Il libro di Michele Boarelli, “Contro l’ideologia del merito”, critica il concetto di meritocrazia descrivendolo non come un sistema di giustizia, ma come un dispositivo di esclusione sociale.
Ecco i punti cardine della sua analisi:
Falsa uguaglianza: L’autore sostiene che il merito ignori le disuguaglianze di partenza. Premiare chi “arriva primo” senza considerare i vantaggi sociali ed economici preesistenti finisce per legittimare i privilegi di nascita.
Strumento neoliberista: Il merito viene usato come etichetta morale per giustificare tagli al welfare e alla scuola pubblica, trasformando diritti universali in premi per i “meritevoli”.
Competizione tossica: La retorica del merito sposta la colpa del fallimento sull’individuo, ignorando i problemi sistemici del mercato del lavoro e della società.
Evoluzione del termine: Boarelli ricorda che il termine “meritocrazia” nacque in origine con un’accezione satirica e negativa (coniato da Michael Young), per poi essere distorto in un valore positivo assoluto.
In sintesi, per l’autore il merito è diventato una nuova religione civile che serve a rendere accettabile la crescente disparità sociale.
Libro importante, questo Contro l’ideologia del merito di Mauro Boarelli (Laterza, 2019, pp. 150, € 14), che raccoglie e sintetizza un lavoro di ricerca critica decennale. Un libro che andrebbe letto in parallelo con La tirannia della valutazione di Angélique Del Rey già recensito su queste pagine [⇒ qui], per mostrare qual è lo stato della riflessione sull’istruzione a livello europeo oggi.
Boarelli ricostruisce la genealogia dell’ideologia del merito, partendo dalla teoria del capitale umano e dal fallimento della sua applicazione all’istruzione: un’ideologia che non è riuscita a calcolare il tasso di rendimento nel campo dell’istruzione, perché non è possibile misurare gli effetti esercitati sulla società nel suo complesso, in termini economici o di benessere. Nondimeno, in barba a quell’oggettività e scientificità che pretende, il concetto di capitale umano è rimasto sul terreno, rivestito dei nuovi abiti della dottrina del New Public Management, della quale vale ricordare almeno tre capisaldi:
1. la cultura manageriale, che pretende di estendere i propri valori in contesti del tutto differenti da quelli in cui si è sviluppata;
2. l’introduzione di forme di incentivazione fondate sulla performance;
3. sostituzione della qualità con l’efficienza, misurato in modo del tutto autoreferenziale in base a indicatori quantitativi elaborati nell’ambito del NPM.
In tal modo il NPM mina i fondamenti culturali delle professioni, indebolendone autonomia e controllo esercitato senza necessità di vigilanza e validazione esterna, negando il carattere collegiale del mestiere: viene così a mancare quella dimensione intrinseca delle motivazioni derivata da passioni e capacità personali, sostituite da premi e incentivi.
Lo strumento attraverso il quale il mercato si afferma in luoghi in cui, non essendoci produzione di merci, non esiste, e deve quindi essere istituito in modo artificiale, è la valutazione, come ricorda Valeria Pinto nel suo importante Valutare e punire. È così che l’idea che il mercato rappresenti la forma “naturale” di organizzazione della società si afferma, sotto forma di ideologia del merito. A fondare questa ideologia, accanto a capitale umano e valutazione standardizzata, contribuisce altresì il concetto di competenze, una delle parole chiave del lessico costruito intorno al merito. Poco importa che lo statuto epistemologico di queste bizzarre entità sia insussistente – si ammette che le competenze non siano osservabili di per sé, ma si afferma che la loro esistenza è deducibile dai comportamenti, un po’ come la vis dormitiva dell’oppio o l’etere, con buona pace di Galileo:
le competenze agiscono come dispositivi di disaggregazione, contribuiscono a indebolire i legami sociali e le forme di cooperazione, favoriscono la costruzione di identità individuali competitive sul piano economico e autosufficienti sul piano sociale (p. 20).


