26 Gennaio 2015

Il fine di una vita virtuosa consiste nel divenire simili a Dio. S.GREGORIO DI NISSA
VIZI CAPITALI

I vizi capitali sono un elenco di inclinazioni profonde, morali e comportamentali, dell’anima umana, spesso e impropriamente chiamati peccati capitali. Questo elenco di vizi distruggerebbero l’anima umana, contrapponendosi alle virtù, che invece ne promuovono la crescita. Sono ritenuti capitali poiché più gravi, principali, riguardanti la profondità della natura umana. Impropriamente chiamati peccati, nella morale filosofica e cristiana i vizi sarebbero già causa del peccato, che ne è invece il suo relativo effetto.
I vizi capitali sono sette: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia.
La Superbia: desiderio irrefrenabile di essere superiori, fino al disprezzo di ordini, leggi, rispetto altrui. Il superbo ostenta sicurezza e cultura e sminuisce i meriti altrui. La sua posizione psicologica è però più complessa: non sempre è realmente convinto di possedere tutte le qualità che lui stesso si attribuisce. Teme delusioni e insuccessi perché rivelerebbero la triste verità che egli stesso sospetta, quella di essere in realtà un mediocre, un normodotato, di rientrare nella media.

I vizi capitali sono sette: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia.
L’Avarizia: desiderio irrefrenabile dei beni temporali. Estremo contenimento delle spese non perché lo imponga la necessità, ma per il gusto di risparmiare fine a se stesso. L’avaro si sente un virtuoso e si descrive con aggettivi delicati ed equilibrati: prudente, attento, oculato, parco.

I vizi capitali sono sette: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia.
La Lussuria: desiderio irrefrenabile del piacere sessuale fine a se stesso. La lussuria non è la semplice dedizione ai piaceri sensuali. Lussurioso è soprattutto chi si lascia rapire e cullare continuamente dalla fantasie sensuali. La lussuria diventa un vizio quando il costante volgersi del pensiero al desiderio impedisce il normale svolgimento delle incombenze quotidiane.

I vizi capitali sono sette: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia.
L’Invidia: tristezza per il bene altrui, percepito come male proprio. Per l’invidioso, la felicità altrui è fonte di personale frustrazione. Sminuisce i successi altrui e li attribuisce alla fortuna o al caso o sostiene che siano frutto di ingiustizia.

I vizi capitali sono sette: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia.
La Gola: abbandono ed esagerazione nei piaceri della tavola, e non solo. Il peccato di gola non è la mera ingordigia o la smodata consumazione di cibo, ma il lusso alimentare, la predilezione per la cucina raffinata, la propensione a cibarsi esclusivamente di pietanze pregiate e costose.

I vizi capitali sono sette: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia.
L’Ira: irrefrenabile desiderio di vendicare violentemente un torto subito. L’ira non è l’occasionale esplosione di rabbia: diventa un vizio in presenza di un’estrema suscettibilità che fa sì che anche la più trascurabile delle inezie sia capace di scatenare una furia selvaggia.


I vizi capitali sono sette: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia.
L’Accidia: torpore malinconico, inerzia nel vivere e compiere opere di bene. Indolenza, indifferenza: l’accidioso indugia voluttuosamente nell’ozio e nell’errore. Sa quali siano i suoi impegni, ma pur di non assolverli, ne ridimensiona la portata, autoconvincendosi che si tratti di piccolezze e che rimandarle non comporti conseguenze gravi.


I sette vizi capitali, noti anche come peccati capitali, sono un raggruppamento e una classificazione dei vizi nell’ambito degli insegnamenti cristiani. Sebbene non siano direttamente menzionati nella Bibbia, esistono dei paralleli con le sette cose che Dio detesta nel Libro dei Proverbi. I comportamenti o le abitudini sono classificati in questa categoria se danno direttamente origine ad altre immoralità.
Secondo l’elenco standard, i sette vizi capitali sono la superbia, l’avarizia, l’ira, l’invidia, la lussuria, la gola e l’accidia[2] e possono essere catalogati in parallelo alle virtù alle quali si oppongono, cioè le tre virtù teologali e le quattro virtù cardinali.
Questi vizi (dal latino vĭtĭum, mancanza, difetto, ma anche abitudine deviata, storta, fuori dal retto sentiero) distruggerebbero l’anima umana, contrapponendosi alle virtù, che invece ne promuovono la crescita. Sono ritenuti “capitali” poiché più gravi, principali, riguardanti la profondità della natura umana. Impropriamente chiamati “peccati”, nella morale filosofica e cristiana i vizi sarebbero in realtà causa del peccato, che ne è invece il suo relativo effetto.
La classificazione dei vizi capitali ebbe origine con i Padri del deserto, in particolare con Evagrio Pontico. L’allievo di Evagrio, Giovanni Cassiano, con il suo libro Le istituzioni cenobitiche, portò la classificazione in Europa,[6] dove divenne fondamentale per le pratiche confessionali cattoliche, come documentato nei manuali penitenziali e in opere letterarie come “Il racconto del parroco” da I racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer e il Purgatorio di Dante Alighieri, in cui i penitenti del Purgatorio sono raggruppati e penitenziati in sette cornici in base al loro peccato peggiore. L’insegnamento della Chiesa si concentrava in particolare sull’orgoglio, ritenuto la radice di tutti i peccati in quanto allontana l’anima da Dio, e sull’avidità o cupidigia.
I sette peccati capitali sono discussi nei trattati e raffigurati nei dipinti e nelle decorazioni scultoree delle chiese cattoliche, nonché nei libri di testo più antichi. I sette peccati capitali, insieme ai peccati contro lo Spirito Santo e ai peccati che gridano vendetta al Cielo, sono insegnati soprattutto nelle tradizioni cristiane occidentali come cose da deplorare
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