, perché fossimo partecipi della sua bontà. D’altronde, essendo anche giusto, il Signore vuole però punire i peccatori.
La prima volontà di Dio, dunque, è detta volontà antecedente o benevolenza, poiché deriva direttamente da lui; la seconda, invece, è la volontà conseguente o permissione, avendo origine per causa nostra. Quest’ultima, a sua volta, è duplice: l’una rientra nel piano di Dio ed è educativa ai fini della salvezza; l’altra, cioè quella concernente la disperazione, porta invece, come abbiamo già ricordato, alla più assoluta dannazione. Tali volontà non riguardano quanto dipende da noi.
Delle cose che dipendono da noi, Dio fin da principio vuole e approva quelle buone. Quelle cattive e veramente malvagie, egli non le desidera né direttamente né indirettamente: le permette in ragione del nostro libero arbitrio. Ciò che avvenisse per forza, infatti, non converrebbe alla ragione né potrebbe considerarsi come virtù.
Dio provvede, dunque, a tutto il creato. Attraverso di esso beneficia e istruisce sovente anche servendosi dei demoni, come nel caso di Giobbe o dei porci (Mt 8,30ss).”
Giovanni Damasceno, Esposizione della fede ortodossa, 2,29
San Giuseppe secondo il Nuovo Testamento è lo sposo di Maria e il padre putativo di Gesù. Festa del papà.
La Festa del papà si festeggia in tutto il mondo. La festa del papà è una consuetudine del 19 marzo come in alcuni altri paesi dalla lunga tradizione cattolica, come la Spagna o il Portogallo. La data fu per molto tempo la principale festa cattolica legata a san Giuseppe, il padre di Gesù.
Visto come stanno andando le cose sulla Terra, Gesù decide di tornare per riportare la sua parola al centro dell’attenzione. Questa volta sceglie di lasciare una testimonianza video del suo passaggio terreno e convince due cameraman a seguirlo costantemente.
Così Gesù arriva a Roma e comincia la sua predicazione. Peccato però che proprio nella città dove sorge la sua chiesa si scontri con l’indifferenza di una società nella quale la sua Parola sembra essersi persa: nonostante i miracoli che continua a compiere, la società contemporanea è troppo smaliziata e tutti pensano che si tratti di una messinscena ben organizzata.
Insomma, preparare le persone all’imminente avvento del Regno dei Cieli si dimostrerà un’impresa molto più ardua di quella che affrontò 2000 anni fa.
Cosa accadrebbe oggi, in una società che si definisce cattolica e cristiana, se Dio decidesse di rimandare Gesù tra gli uomini? Chi lo prenderebbe sul serio? E quali difficoltà incontrerebbe per riuscire a farsi ascoltare?
Visto come stanno andando le cose sulla Terra, Gesù decide di tornare per riportare la sua parola al centro dell’attenzione. Questa volta sceglie di lasciare una testimonianza video del suo passaggio terreno e convince due cameraman a seguirlo costantemente. Così Gesù arriva a Roma e comincia la sua predicazione. Peccato però che proprio nella città dove sorge la sua Chiesa si scontri con l’indifferenza di una società nella quale la sua Parola sembra essersi persa.
Nonostante i miracoli che continua a compiere, la società contemporanea è troppo smaliziata e tutti pensano che si tratti di una messinscena ben organizzata. Insomma, preparare le persone all’imminente avvento del Regno dei Cieli si dimostrerà un’impresa molto più ardua di quella che affrontò 2000 anni fa.
Genere:COMMEDIA/DRAMMA/MOKUMENTARY
Regia:GIORGIO AMATO
Titolo Originale:OH MIO DIO!
Distribuzione:HAKA FILM
Produzione:HAKA FILM, FIRENZE PRODUZIONI, LA ZONA
Durata:96′
Direttore della Fotografia:BRUNO CASCIO
Scenografia:GIORGIO AMATO
Attori:CARLO CAPRIOLI, ANNAMARIA DE LUCA, STEFANO FREGNI, GIULIA GUALANO, MIMMO RUGGIERO, DANIELE MONTEROSI, ALESSIO DE PERSIO
Destinatari:Scuole Secondarie di II grado
Approfondimenti:BIOFILMOGRAFIA DEL REGISTA GIORGIO AMATO, 48 anni, si laurea in sociologia con la tesi ‘Cinema Hollywoodiano e identità americana’ e in Criminologia Forense. Dopo una lunga carriera come sceneggiatore e autore televisivo e teatrale, nel 2010 firma la sua prima regia cinematografica. Il suoi principali lavori:* IL POLO OPPOSTO (2018) [sceneggiatore, regista, produttore] – dramma, produzione Haka Film con il contributo del Nuovo Imaie (cortometraggio).* OH MIO DIO! (2017) [sceneggiatore, regista, produttore] – mokumentary, produzione Haka Film e distribuzione internazionale di Ellipsis Media International.* VEGAN LOVE (2016) [sceneggiatore, regista, produttore] – commedia, produzione Haka Film e distribuzione RAI CINEMA CHANNEL (cortometraggio).* IL MINISTRO (2016) [sceneggiatore, regista] – commedia nera, produzione Golden e distribuzione Europictures e RAI CINEMA.* THE STALKER (2014) [sceneggiatore, regista] – dramma, produzione AMBI PICTURES e distribuzione Eagle Pictures.* PSYCHOMENTARY (2014) [sceneggiatore] – mokumentary, produzione Red Carpet e distribuzione Eagle Pictures.* CIRCUITO CHIUSO (2010) [sceneggiatore, regista] – thriller, produzione Dania Film, Manetti Bros Film e RAI CINEMA, distribuzione RAI CINEMA.
PROGRAMMI TELEVISIVI* 100 PALLOTTOLE D’ARGENTO [regista] – con Dario Argento, produzione Rai Movie.
Spunti di Riflessione:di Giorgio Amato1) In generale, quando si parla del ritorno di Gesù, si pensa a un’aspettativa, legata ad altre confessioni cristiane di natura evangelica. In realtà, il secondo avvento di Cristo, oltre a essere descritto, in più parti, nei Vangeli Sinottici, è presente anche nella liturgia cattolica, come ad esempio, nel Credo (e di nuovo verrà nella Gloria per giudicare i vivi e i morti…).
Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, “Dopo l’ascensione, la venuta di Cristo nella gloria è imminente, anche se non spetta a noi «conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta». Questa venuta escatologica può compiersi in qualsiasi momento anche se essa e la prova finale che la precederà sono impedite.” (Art. 7.1, 673). Nonostante questo, l’attesa per la seconda venuta di Gesù non è certo un tema in primo piano tra cattolici. Eppure se davvero Gesù tornasse oggi e cercasse di riportare la sua parola tra la gente, i suoi stessi fedeli sarebbero in grado di riconoscerlo?
È da questa riflessione che il regista e sceneggiatore Giorgio Amato è partito per raccontare questa ipotetica seconda venuta.2) Per rendere questa riflessione, il più verosimile possibile, il regista ha scelto come linguaggio cinematografico quello del mockumentary, ossia del finto documentario. Questa scelta è stata dettata dalla necessità dell’autore di riprendere molte situazioni con la telecamera nascosta.
Infatti l’interesse principale era quello di osservare l’effetto che Gesù, mandato in giro per Roma vestito come duemila anni fa, avrebbe fatto sulla gente. Il film mescola con il giusto equilibrio, situazioni reali ad altre che seguono uno schema narrativo ben definito.
La scelta del mockumentary, inoltre, è stata fatta anche per avvicinare un pubblico giovane e abituato a questo genere così particolare (poiché usato spesso nei film horror).3) ‘Amatevi l’un l’altro come io vi ho amato’: è un insegnamento semplice, il più importante di tutti, un insegnamento che dovrebbe andare oltre la religione ed essere alla base del vivere civile. E’ questo il ‘comandamento più importante di tutti’, così spesso disatteso.
E’ tanto difficile seguire questo insegnamento di Gesù?
4) Il tema da cui è partito Giorgio Amato nella scrittura di questa storia è quello dell’indifferenza e di come una società che si definisce cattolica e cristiana sia così cinica nei confronti degli ultimi e degli emarginati. Secondo voi è un attacco o una difesa verso gli “altri”?5)
Anche i critici di MyMovies (il portale di riferimento del cinema italiano) hanno colto questo spunto di critica sociale: “Più che la dimensione spirituale dal film emerge quella politica che fotografa un paese votato all’egoismo come religione e regola di vita”. Oggi secondo voi l’egoismo è individuale o è diventato sociale?
6) Il film rimane sempre molto legato ai temi d’attualità, come ad esempio, quando il nostro protagonista prova a portare la sua parola in un centro d’accoglienza, dove un comitato di quartiere sta raccogliendo le firme per lo sgombero dei rifugiati. Riesce Gesù a parlare contro chi vuole scocciare quella povera gente?7) Tutti i protagonisti del film hanno avuto la possibilità – grazie all’incontro con Gesù – di cambiare la propria vita in meglio, acquisendo maggiore fiducia in sé stessi e capendo quali siano i valori fondamentali della vita. Ognuno di loro compie un percorso di consapevolezza, importante nell’arco narrativo della storia. La narrazione, effettuata con lo stile documentaristico, aumenta l’empatia del pubblico con i personaggi e porta lo spettatore ad identificarsi con il loro racconto?
8) Ovviamente ci siamo domandati e domandiamo anche a voi che tipo di uso avrebbe fatto Gesù dei social per divulgare il suo messaggio e avvicinare i giovani alla sua parola. E non abbiamo escluso la possibilità che potesse usare una pagina Facebook per promuovere i suoi eventi e diffondere i video dei suoi miracoli?
Nel giorno di Natale la santa messa viene bruscamente interrotta da un uomo con una tunica rossa che asserisce di essere il figlio di Dio, sceso nuovamente dal cielo per rimproverare l’umanità di aver disatteso il suo comandamento più importante: “Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi”. Da quel momento questa figura cristica si aggirerà per la Roma del 2016 cercando i suoi apostoli, e li troverà nei luoghi più disparati. Non mancano l’incontro con un’aspirante ballerina di nome Maddalena e la testimonianza della madre dell’uomo, che racconta di come suo figlio fosse straordinario fin da piccolo. Il tutto viene filmato da due cameraman che non vedremo mai, ma che hanno il compito di documentare l’intera vicenda.
Dopo Sono tornato di Luca Miniero ecco un’altra “figura storica” catapultata nella Roma di oggi, e accolta con un misto di stupore e derisione: persino le suore rifiutano di dare ospitalità al Gesù redivivo (per non parlare dei centri di accoglienza immigrati sul cui cancello campeggia la scritta “Prima gli italiani”).
Come il suo protagonista, Oh mio Dio! è una sorta di UFO atterrato nel panorama cinematografico italiano. A metà fra il mockumentary e il fantasy mescola candid camera e finzione, ma pur nella sua bizzarria mantiene una forte coerenza stilistica e narrativa, e la fotografia di Bruno Cascio come la recitazione di tutto il cast – in particolare quella di Anna Maria De Luca nel ruolo della madre di “Gesù” – collocano il film su un piano alto in termini di qualità e di rigore espressivi.
Ci sono anche sequenze eticamente discutibili, come quella in cui un medico viene castigata perché pratica un aborto legale, o quella in cui una paziente psichiatrica viene “guarita” da un esorcismo (sequenza peraltro molto efficace dal punto di vista cinematografico, anche grazie all’interpretazione di Adele Perna). Ma questo messia dei giorni nostri è sufficientemente credibile nel suo apostolato contemporaneo da rendere Oh mio Dio! davvero interessante. Del resto questo è il quarto lungometraggio di finzione scritto e diretto da un autore davvero anomalo come Giorgio Amato, il cui recente Il ministro era un concentrato di indignazione di fronte al cinismo della società attuale. Ed è perfettamente logico che a Il ministro segua una parabola sulla possibilità di salvarsi in un mondo che vive nel peccato. Anche qui, più che la dimensione spirituale, emerge quella politica, che fotografa un Paese votato all’egoismo come religione e regola di vita.
Ci sono cose che non possiamo spiegare, e il miracolo della vita è una di queste. Poche donne riescono a descrivere ciò che sentono quando tengono per la prima volta il loro figlio tra le braccia. È un’esperienza talmente meravigliosa che non esistono parole adatte.
RazzismoConcezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze. È alla base di una prassi politica volta, con discriminazioni e persecuzioni, a garantire la ‘purezza’ e il predominio della ‘razza superiore’.
In molte parabole Gesù cerca di illustrare le caratteristiche di questo regno. Ecco un elenco di parabole di Matteo in cui si illustra il regno dei cieli
Gesù trasmise gran parte del suo insegnamento attraverso le parabole. La parabola era un tipo di racconto a carattere religioso molto usato dai rabbini e dai maestri della legge: piccole storie, facili da memorizzare, fondate su un paragone e destinate a comunicare un insegnamento. Gesù ne fece un uso particolare, servendosi di un linguaggio semplice, popolare, che raccontava storie tratte dalla vita quotidiana in grado di simboleggiare, con grande forza comunicativa, verità di difficile comprensione.
La parabola della pecora smarrita è una parabola di Gesù raccontata nel Vangelo secondo Matteo (18,12-14), nel Vangelo secondo Luca (15,3-7)
Luca 15, Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. 17 Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; 19 non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni.
8 E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. 9 Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. 10 Ora, mentre quelle andavano per comprare l olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11 Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore aprici! 12 Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. 13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l ora.
Il Regno dei Cieli (in greco: ἡ βασιλεία τῶν οὐρανῶν, he basileia tōn ouranōn) oppure il Regno di Dio (in greco: ἡ βασιλεία τοῦ Θεοῦ, he basileia tou Theou) è un concetto chiave del Cristianesimo basato su una espressione attribuita a Gesù e riportata nei Vangeli.
A volte è indicato anche come Regno di Cristo o, più semplicemente, Il Regno o Regno.
La parola regno ricorre nel Nuovo Testamento più di 100 volte ed è utilizzata soprattutto dai Vangeli sinottici. L’evangelista Matteo nel suo vangelo preferisce il termine basileia tōn ouranōn, che è stato comunemente tradotto come regno dei cieli, mentre Luca e Marco nei loro vangeli preferiscono l’espressione Basileia tou Theou, che viene comunemente tradotto in italiano come regno di Dio.
Soprattutto all’inizio della sua predicazione Gesù sottolinea l’imminenza di questo regno dei cieli (o di Dio). All’inizio del Vangelo di Marco Gesù dice:
« Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo » (Marco 1,15)
All’inizio del Vangelo di Matteo Giovanni il Battista dice:
« Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino! » (Matteo 3,2)
Sempre nel Vangelo di Matteo Gesù stesso dice:
« Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino! » (Matteo 4,17)
Le parabole del regno
In molte parabole Gesù cerca di illustrare le caratteristiche di questo regno. Ecco un elenco di parabole di Matteo in cui si illustra il regno dei cieli:
• Parabola del seminatore – il regno è paragonato al seminatore che sparge il grano e questo fruttifica dove più e dove meno – 13,1-9;
• Parabola del granello di senape – il regno è paragonato ad un piccolo seme che diventa una pianta grande – 13,31-32;
• La parabola del lievito – il regno è paragonato al lievito che fermenta tutta la pasta – 13,33-35;
• Parabola del tesoro nascosto – il regno è paragonato ad un tesoro nascosto in un campo; chi lo trova compra il campo per diventarne legittimo proprietario – 13,44;
• Parabola della perla preziosa – il regno è paragonato ad una perla preziosa; il mercante che la trova vende tutti i suoi averi per poterla comperare – 13,45-46;
• Parabola della rete – il regno è paragonata ad una rete che raccoglie pesci buoni e pesci cattivi; una volta a terra i pescatori dividono gli uni dagli altri – 13,47-50;
• Parabola del servo senza pietà – il regno è paragonato ad un padrone che fa i conti con i suoi servi e condona volentieri i debiti a chi è pronto lui stesso al condono – 18,23-25;
• Parabola dei lavoratori della vigna – il regno è paragonato ad un padrone che assolda a tutte le ore dei lavoratori per la sua vigna – 20,1-16;
• Parabola del banchetto di nozze – il regno è paragonato ad un re che organizza un banchetto per il suo figlio che si sposa ed invita tutti al banchetto stesso – 22,1-14;
• Parabola delle dieci vergini – il regno è paragonato a dieci vergini di cui cinque prudenti e cinque stolte – 25,1-13.
Queste parabole vengono chiamate allora Parabole del regno.
Significato
Con questa espressione Gesù si riferiva al regno o alla sovranità di Dio su tutte le cose. Questo concetto era in contrapposizione a quello di regno dei poteri terreni, specialmente l’Impero romano, che aveva occupato le città di Nazaret e Cafarnao, dove Gesù viveva, ma anche la città più importante della Giudea, Gerusalemme.Nella tradizione cristiana il Regno dei Cieli (o di Dio) è stato accostato al concetto di Paradiso.
Il Regno è vicino
Nel rivolgersi a Ponzio Pilato, Gesù affermerà:
«Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui». Allora Pilato gli disse: «Ma dunque, sei tu re?» Gesù rispose: «Tu lo dici; sono re; io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce». » (Gv 18,36-37 [1]
Il Regno è presente
In alcune occasioni, Gesù parlerà del Regno anche come di una realtà presente:
« «curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio». » (Lc 10,9 [6])
« «Ma se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio». » (Mt 12,28 [7])
« Interrogato dai farisei: «Quando verrà il regno di Dio?», rispose: 21 «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!». » (Lc 17,20 [8])
Dunque l’uomo — l’umanità — è per sua natura buono o cattivo?
E, se è buono, che cosa lo rende cattivo?
Oppure, se è malvagio, che cosa lo può redimere?
Forse la cultura, cioè l’educazione?
O la bellezza (per esempio l’arte, per esempio la musica)?
Oppure la legge (quella dell’uomo, ma anche quella di Dio)?