24 Maggio 2012

Gregorio Magno e il monachesimo

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Gregorio Magno e il monachesimo

Il pontefice Gregorio Magno diede particolare risalto al monachesimo benedettino, a cominciare dal fondatore, cui dedicò il secondo libro dei Dialogi, descrivendolo, secondo le norme dell’antica agiografia, in toni elevati ed avvolgendolo in una spiccata atmosfera di sacralità

Con il canto gregoriano alle radici della cultura europea. San Gregorio Magno papa e san Benedetto abate: le sorgenti della Chiesa medievale. Due giganti di semplicità e rigore vissuti fra V e VI secolo

Discendente da un’antica famiglia senatoria e nato nel 540 circa, Gregorio ebbe un’istruzione sicuramente di alto livello; la sua ascesa politica lo vide infine, poco più che trentenne, praefectus urbis di Roma (carica paragonabile a quella di sindaco). Poi, però, donò le sue ricchezze alla Chiesa e abbandonò la vita laicale dedicandosi ad opere di carità e fondando monasteri. Nel 578 divenne per nomina del papa (Benedetto I) uno dei sette diaconi di Roma e fu perfino inviato come nunzio presso l’imperatore a Costantinopoli. Cessò il proprio ministero di diacono nel 586 circa e si aggregò quindi alla comunità monastica di S. Andrea ad Clivum Scauri sul Celio, che egli stesso aveva fondata nella propria abitazione e che molto probabilmente seguiva una regola non strettamente benedettina, bensì basata sulle cosiddette regulae mixtae, desunte attingendo da diverse norme e pratiche. Questi pochi anni trascorsi nel monastero furono da lui sempre ricordati come i più felici della sua vita.
Venne eletto papa per acclamazione nel 590, in un momento difficile specialmente nell’Italia attraversata dalle ondate successive della dominazione dei goti, dei bizantini e infine dei longobardi; fra l’altro, proprio in quel periodo a Roma le epidemie avevano decimato la popolazione. Il suo pontificato realizzò un progetto di espansione della latinità e della fede che segnò tutta la storia seguente. Gregorio non era né teologo né filosofo nel vero senso della parola, ma riunì in sé peculiarità tali da meritargli l’appellativo (con cui passò alla storia) di “Magno” e che lo fecero proclamare “dottore della Chiesa”: fu monaco, apostolo, maestro di disciplina, profondo conoscitore del diritto romano, dotato di singolari facoltà organizzative.
Nel suo progetto di riassetto della Chiesa ebbe un ruolo ragguardevole la spinta evangelizzatrice. Intorno al 596 inviò il monaco Agostino con una quarantina di compagni a predicare il vangelo nell’isola britannica, che dopo le invasioni degli angli e dei sassoni era pressoché completamente pagana; a questi pionieri è attribuita la fondazione del monastero di Canterbury, significativamente dedicato ai santi Pietro e Paolo. Ma l’evangelizzazione fu rivolta anche all’interno della Chiesa, specie nei riguardi degli illiterati che, non conoscendo il latino, rimanevano in uno stato di istruzio-ne non elevato e non potevano fruire degli scritti contenuti nei codici: Gregorio non solo promosse nelle chiese l’utilizzo delle immagini (picturae) che permettevano a tutti di “leggere con gli occhi sulle pareti” i testi biblici, ma suggerì anche l’uso della lingua rustica ossia corrente (evidentemente non il latino) nelle omelie ai fedeli e nei sermoni. Ancora, per avvicinare e coinvolgere il popolus cristiano durante la pestilenza del 590, organizzò una processione cittadina che coinvolse l’intera Roma in un ordinato corteo scenografico senza eguali, capace di unire laici e religiosi in una rappresentazione mimata e cantata dell’unità dei credenti.
La sua attenzione si rivolse anche al progresso delle strutture ecclesiastiche, in senso tanto giuridico quanto morale. Perciò riformò il clero arginando soprattutto il commercio venale di beni sacri, ma seppe altresì amministrare il patrimonio della Chiesa in maniera oculata. Fu capace di fronteggiare i longobardi e di stipulare accordi diplomatici. Scrisse diverse opere, fra cui un Liber pastoralis curae (divenuto famosissimo) che dava consigli ai vescovi nella loro missione pastorale. Nei documenti pontifici inserì accanto al proprio nome la formula “servus servorum Dei” (“servo dei servi di Dio”), che rimase elemento costitutivo del titolo papale (lo è ancora oggi).
Fra le tante rappresentazioni medievali, una in particolare mostra la colomba dello Spirito Santo che, posata sulla spalla di Gregorio, gli sussurra all’orecchio la salmodia liturgica, mentre egli prova a cantarla e la detta a due scribi: questa iconografia è legata alla memoria delle riforme liturgiche operate dal pontefice, che riordinò e codificò il repertorio antico introducendo altresì modifiche nel canone della Messa, e a cui pertanto è stata attribuita anche la paternità della monodia sacra cristiana ossia del canto “gregoriano”, riconosciuto come “autentica” salmodia della Chiesa.
Morì nel 604. Circa dieci anni prima, intorno al 593-594, aveva scritto i Dialogi, che costituiscono la fonte principale sulla vita e le opere del monaco santo più famoso del medioevo, Benedetto da Norcia, che all’epoca era morto da una quarantina
Secondo la tradizione, alimentata principalmente dai ricordi gregoriani, Benedetto nacque verso l’anno 480 a Norcia, vicino a Spoleto, da una famiglia benestante. Dopo aver studiato a Roma, di-sgustato dal disordine morale che opprimeva la città si ritirò dapprima ad Affile, tra Fiuggi e Tivoli, poi (forse nel 500) in una grotta (il Sacro Speco) a Subiaco, ove trascorse un periodo di vita eremitica. Poiché accorrevano numerosi discepoli, fondò dodici monasteri nella valle dell’Aniene, indi nel 529 si recò a Cassino con alcuni confratelli e, dopo un’intensa opera di evangelizzazione, edifi-cò il nuovo cenobio di Montecassino. Proprio in questo luogo Totila, rex dei goti, giunse nel 546 per incontrare Benedetto, riconoscendogli santità e virtù. E sempre nei pressi di Montecassino una volta all’anno il santo incontrava sua sorella, santa Scolastica, religiosa anch’essa.
In quegli anni imperversavano le vicende della cosiddetta guerra greco-gotica (535-553), intrapresa dai bizantini per il recupero dell’Italia occupata dagli ostrogoti. Benedetto morì probabilmente nel 547, prima che i conflitti avessero termine.
Con la sua opera, questo santo ci aiuta a riscoprire i tratti del cristianesimo antico anche come vitale elemento dell’identità europea; la sintesi da lui operata tra spiritualità orientale e occidentale ci ricorda quanto sia indispensabile anche oggi il contatto diretto con queste radici, come ha significativamente sottolineato il Concilio Vaticano II (Decreto sull’ecumenismo, 15). Il 24 dicembre 1964 Paolo VI lo ha nominato patrono d’Europa.
Il monachesimo medievale.

Per tutto il medioevo il monachesimo rappresentò una componente fondamentale per diversi aspetti. L’intera vita sociale fu segnata dalla presenza dei monaci. Fra le diverse esperienze, quella fondata da Benedetto ebbe come culla la penisola italiana e si espanse successivamente in tutta Europa.
La diffusione del monachesimo in occidente era cominciata già dalla fine del IV secolo, privile-giando la vita in comune (cenobio, da koinós ossia “comune” e bíos ovvero “vita”) piuttosto che le forme eremitiche. Le cosiddette regole rimasero a lungo eterogenee e flessibili, unificando pratiche di origine orientale trasmesse per iscritto e consuetudini locali; quella più famosa era l’anonima Regula Magistri (o Regola del Maestro).
La Regola di Benedetto, redatta a Montecassino fra il 530 e il 550, operò una sintesi della pratica e della letteratura monastica precedenti; essa diede un ruolo fondamentale alla comunità, costituente una vera e propria famiglia retta dall’autorità di un abate (ab in aramaico indica il padre) e all’interno della quale doveva vigere una totale condivisione, sul modello della comunità apostolica (“tutto sia comune a tutti”, si legge negli Atti degli Apostoli).
Accanto alla preghiera, il monachesimo benedettino valorizzava il lavoro intellettuale (imprescindibile era la pratica della lectio divina, lettura sapienziale dei testi biblici) e manuale. Il famoso motto “ora et labora” non è certo sufficiente a rendere conto dell’esperienza benedettina così complessa e feconda; peraltro esso non si trova nella Regola e, come tale, è stato formulato soltanto nel secolo XVIII in ambiente bavarese. Parametro fondamentale della vita del monaco era, piuttosto, la stabilitas, concetto articolato che solo in parte si può identificare con la saldezza morale: semplificando, si può dire che ciascun monaco doveva avere dentro di sé il proprio “luogo”, paragonabile a una città ben salda, che prefigura la civitas celeste, il cui valore assoluto è l’amore di Cristo (“nulla anteporre all’amore di Cristo”, Regola, 4, 21); allo stesso modo, i monasteri erano concepiti come anticamera del paradiso, una sorta di isola angelica nel mondo.
I monasteri divennero centri importanti sia per l’economia rurale, organizzando lo sfruttamento delle risorse agricole, sia per la trasmissione culturale, in particolare grazie all’attività degli scriptoria in cui i monaci amanuensi trascrivevano i libri in forma di codice a carte rilegate (ma il libro dell’antichità era stato in forma di rotolo ossia di volumen, da cui il termine “volume”).
Soppiantando in gran parte le regole monastiche precedenti, le comunità benedettine maschili e femminili si diffusero rapidamente in Italia e poi in Europa, divenendo anche strumento utilissimo per l’evangelizzazione dei pagani.
Il pontefice Gregorio Magno diede particolare risalto al monachesimo benedettino, a cominciare dal fondatore, cui dedicò il secondo libro dei Dialogi, descrivendolo, secondo le norme dell’antica agiografia, in toni elevati ed avvolgendolo in una spiccata atmosfera di sacralità.
Gregorio, inoltre, indirizzò i monaci ad assumere un vero e proprio ruolo di “bonifica” morale e materiale nel difficile quadro in cui si trovava l’intera Europa e l’Italia in particolare, lacerata dalla conquista longobarda.
Le vicende dei singoli cenobi intessono il quadro storico del medioevo; si pensi che nel 577, nel corso della loro lenta avanzata lungo la penisola italiana, i longobardi distrussero il complesso di Montecassino e i monaci in fuga verso Roma salvarono il codice contenente la Regola di Benedetto.
L’espansione del cenobitismo benedettino si svolse in gran parte spontaneamente, anche se felicemente inserita in un quadro di forze che almeno in parte la favorirono. Si pensi, ancora, all’importanza rivestita dalle abbazie di Farfa, Nonantola, San Vincenzo al Volturno, Novalesa (in Val di Susa), contemporanee alla ricostruita Montecassino (717).
Nel cuore dei secoli medievali, la forma benedettina si legò alle sorti dell’impero di Carlo Magno e dei suoi successori, che ne favorirono il rafforzamento e ne decretarono la vittoria giuridica: nell’817 le norme benedettine vennero rese obbligatorie per tutte le comunità monastiche dell’Impero, che cessarono così di reggersi attraverso consuetudini separate.
Dalla famiglia primigenia presero corpo diverse consuetudini regolari: cluniacensi (sorti nel 910 presso il monastero di Cluny in Borgogna), cistercensi (monaci bianchi dell’abbazia di Cîteaux, istituita nel 1098), certosini (ordine eremitico fondato nel 1084 nel massiccio desertico della Grande Chartreuse presso Grenoble), vallombrosani (congregazione del monastero di Vallombrosa in provincia di Firenze, approvata nel 1055) e camaldolesi (fondati a Camaldoli presso Arezzo nel 1012 circa, in doppia forma sia eremitica sia cenobitica), che furono tutti l’esito di rivisitazioni e riforme della prima norma dettata da Benedetto.

Qualche spunto dalla Regola di san Benedetto.

“(…) Non antepongano a Cristo assolutamente nulla.

(…) Prima di ogni altra cosa, devi chiedere a Dio con insistenti preghiere che egli voglia condurre a termine le opere di bene da te incominciate (…)

(…) È tempo ormai di levarci dal sonno. Apriamo gli occhi alla luce divina, ascoltiamo attentamente la voce ammonitrice che Dio ci rivolge ogni giorno (…)
(…) Come c’è uno zelo cattivo e amaro che allontana da Dio e conduce all’inferno, così c’è uno zelo buono che allontana dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna.”

Gregorio Magno • nobile romano • apocrisario del vescovo di Roma a Costantinopoli • pontefice dal 590 al 604 • servus serv...

Il monachesimo in OrienteEREMITICO ANACORETICO CENOBITICO Antonio (III-IV sec.) Pacomio (IV sec.)• ascesi • modello milita...

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In Irlanda
«Sia la strada al tuo fianco,
il vento sempre alle tue spalle,
che il sole splenda caldo
sul tuo...

Beato Gioacchino da Fiore Abate cistercense 30 marzo

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Gioacchino da Fiore - VIAGGIO ITALIANO

Celico, Cosenza, 1130 c. – Fiore, Cosenza, 30 marzo 1202

Il 30 marzo del 1202 muore nell’eremo calabrese di San Martino a Petrafitta Gioacchino da Fiore, monaco cistercense e poi fondatore dell’Ordine florense. Gioacchino nacque a Celico, in Calabria, attorno al 1130. A circa trent’anni, abbandonò la propria professione e si recò in Terra Santa, dove iniziò ad approfondire quell’amore per le Scritture che non l’avrebbe mai più abbandonato.

Ritornato in patria, dopo un periodo da eremita egli entrò dai cistercensi di Corazzo, di cui divenne abate nel 1177. Presto, però, Gioacchino si convinse dell’inadeguatezza del monachesimo tradizionale di fronte alla crisi che attraversavano allora il mondo civile e quello ecclesiale. Egli diede perciò vita, con alcuni compagni e con la protezione degli imperatori normanni di Sicilia, a un nuovo ordine, a partire dal monastero di San Giovanni in Fiore.

Osteggiato dai cistercensi, che si sentivano traditi dall’abate calabrese, ma difeso da papi e imperatori, Gioacchino morì nell’eremo dove aveva deciso di trascorrere i suoi ultimi giorni, dopo aver lasciato un tesoro inestimabile e particolarmente originale di commentari biblici. Testimone di una radicale povertà evangelica, predicatore di una chiesa umile e «serva del Signore» in mezzo alla violenza delle crociate, Gioacchino passò alla storia per la sua teologia dall’ampio respiro trinitario, e soprattutto per le sue profezie sull’imminente «epoca dello Spirito», che ispireranno molti movimenti di riforma religiosa nel XIII secolo.

Gioacchino da Fiore nacque a Célico (Cosenza) intorno al 1130, da un’umile famiglia d’agricoltori o, secondo altri, da un notaio. Dopo aver visitato la Palestina, si fece frate cistercense e in seguito fu nominato abate.

Tra i vari monasteri di cui fu ospite si ricorda l’abbazia di Casamari. In seguito ad una crisi spirituale, abbandonò l’ordine e dopo un periodo di eremitaggio fondò la congregazione florense, che prende titolo dal monastero di san Giovanni in Fiore, sulla Sila, dove ebbe sede, e che nel 1570 confluì nell’ordine dei cistercensi.

Gioacchino morì intorno al 1202, secondo alcuni a Pietralta o Petrafitta, secondo altri a Corazzo o S. Martino di Canale o S. Giovanni in Fiore. La sua morte avvenne quando san Francesco, nella malattia della prigionia a Perugia, concepiva i primi germi della conversione tutta basata sul principio di povertà.

A Gioacchino è attribuita la predizione degli ordini francescano e domenicano, nonché dei colori dei relativi abiti. Nell’ordine francescano si videro praticamente realizzate le aspettative di Gioacchino; e i francescani rigorosi (veri e propri gioachimiti) si dissero “spirituali” con tipico termine gioachimita dedotto dalla profezia relativa alla Terza Età, da lui detta “dello Spirito Santo”, un’Età di rigenerazione della Chiesa e della società, col ritorno alla primigenia povertà e umiltà.

Gioacchino da Fiore può essere definito monaco, abate, teologo, esegeta, apologeta, pensatore, riformatore, mistico, filosofo, veggente, asceta, profeta.

Da un lato scriveva e predicava, dall’altro si macerava in incredibili penitenze. Nel 1215 il Concilio Lateranense IV condannò una sua opinione relativa al teologo Pietro Lombardo, ma salvaguardò la persona di Gioacchino, perché egli aveva ribadito più volte la sua adesione alla dottrina cattolica e aveva chiesto d’essere corretto dai suoi confratelli o dalla Chiesa stessa, ordinando che tutti i suoi scritti venissero sottoposti al vaglio della S. Sede e dichiarando di ritenere validi solo quelli che la Chiesa stessa avrebbe approvato.

Fra le sue opere è molto importante il Liber figurarum, in cui egli spiega la dottrina cattolica per mezzo di figure simboliche (due delle quali — quella del drago a sette teste e quella dei tre cerchi trinitari — sono presentate in questo sito, accanto alla miniatura di Gioacchino con l’aureola di santo presente nel manoscritto Chigi A.VIII.231 della biblioteca vaticana). Tale Liber è notevole anche dal punto di vista artistico: lo stesso Gioacchino, infatti, fu ritenuto bravo pittore, tanto che sono attribuite a lui l’ideazione e la realizzazione dei mosaici della basilica veneziana di S. Marco.

Subito dopo la sua morte, la vox populi lo proclamò santo e i seguaci inviarono alla S. Sede la documentazione dei numerosi miracoli, ora ripubblicati da Antonio Maria Adorisio. Ciò al fine d’avviare il processo di canonizzazione.
Se da una parte la memoria della santità di Gioacchino fu inquinata da errate interpretazioni della sua dottrina, dovute sia ad avversari sia a seguaci troppo zelanti, nonché dall’attribuzione a lui di false profezie ed opinioni teologiche, dall’altra il papa Onorio III con una bolla del 1220 lo dichiarò perfettamente cattolico e ordinò che questa sentenza fosse divulgata nelle chiese.

Il fervido culto popolare di Gioacchino da Fiore si diffuse presto a largo raggio. Dante Alighieri lo collocò fra i beati sapienti con queste parole: “E lucemi da lato / il calabrese abate Gioacchino / di spirito profetico dotato” (Par. XII). Inoltre Gioacchino è presentato col titolo di beato negli Acta Sanctorum compilati e pubblicati dai gesuiti bollandisti nel 1688, nonché in dizionari ed enciclopedie varie.

E nel rituale dei monaci florensi esisteva la messa in onore del beato Gioacchino che veniva celebrata il 30 marzo (giorno della sua morte), il 29 maggio e in altre occasioni, come pure esisteva un’antifona dei vespri in cui si esaltava il suo spirito profetico (frase poi tradotta da Dante nella Divina Commedia). Ciò ha fatto sì che — a quanto scrivono Emidio De Felice e Orietta Sala nei loro dizionari d’onomastica — si deve al suo carisma la diffusione in Italia del nome personale Gioacchino.
Le sue spoglie — di cui recentemente è stata fatta una ricognizione — si trovano nella cripta dell’abbazia di S. Giovanni in Fiore, comune che ha preso il nome proprio da tale abbazia. Nel 2001 l’arcivescovo di Cosenza-Bisignano mons. Giuseppe Agostino ha riaperto il processo di canonizzazione per portare presto Gioacchino da Fiore alla piena gloria degli altari e — si ritiene — anche al titolo di “dottore della Chiesa”.

Il gioachimismo cattolico ha avuto un impetuoso risveglio soprattutto col Concilio Vaticano II. Ha fatto leva su Giovanni XXIII e la sua invocazione di «una nuova Pentecoste». Ha contrapposto lo «spirito» del Concilio alla sua «lettera». Ha predicato una nuova Chiesa «spirituale» al posto di quella vecchia «carnale». Soprattutto le correnti progressiste della Chiesa hanno innalzato questo stendardo. Anche il mito della «Chiesa dei poveri» lanciato dal cardinale Giacomo Lercaro e dal suo teologo don Giuseppe Dossetti rimanda a Gioacchino da Fiore, ai fraticelli e a Celestino V, il papa mistico che, unico caso nella storia, rinunciò alle somme chiavi.

Il grande teologo gesuita e poi cardinale Henri De Lubac dedicò negli anni Settanta all´influsso del monaco calabrese due volumi di più di mille pagine, intitolati “La posterità spirituale di Gioacchino da Fiore”. Il primo è oggi esaurito. Ma il secondo, “Da Saint-Simon ai nostri giorni”, edito da Jaca Book, è ancora disponibile in libreria.

In esso, De Lubac dedica pagine acute all´impronta gioachimita sul pensiero hegeliano e marxista, ma anche su Lamennais, sul messianismo polacco di un Adam Mickiewicz, sui grandi autori russi. Il capitolo conclusivo, purtroppo incompiuto, ha per titolo “Neogioachimismi contemporanei”. De Lubac vi scrive:

«Il “cancro” denunciato dal Concilio provinciale di Arles nel 1262 era una semplice dottrina fantasiosa, una corrente marginale, episodio effimero nella storia cristiana, o al contrario un fenomeno di straordinaria portata, dal seguito incalcolabile? La risposta non appare dubbia. […] Il gioachimismo non è solo riconoscibile in contesti completamente secolarizzati. Esso ispira, come forza ancor viva, movimenti spirituali che non vogliono uscire dai confini del cristianesimo. […] Nella seconda parte del secolo XX assistiamo al suo risveglio nel cuore stesso della Chiesa. Sembra perfino volervi effettuare un ritorno in forze.

Però, rispetto allo stesso Gioacchino, i suoi odierni araldi non annunciano lo sboccio dello Spirito per l´indomani; lo vedono e lo dicono già presente in loro; essi ne sono gli organi. Forse più di Gioacchino, accentuano la cesura tra la Chiesa proveniente dal passato, dichiarata ormai invecchiata, e quella del futuro, che sorge oggi stesso in qualche luogo privilegiato, raggiante di giovinezza. […] Si osserva alla base una concezione lineare del tempo, che crede di non poter accogliere nulla di nuovo se non attraverso il rifiuto dell´antico».

A riprova di questi suoi giudizi, De Lubac cita di passaggio autori «dottrinalmente inoffensivi» come Mario Pomilio con il suo “Il quinto evangelio” e Ignazio Silone «figlio degli Abruzzi e di un cattolicesimo popolare impregnato di gioachimismo».

Ma dedica spazio soprattutto ai teorici della «morte di Dio» e ai teologi della liberazione, da Jean Comblin a Giulio Girardi a Leonardo Boff. Nei quali De Lubac rinviene un gioachimismo senz´altro condannabile, ma anche talmente «confuso» da permettere loro «di sfuggire all´eterodossia cristiana».

E ancora. Tra i grandi teologi imbevuti di gioachimismo, De Lubac prende di mira il gesuita Michel de Certeau e il protestante Jurgen Moltmann, «la cui “Teologia della speranza” riprende per cristianizzarle, ma senza riuscirvi molto bene, le concezioni escatologiche di Ernst Bloch» .

Il capitolo si interrompe sul limitare del primo dopoconcilio, quando «sboccia tutta una fioritura di apostoli dello Spirito al sole della Chiesa, di una Chiesa al tramonto che deve far posto a quella del domani, […] una nuova Chiesa in cui l´amore deve “prendere il posto della legge”».

Avesse proseguito, c’è da scommettere che De Lubac avrebbe incluso nella sua critica Giuseppe Dossetti e il dossettismo. Ossia la corrente intellettuale dominante nel cattolicesimo italiano della seconda metà del secolo XX.

__________

Il libro da rileggere:

Henri de Lubac, “La posterità spirituale di Gioacchino da Fiore. II. Da Saint-Simon ai nostri giorni”, > Jaca Book, Milano, 1984, pagine 548.

22 Maggio 2012

Sant’ Angela da Foligno Terziaria francescana 4 gennaio Foligno, 1248 – 4 gennaio 1309

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Sant’ Angela da Foligno Terziaria francescana

4 gennaio
Foligno, 1248 – 4 gennaio 1309

Angela of Foligno 1.jpg

Dopo essersi recata ad Assisi ed aver avuto esperienze mistiche avviò un’intensa attività apostolica per aiutare il prossimo e soprattutto i suoi concittadini affetti da lebbra. Una volta morti marito e figli diede tutti i suoi averi ai poveri ed entrò nel Terz’Ordine Francescano: da quel momento visse in modo cristocentrico, ovvero tramite l’amore giunge all’identica mistica con Cristo. Per i suoi scritti assai profondi è stata chiamata “maestra di teologia”. Il 3 aprile 1701 furono concessi Messa ed Ufficio propri in onore della Beata. Infine il 9 ottobre 2013 Papa Francesco, accogliendo la relazione del Prefeto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha iscritto Angela da Foligno nel catalogo dei Santi, estendendone il Culto liturgico alla Chiesa Universale.

La Chiesa, con la recente canonizzazione equipollente da parte di papa Francesco, le attribuisce il titolo di santa e la sua memoria viene celebrata oggi dall’Ordine francescano, ma il popolo già da secoli la invocava col titolo di santa. Angela da Foligno, una delle prime mistiche italiane, nacque nella medievale cittadina umbra nel 1248. In gioventù, come la coetanea Margherita da Cortona, indulse alle vanità femminili, vivendo in tranquilla agiatezza in una casa non fastosa ma decorosa, accanto al marito e ai figli. Non mancarono anche gravi colpe morali culminate in una serie di confessioni e di comunioni sacrileghe. All’età di 37 anni, però, mutò radicalmente le sue abitudini di vita. Provata dal dolore con la perdita del marito e dei figli, mostrò in queste tragiche circostanze una forza d’animo non comune. Era l’anno 1285: S. Francesco le apparve in sogno e la esortò a percorrere con coraggio la via della perfezione.

Angela, attirata dalla vita povera e penitente dei Terziari francescani, si spogliò di tutti i suoi averi e professò la Regola del Terz’Ordine francescano, emise i voti religiosi dedicandosi, insieme ad una compagna, a un eroico servizio presso malati e lebbrosi.

Intraprese un pellegrinaggio ad Assisi che doveva segnare un’orma profonda nella sua anima. Fu durante questo viaggio che Angela fece sconcertanti ed esaltanti esperienze mistiche, di cui fu stupito testimone anche il suo parente e confessore francescano, il B. Arnaldo da Foligno: questi, temendo si trattasse di fenomeni dovuti a suggestioni del maligno, le impose di dettargli le sue esperienze interiori da cui il «Libro della beata Angela».

Il bisogno di far luce sulle profondità di quest’anima squassata dalla grazia diede così origine ad uno dei più preziosi libri sulle esperienze mistiche di un’anima particolarmente favorita da Dio. L’autobiografia che la beata dettava in dialetto umbro veniva immediatamente resa in un limpido latino scolastico.

In “trenta passi” Angela dettò quanto avveniva nella sua anima, dal momento della conversione al 1296, quando tali manifestazioni mistiche si fecero più frammentarie e lasciarono campo a nuove manifestazioni spirituali, in particolare quella della “maternità spirituale” che raccolse intorno alla “Lella da Foligno” un vero cenacolo di anime desiderose di perfezione. 

A loro la beata inviava numerose lettere e per loro redigeva anche le Istruzioni salutifere. La povertà, l’umiltà, la carità, la pace erano i suoi grandi temi: “Lo sommo bene dell’anima è pace verace e perfetta… Chi vuole dunque perfetto riposo, si studi d’amare Iddio con tutto il cuore, perciò che in tale cuore abita Iddio, il quale solo dà e può la pace dare”.

Angela morì a Foligno nel 1309 e lì fu sepolta, nella chiesa di San Francesco. Il suo culto fu riconosciuto il 7 maggio 1701. Il 9 ottobre 2013 Papa Francesco ha firmato la Lettera Decretale di Canonizzazione equipollente della Beata Angela da Foligno.

21 Maggio 2012

QUIZ DI RELIGIONE 2

Filed under: Senza Categoria — giacomo.campanile @ 17:11
Questionario sul Il principe d’Egitto
liceo E. Montale  Roma   prof. G. CAMPANILE  MAGGIO 2012
1. Le vicende di Mosè sono narrate nelle Sacre Scritture, in particolare nel libro?
2. Come si chiamano il fratello e la sorella di Mosé?
3. Come si chiama  il faraone ?
4. In che periodo storico è vissuto  Mosé?
5. Quali sono la prima e l’ultima piaga d’Egitto?
6. Ricordi come si chiama la canzone che ottenne  Premio Oscar 1999.
7. Cosa significa il nome Mosé?
8. Con quale nome Dio si è rivelato a Mosé nel roveto ardente…?
9. Come si chiama la moglie di Mosé.
10. Lo strumento che Mosé utilizza per compiere le meraviglie del Signore?
11. Qual’é il segno che protegge gli ebrei dall’angelo della morte?
12. Quali sono i segni della pasqua ebraica?

QUIZ DI RELIGIONE 1

Filed under: QUIZ,Religione — giacomo.campanile @ 17:06
QUESTIONARIO DI RELIGIONE CATTOLICA
LC E. MONTALE – ROMA – INIZIO ANNO 2011-2012
Prof. GIACOMO CAMPANILE
NOME  …………………………….COGNOME  ……………………. CLASSE………DATA..………..
QUAL E’ IL LIBRO CHE TI E’ PIACIUTO TRA QUELLI CHE HAI LETTO IN QUESTE VACANZE ESTIVE. SAPRESTI SINTETIZZARLO IN POCHE RIGHE?
1. PERDONO. Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette
2. Per una società sana, promuovere vita, famiglia e solidarietà
3. L’essenziale è invisibile agli occhi.
4. Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io.
5. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono.
6. La legalità è sacra, ma altrettanto sacri i diritti umani
7. La bellezza ci salverà e trascenderà l’amarezza del nostro vivere
8. Dio è sempre vicino anche nelle oscurità della vita
9. Nell’ arte c’ è il soffio dello Spirito. l’opera d’arte è una strada che può condurre a Dio
10. La fede? E’ allegra e fa vivere meglio
«Il mondo ha bisogno certamente di Dio, ha bisogno della testimonianza della vostra fede».

QUIZ DI RELIGIONE

Filed under: QUIZ,Religione — giacomo.campanile @ 16:59
QUESTIONARIO DI RELIGIONE CATTOLICA

LC E. MONTALE – ROMA – INIZIO ANNO 2020-21

Prof. GIACOMO CAMPANILE

NOME  …………………………….COGNOME  ……………………. CLASSE………DATA..………..

QUAL E’ IL LIBRO CHE TI E’ PIACIUTO TRA QUELLI CHE HAI LETTO IN QUESTE VACANZE ESTIVE. SAPRESTI SINTETIZZARLO ?

1. Cosa significa “Shalom“?

2. Cosa significa l’acclamazione ebraica Alleluia?

3. IN QUALE GIORNO DELLA SETTIMANA MORI’ GESÙ CRISTO?

4. COME SI CHIAMA IL LIBRO SACRO DEI MUSULMANI?

5. Cosa significa la frase “Shemà Israel”?

6. SULLE ACQUE DI QUALE LAGO GESU’ CAMMINO’?

7. QUALE ANGELO ANNUNCIO’ ALLA VERGINE MARIA CHE SAREBBE STATA MADRE DI GESU’?

8. IN CHE CITTÀ SI TROVA IL SANTO SEPOLCRO?

9. QUALI IMPERATORI REGNAVANO A ROMA AL MOMENTO DELLA NASCITA E DELLA MORTE DI GESÙ?

10 Da chi fu battezzato Gesù nel Giordano?

11. COMMENTA QUESTA PARABOLA DI GESÙ

Matteo 21:28-32. Parabola dei due figli

28 «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si avvicinò al primo e gli disse: “Figliolo, va’ a lavorare nella vigna oggi”. 29 Ed egli rispose: “Vado, signore”; ma non vi andò. 30 Il padre si avvicinò al secondo e gli disse la stessa cosa. Egli rispose: “Non ne ho voglia”; ma poi, pentitosi, vi andò. 31 Quale dei due fece la volontà del padre?» Essi gli dissero: «L’ultimo».

 

 

 

6 Maggio 2012

Steven Curtis Chapman: Do Everything

Filed under: MUSICA CRISTIANA — giacomo.campanile @ 15:33

I Can Only Imagine (with lyrics) – MercyMe

Filed under: MUSICA CRISTIANA — giacomo.campanile @ 14:53

Steven Curtis Chapman: Heaven Is The Face

Filed under: MUSICA CRISTIANA — giacomo.campanile @ 13:04

Who Am I – Casting Crowns

Filed under: MUSICA CRISTIANA — giacomo.campanile @ 12:12

chi sono io perchè il Signore di tutta la terra
si preoccupi di conoscere il mio nome
si preoccupi di toccare la mia ferita
chi sono io perchè la luce e la stella del mattino
scelga di illuminare la via
per il mio cuore sempre smarrito
non per chi io sono
ma per quello che Tu hai fatto
non per quello che io ho fatto
ma per chi Tu sei
io sono un fiore che presto appassisce
che oggi c’è e domani non c’è più
un’onda veloce nell’oceano
vapore nel vento
tuttavia Tu mi ascolti quando Ti sto chiamando
Signore, Tu mi afferri quando sto cadendo
e Tu mi hai detto chi sono io
io sono Tuo, sono Tuo
chi sono io perchè gli occhi che vedono il mio peccato
mi guardino con amore e mi guardino rialzarmi ancora
chi sono io perchè la voce che calmò il mare
mi chiami fuori dalla pioggia
e calmi la tempesta in me
non per chi io sono
ma per quello che Tu hai fatto
non per quello che io ho fatto
ma per chi Tu sei
io sono Tuo
di chi avrò paura
di chi avrò paura
perchè io sono Tuo
io sono Tuo

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