5 Marzo 2013

Il potere del genio – Bernini

Filed under: ARTE — giacomo.campanile @ 17:39

Il potere del genio – Bernini ottimo video di arte. FANTASTICO

13 Dicembre 2012

S.Maria in Aracoeli. ROMA

Filed under: ARTE,CHIESE — giacomo.campanile @ 22:56

S.Maria in Aracoeli

La chiesa si erge sulla sommità settentrionale del colle capitolino (“Arx“), dove sorgeva l’antico tempio di Giunone Moneta (cioè “ammonitrice”). Il tempio risalirebbe al 343 a.C. e fu fondato da Camillo dopo una vittoria sugli Aurunci. Qui vicino sorse, in seguito, la zecca di Roma denominata proprio “Moneta” per il fatto di essere stata costruita accanto al tempio: da qui il nome “moneta” che tuttora diamo al denaro. La Zecca, forse in seguito all’incendio dell’80 d.C., fu ricostruita alle pendici del Celio: i suoi resti sono stati riconosciuti sotto l’odierna basilica di S.Clemente. Dalla piazza del Campidoglio due scalinate costruite su progetto del Vignola tra il 1547 ed il 1552 portano, rispettivamente, al “Capitolium” ed alla chiesa di S.Maria in Aracoeli: nella foto 1 possiamo ammirare quella che conduce al Convento di S.Maria in Aracoeli dei Frati Minori Francescani ed all’ingresso laterale della chiesa, anche se un tempo accesso principale.

1 Scalinata

In cima alla scalinata fu posta nel 1703 una colonna con capitello corinzio e croce (nella foto 1 e 2) per ringraziare la Vergine Maria per i danni limitati causati dal terremoto agli edifici circostanti. Sull’origine di S.Maria in Aracoeli si sa poco ma già nell’880 si rammenta “S.Maria in Capitolio” ma addirittura la si dice fondata da Gregorio Magno nel 590. L’origine del toponimo “Aracoeli” (che significa “ara, o altare, del cielo”) è tutta nel termine latino “arx“, prima volgarizzato in “arce” e poi divenuto, per corruzione romanesca intorno al XIV secolo, “arceli”: la grafia alla latina “aracoeli” venne più tardi, probabilmente da parte di illustri letterati che ritennero che l’origine del toponimo stesse in quella leggenda che narrava come l’imperatore Augusto avesse costruito un’ara del cielo dopo avere avuto l’apparizione della Vergine con il Bambino tra le braccia ed avere udito una voce dire “Ecce ara primogeniti Dei“.

2 Colonna

La chiesa fu costruita, in stile romanico, nella metà del XII secolo con l’ingresso rivolto verso l’Asylum, come testimonia il portale nella foto 3, con il bellissimo affresco della “Madonna ed il Bambino fra due Angeli”, accesso oggi ritenuto laterale e raggiungibile dalla scalinata sopra menzionata. Il nuovo orientamento fu opera dei Francescani e la nuova chiesa, in stile gotico, fu inaugurata nel 1348 insieme alla scalinata. Nel Medioevo la Chiesa divenne quasi il nuovo foro di Roma: Cola di Rienzo vi parlò al popolo; Carlo d’Angiò vi tenne parlamento con i Romani; i guelfi di Roma vi si difesero contro l’imperatore Arrigo VII; vi si tenevano anche le elezioni dei Caporioni della città. Il carattere civile e religioso finì per essere profanato durante l’occupazione francese e la Repubblica del 1797, quando la chiesa venne sconsacrata ed adibita a stalla.

3 Portale

Si riabilitò con la fine della Roma napoleonica, ma dopo il 1870 si trovò al centro dei lavori di demolizione per la costruzione del Vittoriano e riuscì a salvarsi a stento, mentre venivano abbattuti l’antica sagrestia, il convento e la Torre di Paolo III che sorgevano alle sue spalle. La facciata, con l’ampia superficie di nudo laterizio, era ricoperta di mosaici e di affreschi, purtroppo spariti; vi erano anche tre rosoni sopra i portali, ma quello centrale, a croce gerosolimitana, fu tolto durante il pontificato di Urbano VIII (1623-44) per l’inserimento di una finestra con vetrata a colori, con tanto di api dei Barberini, come possiamo ammirare ancora oggi. Non vi è neppure l’orologio, il primo installato a Roma nel dicembre del 1412, ad opera del maestro Ludovico da Firenze, che ne costruì il meccanismo, e del maestro Pietro da Milano, che vi collocò la campana. La cosa era talmente importante che fu istituito uno speciale ufficio, i “moderatores horologii“, affidato ai fratelli Domenico e Fabio della Pedacchia. Originariamente era posto sulla sinistra della facciata, poi al centro ed infine fu spostato sulla facciata del Palazzo Senatorio nel 1806: fino al 1886 ne restò la mostra ma oggi c’è soltanto il buco. Le 122 colonne che dividono l’interno della chiesa in tre navate furono recuperate da vari edifici antichi: l’iscrizione, sulla terza colonna da sinistra, “a cubicolo Augustorum“, farebbe pensare che essa provenga dalla stanza da letto dell’imperatore sul Palatino, dove era la casa imperiale. Il soffitto, decorato con motivi navali, commemora la vittoria di Marcantonio Colonna nella battaglia di Lepanto del 1571 e fu realizzato sotto il papato di Gregorio XIII Boncompagni, il cui stemma di famiglia, il dragone, è visibile all’estremità dell’altare. Alla chiesa si arriva tramite una scalinata di 124 gradini (122 se si sale dal lato destro), inaugurata, secondo la leggenda, dal tribuno Cola di Rienzo nel 1348 e realizzata da Lorenzo di Simone Andreozzi a spese del popolo romano, come ringraziamento alla Vergine per aver salvato la città dalla peste: sarebbe costata 5000 fiorini.

4 Santo Bambino

Nel Seicento, sui gradini della scalinata, avevano preso l’abitudine di accamparsi di notte i contadini che venivano in città a vendere i loro prodotti, finchè, una notte, vennero fatte rotolare dall’alto alcune botti piene di pietre che travolsero i dormienti: per evitare altri incidenti, la scalinata fu chiusa con grandi cancelli, rimasti in loco fino alla fine dell’Ottocento. La scalinata è stata considerata anche una vera e propria “scala santa”: veniva considerato miracoloso salirla in ginocchio da zitelle in cerca di marito, da donne desiderose di avere figli, da mamme che chiedevano latte per nutrire i propri figli ed anche da chi chiedeva vincite al Lotto. La chiesa, però, è famosa soprattutto per il “Santo Bambino” (nella foto 4), che la tradizione vuole sia stato intagliato da un frate francescano nel legno di ulivo del Getsemani (più conosciuto come Orto degli Ulivi) e battezzato nel fiume Giordano. È dal 1591 che la pia leggenda accende gli entusiasmi del popolo, perché il Bambino sarebbe dotato di poteri miracolosi, fra cui quello di resuscitare i morti e guarire i malati gravi: se può fare la grazia le sue labbra diventano rosse, altrimenti restano pallide. Purtroppo, la statua originale fu rubata nel 1994 e quella che oggi possiamo ammirare è una copia, anche se, considerati i numerosi ex voto che la circondano, per i fedeli nulla è mutato. A Natale il Santo Bambino viene messo al centro di un pittoresco presepe, ma di solito è nella Sacrestia, insieme al pannello della “Sacra Famiglia”, proveniente dalla bottega di Giulio Romano. Sull’altare vi sono un fascio di lettere che gli vengono spedite da ogni parte del mondo.

30 Ottobre 2012

S.Croce in Gerusalemme. ROMA

Filed under: ARTE,CHIESE — giacomo.campanile @ 15:44

S.Croce in Gerusalemme

S.Croce in Gerusalemme (nella foto sopra), situata nella piazza omonima, fu edificata sui resti di una villa imperiale denominata “Horti Variani ad Spem Veterem” e la cui costruzione fu avviata da Settimio Severo e terminata da Eliogabalo nei primi due decenni del III secolo d.C. Della villa facevano parte l’Anfiteatro Castrense, il Circo Variano, dal nome della famiglia di Eliogabalo, il quale vi innalzò l’obelisco di Antinoo, le Terme Eleniane (così denominate dopo il restauro dell’imperatrice Elena), un nucleo abitativo, nel quale si identificarono una vasta sala (poi utilizzata per la costruzione di S.Croce in Gerusalemme) ed una grande sala absidata. La villa fu certamente decurtata di alcune sue parti dalla costruzione delle Mura Aureliane; all’inizio del IV secolo d.C. il complesso fu scelto come abitazione da Elena, madre di Costantino, con il nome di “Palazzo Sessoriano”: fu proprio grazie a lei che fu trasformato in basilica cristiana il grande atrio a pianta rettangolare, originariamente coperto da un soffitto piano, aperto con una serie di archi su pilastri, illuminato da venti finestre disposte cinque per lato e con decorazione marmorea nella zona inferiore.

1 Campanile

Il termine “Sessoriano” deriva da “sedeo“, ossia “siedo”, giacché, nel tardo impero, il Consiglio imperiale si riuniva in una sala del palazzo: ancora oggi, infatti, usiamo il termine “sessione”, che ha la stessa radice linguistica, per indicare riunioni periodiche ufficiali. La basilica, detta inizialmente “Sancta Hierusalem“, assunse il nome di “Basilica Heleniana” nel 433, dopo che S.Elena vi fece edificare una cappella, isolata rispetto al complesso centrale, dove ripose i resti della S.Croce da lei rinvenuti e qui riportati da Gerusalemme. Anche se la chiesa era situata ai margini della città, divenne meta di pellegrinaggi in virtù dell’immensa importanza storica e religiosa delle reliquie: frammenti della Croce stessa, cioè tre pezzi del legno ed un chiodo, due spine della corona, parte dell’iscrizione di Ponzio Pilato in latino, ebraico e greco, “Gesù di Nazareth re dei giudei”, frammenti della colonna della flagellazione, la spugna imbevuta d’aceto usata per dissetare Gesù ed uno dei 30 denari di Giuda. Qualche modifica la chiesa la subì nel secolo VIII ma fu sotto il pontificato di Lucio II nel secolo XII che si ebbe la netta trasformazione: vennero creati dei settori longitudinali che la divisero in tre navate, venne creato il transetto, il chiostro (poi demolito) ed il bel campanile in laterizio (nella foto 1), di forma quadrata ed alto ben 8 piani.

2 Statua di S.Elena con la Croce

Di essi si vedono solo gli ultimi quattro, con finestre monofore e bifore su colonne, alcune delle quali murate nel XIV secolo; i primi quattro piani invece sono inglobati nel monastero. La decorazione è completata da dischi di smalto monocromi, da due piccole edicole, del XII secolo quella al primo piano e del XIV secolo quella all’ultimo, e da un grande orologio posto al penultimo piano. Il campanile ospita tre campane, due sono opera di Simone e Prospero De Prosperis e risalgono al 1631, mentre la terza è più recente e risale al 1957. Nei secoli seguenti la basilica ebbe altri restauri sebbene nel periodo avignonese fu del tutto abbandonata, uno stato che, nonostante gli interventi di Urbano V nel XIV secolo e la consegna del monastero ai Certosini prima e ai Cistercensi poi, terminò soltanto nel XVIII secolo. Nel 1743, infatti, la basilica fu interamente rifatta per volontà di Benedetto XIV e per merito degli architetti Gregorini e Passalacqua, ai quali si deve l’attuale facciata in travertino, concava, scandita da fasci di lesene con ampie finestre poste al di sopra degli accessi minori ed il grande ovale al di sopra del passaggio centrale, sormontato da un arco a tutto sesto su colonne. Nel fregio si legge la dedica fatta apporre da papa Benedetto XIV, mentre sopra la balaustra di coronamento, che si interrompe in corrispondenza del timpano curvilineo, sono poste le statue dei Quattro Evangelisti, di “S.Elena con la Croce” (nella foto 2) a sinistra e di “Costantino” (nella foto 3) a destra: al centro, sopraelevata, è la Croce in ferro, con angeli in adorazione.

3 Statua di Costantino

L’ingresso alla basilica avviene attraverso tre ampie arcate che immettono in un atrio a pianta ellittica, con piccola cupola sorretta da pilastri affiancati da colonne in granito che, nella basilica paleocristiana, erano situate all’interno. Attraverso le porte quattrocentesche, in parte danneggiate nel Settecento, si accede all’interno, diviso in tre navate da otto colonne originarie di granito e da sei pilastri, quattro dei quali racchiudono altrettante colonne antiche; nel soffitto ligneo voltato a botte si aprono sei lunettoni. Nel presbiterio si trovano un ciborio settecentesco e l’urna in basalto che custodisce i corpi dei santi Cesareo e Anastasio, mentre al centro dell’abside vi è un tabernacolo in marmo e bronzo dorato di Carlo Maderno e la magnifica tomba del cardinale Quiñones, confessore dell’imperatore Carlo V, opera di Jacopo Sansovino. Nei sotterranei si trova la ricca Cappella di S.Elena, ornata, nella volta, da una decorazione a mosaico voluta da Valentiniano III, poi restaurata agli inizi del Cinquecento da Melozzo da Forlì ed alla fine del Cinquecento dal Peruzzi. A questa cappella le donne possono accedere soltanto il 20 marzo, pena la scomunica, com’è scolpito in una lapide all’ingresso. Sotto il pavimento della cappella è sparsa la terra del Calvario, riportata anche questa da S.Elena, mentre nella cripta vi è la statua romana di Giunone, ritrovata ad Ostia Antica e trasformata nella statua di S.Elena con la sostituzione di testa e braccia e l’aggiunta di una croce.

4 Fontana

Dopo aver custodito le Sacre Reliquie della Crocifissione per più di 16 secoli, la Cappella dovette cederle nel 1930 alla nuova Cappella delle Reliquie, costruita dall’architetto Florestano di Fausto per volontà del cardinale Pacheo, titolare della chiesa, su autorizzazione di Pio V, affinché le Reliquie fossero esposte alla venerazione dei fedeli. Nel piccolo giardino della piazza è situata una semplice ma elegante fontanella (nella foto 4) eretta nel 1928 dall’architetto Vittorio Cafiero. Rialzata su un piccolo gradino, al centro di un catino tripartito si eleva un fusto articolato in tre vaschette poste in altrettante nicchie, dalle quali tre teste di putti alati versano acqua nelle vaschette, dalle quali ricade poi nel sottostante catino. A lato della chiesa di S.Croce in Gerusalemme vi era un’edicola sacra con tettoia dedicata alla “Vergine con Bambino” di Antoniazzo Romano, sotto la quale vi si rifugiò Sisto IV durante un furioso temporale, implorando l’aiuto della Madonna.

5 S.Maria del Buon Aiuto

Come segno di riconoscenza, il papa fece quindi costruire, per meglio conservare l’effige della Madonna, questo piccolo oratorio denominato S.Maria del Buon Aiuto (nella foto 5) o “del Soccorso”, anche se in passato ne ebbe un altro più curioso, “S.Maria de Spazzolari” o “Spazzolarla”, forse in attinenza con l’Università dei Cappellari che per qualche tempo la ebbe in cura. La chiesa presenta una facciata semplice, coperta da un tetto a capanna sul quale è situato un piccolo campanile; una breve scala con balaustra permette di accedere al bel portale con architrave, sul quale si trova la seguente iscrizione: “SIXTUS IIII FONDAVIT MCCCCLXXVI” (“Sisto IV fondò 1476”). Sulla parte alta della facciata è situato anche lo stemma papale di papa Sisto IV della Rovere, mentre una seconda iscrizione, su lastra marmorea, è posta sopra il portale e così recita: “IN QUESTO SANTO LOCO SI PREGA DIO PER L’ANIME DEL SANTO PURGATORIO LA SANTA MEMORIA DI SISTO QUARTO FECE INGRANDIRE QUESTO SANTO LOCO”.

testimonianza stupenda di Gianna Jessen, tenuta a Queen’s Hall – Melbourne 2008

 

18 Gennaio 2012

S.Maria in Domnica

Filed under: ARTE,CHIESE — giacomo.campanile @ 21:57

S.Maria in Domnica

La chiesa fu costruita nel IX secolo per volontà di papa Pasquale I su un’antica diaconia romana, eretta, quest’ultima, secondo un’antica tradizione, sulla casa di Santa Ciriaca, ma più verosimilmente sui resti di un antico edificio pubblico del VII secolo, i “praedia dominica“, aree di pertinenza imperiale: ciò spiegherebbe anche l’appellativo “in domnica” arrivato fino a noi. L’elegante facciata rinascimentale, preceduta da un ampio portico a cinque arcate, fu fatta costruire da papa Leone X nel XVI secolo.

1 Interno

L’interno (nella foto 1) è a tre navate scandite da 18 colonne ornate da capitelli corinzi di forma diversa l’uno dall’altro. Gli splendidi mosaici dell’arco trionfale e dell’abside rappresentano l’esempio meglio conservato della cosiddetta “rinascenza carolingia” a Roma. La fascia superiore del mosaico presenta il Cristo dentro la “vesica piscis” (ovvero la vescica del pesce) o mandorla, diffuso simbolo della vita, affiancato da due angeli che introducono gli Apostoli. Nel catino absidale è situata la Vergine in trono con il Bambino in braccio che indica Pasquale I, inginocchiato ai loro piedi e con l’aureola quadrata dei vivi. Ai lati della Vergine, schiere di angeli. Identità incerta per le due figure maggiori poste sull’arco trionfale: o santi legati alla storia di questa chiesa, come S.Lorenzo che qui aveva servito da diacono, oppure i due profeti Mosè ed Elia perché stringono tra le mani un rotolo. Nel registro inferiore si trova la seguente iscrizione dedicatoria: “ISTA DOMUS PRIDEM FUERAT CONFRACTA RUINIS NUNC RUTILAT IUGITER VARIIS DECORATA METALLIS ET DEUS ECCE SUUS SPLENDET CEU PHOEBUS IN ORBE QUI POST FURVA FUGANS TETRAE VELAMINA NOCTIS. VIRGO MARIA TIBI PASCHALIS PRAESUL HONESTUS CONDIDIT HANC AULAM LAETUS PER SAECLA MANENDAM”, ovvero “Questa casa prima era stata ridotta in rovine, ora scintilla perennemente decorata con vari metalli e la sua magnificenza splende come Febo nell’universo che mette in fuga le tenebre della tetra notte. O Vergine Maria, l’onesto vescovo Pasquale ha fondato per te quest’aula che deve rimanere gradevole nei secoli”.

2 Navicella

La chiesa si affaccia su Piazza della Navicella (a Roma, anche la chiesa è chiamata S.Maria alla Navicella), così chiamata per la fontana a forma di nave romana (nella foto 2) antistante la chiesa. Secondo un’antica leggenda la navicella fu rinvenuta nei pressi del Colosseo e si tratterebbe di un ex-voto dedicato a Iside, la protettrice dei naviganti: fu dedicata o da marinai egizi di passaggio a Roma (qui vicino sorgevano i “Castra Peregrinorum“, cioè le caserme dei militari non di stanza nell’urbe ma solo di transito) o dai marinai della flotta di Capo Miseno che qui risiedevano, essendo adibiti alla manovra del “velarium“, la grandiosa tenda che serviva a riparare i romani che assistevano agli spettacoli nel Colosseo. Appare assai incerto se la navicella fu soltanto restaurata o interamente realizzata ex novo da Andrea Sansovino nel 1519 a causa dei gravi danni dell’originale, ritenuti irreparabili dall’artista: la realizzazione fu voluta da papa Leone X Medici, del quale il piccolo monumento reca ancora gli stemmi sulle facciate del basamento. La sistemazione attuale risale al 1931, quando la navicella, collocata originariamente in una diversa posizione, fu trasformata in fontana alimentata dall’Acqua Felice. La navicella, sollevata su un cippo marmoreo ed inserita in un’aiuola quadrangolare, è protetta da colonnine raccordate da catene in ferro battuto.

9 Gennaio 2012

La Basilica di Santa Maria Maggiore

Filed under: ARTE,CHIESE — giacomo.campanile @ 00:15

S.Maria Maggiore

La Basilica di S.Maria Maggiore, situata nella piazza omonima sulla sommità del Cispio, una delle tre cime del colle Esquilino, è detta anche “Liberiana” dalla leggenda che tradizionalmente la collega a papa Liberio e secondo la quale, nel 352, il pontefice sognò la Madonna che gli indicava di costruire una chiesa là dove avesse trovato la neve. Quando il mattino del 5 agosto, nel mezzo di una torrida estate romana, nevicò sull’ Esquilino, il papa ubbidì e fece costruire la chiesa appunto detta “S.Maria della Neve”. Il miracolo della neve viene ricordato ogni anno, il 5 agosto, in una funzione durante la quale petali bianchi vengono fatti cadere dal soffitto della Cappella Paolina.

1 Altare della Confessione

In realtà, di questa chiesa, non vi è nessun resto materiale, tanto che la si crede mai esistita o forse molto piccola, situata nei pressi della basilica attuale. Scavi archeologici effettuati sotto il pavimento della basilica hanno restituito invece un edificio composto da vari ambienti intorno ad un grande cortile porticato lungo 37 metri e largo 30, molto probabilmente una costruzione romana la cui struttura muraria, i pavimenti e le basi delle colonne ritrovate permettono di attribuire all’età tardoimperiale. S.Maria Maggiore fu costruita da Sisto III (432-440) per celebrare Maria “madre di Dio”, secondo quanto proclamato dal concilio di Efeso nel 431: lo stesso pontefice commissionò i 42 pannelli raffiguranti “Scene Bibliche” che ancora ornano la navata centrale e l’arco trionfale e che rappresentano la più importante documentazione di arte musiva del Basso Impero. La basilica assunse anche il nome di “Sancta Maria ad praesepe” perchè per onorare e celebrare meglio la Vergine Maria si trasferirono qui alcune reliquie della grotta di Betlemme, come alcuni pezzi della mangiatoia dove fu deposto il Bambino Gesù, oggi conservate in un’urna di argento e cristallo (nella foto 1), opera di Luigi Valadier, presso l’Altare della Confessione: dinanzi vi è la statua di Pio IX raccolto in preghiera, scolpita nel 1883 da Ignazio Iacometti. La basilica si ingrandì nel XIII secolo con Niccolò IV che fece ricostruire più arretrata l’abside, arricchita di mosaici, e creare una nuova facciata con i mosaici di Filippo Risuti.

2 Porta Santa

I successivi cambiamenti avvennero nel XV secolo, quando il cardinale d’Estouteville fece coprire con volte le navate laterali, aprire le due porte laterali e commissionò a Mino del Reame un lussuoso ciborio, poi smantellato dal Fuga; nel 1500 Alessandro VI, ancora cardinale, fece completare il meraviglioso soffitto a cassettoni, opera di Giuliano da Sangallo, con il primo oro arrivato dall’America appena scoperta, dono dei re cattolici Ferdinando d’Aragona ed Isabella di Castiglia; inoltre, nel XVII secolo, Clemente X incaricò Carlo Rainaldi di curare la parte absidale, anche se in questa occasione furono distrutti i mosaici che ornavano la calotta esterna dell’abside duecentesca. Benedetto XIV, nel 1743, commissionò a Ferdinando Fuga la facciata attuale con la “Loggia delle Benedizioni” (nella foto sotto il titolo), che, purtroppo, copre alla vista i bellissimi mosaici del Risuti, anche se ciò ha contribuito a preservarli. La facciata odierna, preceduta da un’ampia scalinata e racchiusa tra due palazzi gemelli scanditi da piatte lesene, stemmi e balaustre finali, è costituita da un portico a cinque ingressi con 8 colonne antiche sostenenti una trabeazione sulla quale vi sono due timpani triangolari ed uno centrale curvilineo, ornati da angioletti con al centro le statue della Verginità e dell’Umiltà. Sopra il portico è situata una grande loggia a tre arcate scandite da 6 colonne e conclusa da una balaustra con statue di Santi, pontefici e la statua centrale della “Madonna con il piccolo Gesù”. Sotto il portico, al centro, vi è una porta del 1937 con rilievi bronzei raffiguranti l’Incarnazione, mentre a sinistra è situata la Porta Santa (nella foto 2).

3 Cappella Sistina

L’interno della chiesa, lungo 85 metri, è a tre navate scandite da 42 colonne con capitelli ionici e moderni. Numerose le sepolture importanti qui conservate: nella navata destra vi è la Cappella Sistina (nella foto 3), costruita nel 1587 da Domenico Fontana e Carlo Maderno per Sisto V. I marmi policromi e le colonne furono ricavati dal “Septizodium“; al centro è situato un altare in marmi e pietre dure con quattro angeli dorati sostenenti il ciborio in bronzo dorato, mentre alle pareti vi sono il monumento funebre di Sisto V (nella foto 4) e quello di Pio V.

4 Monumento funebre di Sisto V

Nel battistero possiamo ammirare la tazza di porfido rosso ed il rilievo dell’Assunta, opera di Pietro Bernini del 1610. In questa cappella si trova la singolare tomba di Antonio Emanuele Funta, soprannominato “Nigrita”, ambasciatore di Alvarez II, re del Congo, che nel 1604 lo inviò a Roma per ottenere l’invio di missionari nelle sue terre. Paolo V lo accolse con grandi festeggiamenti, ma il povero Nigrita morì prima di essere ricevuto dal papa; il monumento reca la testa del Nigrita in pietra nera sulla quale spiccano due bianchissimi occhi ed una falsa epigrafe: il monumento fu fatto per ordine di Paolo V, ma l’epigrafe fu fatta cambiare, più tardi, da Urbano VIII, per arrogarsi il merito di aver onorato il congolese.

5 Lastra tombale dei Bernini

Poco distante dalla Cappella ed accanto all’altare maggiore è situata, sul pavimento, la lastra tombale della famiglia Bernini (nella foto 5), dove vi sono sepolti sia Gianlorenzo che suo padre Pietro. Da questo punto si può ammirare anche uno dei più bei mosaici absidali, eseguito da Jacopo Torriti nel 1295 su commissione di Niccolò IV e Giacomo Colonna. Sullo sfondo del firmamento, entro un’aureola stellata, siedono Cristo e la Vergine; il Figlio con una mano incorona la Madre e nell’altra regge un libro sul quale si legge “Veni Electa Mea Et Ponam In Te Thronum Meum“. Al di sotto del nimbo convergono, da entrambi i lati, due schiere angeliche; sullo stesso piano trovano spazio a sinistra S.Francesco, S.Paolo e S.Pietro, davanti ai quali vi è la figura molto più piccola di Niccolò IV, a destra invece S.Giovanni Battista, S.Giovanni Evangelista e S.Antonio da Padova, con la piccola figura del cardinale Colonna. Bellissima è anche la Cappella del Crocefisso, ornata da 10 colonne di rosso porfido, dove, oltre al pregevole Crocefisso del Quattrocento, vi sono conservate molte reliquie. Nella navata sinistra si può ammirare la Cappella Paolina, eretta per volontà di Paolo V Borghese da Flaminio Ponzio, tra il 1605 ed il 1615.

6 Salus Populi Romani

La Cappella, ornata con marmi antichi di diversa provenienza, custodisce il monumento funebre di Paolo V, quello di Clemente VIII e la Sacra Immagine della Madonna più cara ai romani, la “Salus Populi Romani” (nella foto 6), ovvero la “Salvezza del Popolo Romano”. Si tratta di un’icona bizantina, ospitata in questa Cappella fin dal 1611 espressamente per volere di Paolo V e rappresenta Maria che reca in braccio il Bambino Gesù, il quale con una mano benedice e con l’altra sorregge un libro, probabilmente quello dei Vangeli. La Madre è raffigurata nel compimento dello stesso gesto, con la mano destra che tuttavia non è sollevata, ma si ricongiunge all’altra, nella quale tiene una pergamena arrotolata, incrociando le braccia sulle piccole ginocchia del Figlio. L’opera è di datazione incerta, collocabile tra l’VIII ed il XII secolo ed è considerata la principale patrona di Roma; il suo nome deriva dalla consuetudine di portarla in processione per le vie romane per scongiurare pericoli e disgrazie, o per porvi fine, come nel caso delle pestilenze. Un documento del 1240 attesta che essa era nota in passato con il titolo di Regina Coeli. Degne di nota anche la Cappella Sforza, costruita nel 1573 da Giacomo Della Porta su disegno di Michelangelo e la Cappella Cesi, con i bellissimi affreschi del Sermoneta e di Guidetto Guidetti. Il campanile, il più alto di Roma (75 metri), fu costruito nel 1370 per volontà di Gregorio XI, anche se fu portato a termine grazie ai finanziamenti del cardinale d’Estouteville quasi un secolo dopo, mentre a Giulio II si deve la copertura piramidale sulla quale svetta la croce infissa in una palla di rame dorato. I primi due piani presentano doppie monofore mentre i tre piani successivi bifore binate su colonnine marmoree inscritte in una monofora; dischi concavi di maiolica verde, associati a liste di marmo bianco, completano la decorazione delle facciate.

7 Colonna della Pace

Nel XVI secolo vi era collocato un orologio per le ore latine, poi sostituito da quello attuale dalle dodici ore in occasione della ricostruzione del Fuga. Fino al secolo scorso la cella campanaria ospitava una campana chiamata “la Sperduta”, perché si racconta che una pellegrina, venendo a Roma a piedi, avesse perso la strada e che si fosse raccomandata alla Vergine per essere aiutata. Subito udì i rintocchi della campana, seguendo i quali raggiunse la basilica di S.Maria Maggiore e quindi la salvezza. In ricordo del fatto la pellegrina lasciò una rendita affinché alle 2 di notte (oggi alle 21) venisse perpetuamente suonata la campana: la Sperduta, realizzata da Guidotto ed Andrea Pisano nel 1289, dalla fine del 1800 si trova nella Galleria di Urbano VIII presso i Musei Vaticani, sostituita da un’altra campana, altrettanto antica in quanto risale al XIII secolo, donata da Leone XIII. Sulla piazza antistante l’ingresso della basilica, in piazza S.Maria Maggiore, sorge (nella foto 7) l’unica colonna di marmo rinvenuta integra nella basilica di Massenzio e che sorreggeva, insieme ad altre sette, la grandiosa volta centrale. La “Colonna della Pace” (così fu nominato il monumento) fu eretta da Carlo Maderno nel 1614 per volontà di Paolo V, il quale volle porvi sopra la statua bronzea della “Vergine con Bambino” di Guillaume Berthélot ed Orazio Censore. Si racconta che tale opera fu compiuta in tale brevissimo tempo e senz’altro danno che la caduta, senza conseguenze, di una guardia svizzera dall’alto di un’impalcatura, che il pontefice, entusiasta, elargì grandi premi ai lavoratori che avevano preso parte ai lavori.

8 Fontana

Ai piedi della Colonna è situata una fontana (nella foto 8) costituita da una grossa vasca oblunga di travertino, modanata, rialzata dal livello stradale tramite quattro gradini di graniglia ed un gradone che la elevano di circa due metri. Al centro della vasca, sollevato su un balaustro, s’innalza un catino circolare dal quale si diparte un breve zampillo d’acqua. Oggi la fontana è priva dei due draghi araldici dei Borghese che gettavano acqua e che il Maderno pose sui lati lunghi, mentre le aquile, altro emblema della famiglia Borghese, versano ancora acqua nelle vaschette dei lati brevi. Forse i draghi andarono perduti durante i lavori di sistemazione del livello stradale eseguiti nell’Ottocento: fu probabilmente sempre in questa occasione che il catino venne sostituito e che scomparve la fontana-abbeveratoio posta a ridosso della Colonna, ma dalla parte opposta.

9 Obelisco Esquilino

La sistemazione della retrostante piazza dell’Esquilino (nella foto 9), dove si affaccia l’abside della basilica alla quale si accede tramite una bella scalinata, si deve a papa Sisto V e risulta dall’unione delle due antichissime piazzette “del Pozzo Roncone” e “delle Case d’Orlando”; qui il pontefice fece erigere un obelisco di granito, alto 14,75 metri, privo di geroglifici, quindi non databile e d’ignota provenienza. Il monolite, collocato originariamente dinanzi all’ingresso del Mausoleo di Augusto, insieme all’altro obelisco che si trova oggi in piazza del Quirinale, fu rinvenuto nel 1519 nei pressi della chiesa di S.Rocco, sepolto e spezzato in tre parti. Recuperato, fu abbandonato in quella zona per vari anni, finché nel 1587 papa Sisto V incaricò Domenico Fontana di collocarlo nella sede attuale, in piazza dell’Esquilino, ma in pratica lungo la cosiddetta “strada Felice”, il lungo rettifilo ancora oggi visibile, seppur frazionato, nelle via Sistinavia delle Quattro Fontane, via Agostino Depretis, via Carlo Alberto, via Conte Verde e via di S.Croce in Gerusalemme e che congiungeva Trinità dei Monti a S.Croce in Gerusalemme: Felice è il nome di battesimo di papa Sisto V Peretti che commissionò l’opera.

La Basilica di Santa Maria Maggiore, situata sulla sommità del colle Esquilino, è una delle quattro Basiliche Papali di Roma ed è la sola che abbia conservato le strutture paleocristiane. Una nota tradizione vuole che sia stata la Vergine ad indicare ed ispirare la costruzione della sua dimora sull’Esquilino. Apparendo in sogno al patrizio Giovanni ed al papa Liberio, chiese la costruzione di una chiesa in suo onore, in un luogo che Essa avrebbe miracolosamente indicato. La mattina del 5 agosto, il colle Esquilino apparve ammantato di neve. Il papa tracciò il perimetro della nuova chiesa e Giovanni provvide al suo finanziamento. Di questa chiesa non ci resta nulla se non un passo del Liber Pontificalis dove si afferma che papa Liberio “Fecit basilicam nomini suo iuxta Macellum Liviae”. Anche i recenti scavi effettuati sotto l’attuale basilica, pur portando alla luce importanti testimonianze archeologiche come lo stupendo calendario del II-III secolo d.C. e come i resti di mura romane parzialmente visibili visitando il museo, non ci hanno restituito nulla dell’antica costruzione. Il campanile, in stile romanico rinascimentale, si staglia per 75 metri ed è il più alto di Roma. É stato costruito da Gregorio XI al suo ritorno a Roma da Avignone e ospita alla sommità cinque campane. Una di esse, “la sperduta”, ripete ogni sera alle ventuno, con suono inconfondibile, un richiamo per tutti i fedeli. Entrando nel portico, a destra, è situata la statua di Filippo IV di Spagna, benefattore della Basilica. Il bozzetto dell’opera, realizzata da Girolamo Lucenti nel XIII secolo, è di Gian Lorenzo Bernini.

Al centro la grande porta di bronzo realizzata da Ludovico Pogliaghi nel 1949, con episodi della vita della Vergine, i profeti, gli Evangelisti e le quattro donne che nell’Antico Testamento prefigurarono la Madonna. A sinistra la Porta Santa, benedetta da Giovanni Paolo II l’8 dicembre del 2001, portata a compimento dallo scultore Luigi Mattei e offerta alla basilica dall’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Al centro Cristo risorto, il modello è l’uomo della Sindone, che appare a Maria, rappresentata come la Salus Populi Romani. In alto a sinistra l’Annunciazione al pozzo, episodio tratto dai Vangeli apocrifi, a destra la Pentecoste.

In basso nel lato sinistro, il Concilio di Efeso, che stabilì Maria quale THEOTÒKOS, a destra il Concilio Vaticano II che La volle Mater Ecclesiae.

Lo stemma di Giovanni Paolo II e il suo motto sono rappresentati nella parte alta, mentre i due in basso appartengono al Cardinale Furno, che fu arciprete della Basilica, e all’Ordine del Santo Sepolcro. L’attuale basilica risale essenzialmente al V secolo d.C.. La sua costruzione è legata al Concilio di Efeso del 431 d.C. che proclamò Maria Theotòkos, Madre di Dio, e fu voluta e finanziata da Sisto III quale Vescovo di Roma. Entrando si prova una viva impressione nel vedere la sua vastità, lo splendore dei suoi marmi e la ricchezza della decorazione; l’effetto monumentale e grandioso è dovuto principalmente alla forma della struttura della basilica e all’armonia che regna nei principali elementi della sua architettura. Costruita secondo i canoni del “ritmo elegante” di Vitruvio, la basilica è divisa in tre navate da due file di preziose colonne sulle quali corre un’artistica trabeazione ora interrotta verso l’abside da due arcate realizzate per la costruzione della Cappella Sistina e Paolina. Tra i colonnati ed il soffitto, le pareti erano in origine traforate da ampie finestre delle quali se ne conservano solo metà essendo state murate le altre. Dove erano le finestre, oggi è possibile ammirare una serie di affreschi che rappresentano “Storie della vita di Maria”. Al di sopra delle finestre e degli affreschi, un fregio ligneo decorato da squisiti intagli rappresentanti una serie di tori cavalcati da amorini si unisce alla cornice del soffitto. I tori sono il simbolo dei Borgia e gli stemmi di Callisto III e Alessandro VI, i due papi Borgia, spiccano al centro del soffitto. Non è ben chiaro quale fu il contributo di Callisto III alla realizzazione di quest’opera, certo è che chi la realizzò fu Alessandro VI che vi pose mano quando era ancora arciprete della Basilica: il soffitto venne disegnato da Giuliano da Sangallo e completato da suo fratello Antonio. La tradizione vuole che la doratura sia stata realizzata con il primo oro proveniente delle Americhe che Isabella e Ferdinando di Spagna offrirono ad Alessandro VI. Come uno splendido tappeto, si stende ai nostri piedi il pavimento a mosaico realizzato dai mastri marmorari Cosma e offerto ad Eugenio III nel XII secolo, da Scoto Paparoni e suo figlio Giovanni, due nobili romani. L’unicità di Santa Maria Maggiore è dovuta però agli splendidi mosaici del V secolo, voluti da Sisto III che si snodano lungo la navata centrale e sull’arco trionfale. I mosaici della navata centrale riassumono quattro cicli di Storia Sacra i cui protagonisti sono Abramo, Giacobbe, Mosè e Giosuè e nel loro insieme, vogliono testimoniare la promessa di Dio al popolo ebraico di una terra e il suo aiuto per raggiungerla. Il racconto, che non segue un ordine cronologico, inizia sulla parete sinistra presso l’arco trionfale con il sacrificio incruento di Melchisedek, re-sacerdote. In questo riquadro è evidente l’influenza iconografica romana. Melchisedek, rappresentato nella posa dell’offerente, ed Abramo, in toga senatoria, ricordano il gruppo equestre del Marco Aurelio. I pannelli successivi illustrano episodi della vita di Abramo anteriori al primo riquadro. Ciò ha fatto a lungo credere che ogni riquadro fosse fine a se stesso fino a quando, approfondendo lo studio dei mosaici, non si è capito che la decorazione fu studiata e voluta. Il pannello con Melchisedek serve a raccordare i mosaici della navata con quelli dell’arco trionfale dove viene raccontata l’infanzia di Cristo re e sacerdote.

Poi inizia il racconto con Abramo, il personaggio più importante dell’Antico Testamento, colui al quale Dio promette una “nazione grande e potente”; con Giacobbe, a cui il Signore rinnova la promessa fatta ad Abramo; con Mosè che libererà il popolo dalla schiavitù in cui era nato rendendolo “popolo eletto”; con Giosuè che lo condurrà nella terra promessa. Il cammino si conclude con due pannelli, realizzati ad affresco al tempo dei restauri voluti dal Cardinal Pinelli, che rappresentano Davide che conduce l’Arca dell’Alleanza in Gerusalemme e il Tempio di Gerusalemme edificato da Salomone. È dalla stirpe di Davide che nascerà Cristo la cui infanzia è illustrata, attraverso episodi tratti dai Vangeli apocrifi, nell’arco trionfale.

Nel 1995 Giovanni Hajnal realizzò una nuova vetrata nel rosone della facciata principale. In essa è raffigurata l’affermazione del Concilio Vaticano II, dove Maria, eccelsa figlia di Sion, è l’anello di congiunzione tra la Chiesa del Vecchio Testamento, rappresentata dal candelabro a sette braccia, e quella del Nuovo simboleggiata dal calice con l’Eucaristia.

L’arco trionfale si compone di quattro registri: in alto da sinistra l’Annunciazione, in cui Maria è rappresentata vestita come una principessa romana, con in mano il fuso con cui tesse un velo di porpora destinato al tempio di cui era inserviente. Il racconto prosegue con l’annuncio a Giuseppe, l’adorazione dei Magi, la strage degli innocenti. In questo riquadro è da osservare la figura con il manto azzurro che dà le spalle alle altre donne: è Santa Elisabetta che fugge con S. Giovanni fra le braccia. A destra la presentazione al Tempio, la fuga in Egitto, l’incontro della Sacra Famiglia con Afrodisio, governatore della città di Sotine. Secondo un Vangelo apocrifo, quando Gesù giunge fuggiasco a Sotine, in Egitto, i 365 idoli del capitolium cadono. Afrodisio atterrito dal prodigio e memore della fine del Faraone, va con il suo esercito incontro alla Sacra Famiglia e adora il Bambino riconoscendone la divinità. L’ultimo riquadro rappresenta i Magi al cospetto di Erode. Ai piedi dell’arco le due città di Betlemme a sinistra e Gerusalemme a destra. Se Betlemme è il luogo dove Gesù nasce e dove avviene la sua prima Epifania, Gerusalemme è la città dove Egli muore e risorge (c’è un legame con il tema apocalittico della sua definitiva venuta alla fine dei tempi, evidenziato dal trono vuoto al centro dell’arco, trono affiancato da Pietro e Paolo, il primo chiamato da Cristo a diffondere la “Buona notizia” fra gli ebrei, l’altro fra i Gentili, i pagani). Tutti insieme formeranno la Chiesa di cui Pietro è guida e Sisto III suo successore. In quanto tale e come “episcopus plebi Dei” spetta a lui condurre il popolo di Dio verso la Gerusalemme celeste. Nel XIII secolo Niccolò IV, primo Papa francescano, decise di abbattere l’abside originale e di costruire l’attuale arretrandola di qualche metro, ricavando così tra essa e l’arco un transetto per il coro. La decorazione dell’abside fu eseguita dal francescano Jacopo Torriti e i lavori furono pagati dai Cardinali Giacomo e Pietro Colonna.

Il mosaico di Torriti si divide in due parti distinte: nella conca absidale c’è l’Incoronazione della Vergine, nella fascia sottostante sono rappresentati i momenti più importanti della Sua vita. Al centro della conca, racchiusi in un grande cerchio, Cristo e Maria sono seduti su di un grande trono raffigurato come un divano orientale. Il Figlio sta ponendo sul capo della Madre la corona gemmata.

Nel mosaico Maria non è vista solo come la Madre, ma piuttosto come la Chiesa Madre, sposa del Figlio.

Ai loro piedi il sole e la luna e intorno cori di angeli adoranti a cui si aggiungono S. Pietro, S. Paolo, S. Francesco d’Assisi e il papa Niccolo IV a sinistra; Giovanni Battista, Giovanni Evangelista, Sant’Antonio e il donatore Cardinal Colonna a destra.

Nel resto dell’abside una decorazione a racemi germoglia da due tronchi posti all’estrema destra e all’estrema sinistra del mosaico. Nella fascia alla base dell’abside le scene della vita della Madonna sono disposte a destra e a sinistra della “Dormitio” collocata proprio sotto l’Incoronazione. Questo modo di descrivere la morte della Vergine è tipico dell’iconografia bizantina, ma si diffuse anche in Occidente dopo le Crociate. La Vergine è sdraiata sul letto e, mentre gli angeli si preparano a togliere dallo sguardo attonito degli Apostoli il suo corpo, Cristo prende tra le braccia la sua “anima” bianca, attesa in cielo. Torriti arricchisce la scena con due piccole figure di francescani e di un laico con il berretto duecentesco. Al di sotto della “Dormitio” papa Benedetto XIV collocò la splendida “Natività di Cristo” del Mancini. Tra i pilastri ionici sotto i mosaici, sono stati collocati da Fuga i bassorilievi di Mino del Reame che rappresentano la Nascita di Gesù, il miracolo della neve e la fondazione della basilica da parte di papa Liberio, l’Assunzione di Maria e l’Adorazione dei Magi. Sempre di Fuga è il baldacchino che sovrasta l’altare centrale davanti al quale si apre la Confessione, voluta da Pio IX e realizzata da Vespignani, dove è collocato il reliquiario della Culla. Il reliquiario è in cristallo, a forma di culla, e contiene pezzi di legno che la tradizione vuole appartenere alla mangiatoia su cui fu deposto Gesù Bambino. Fu eseguito da Valadier e donato dall’ambasciatrice del Portogallo. La statua di Pio IX, il papa del dogma dell’Immacolata Concezione è opera di Ignazio Jacometti e fu collocato nell’ipogeo per volontà di Leone XIII.

IL Pavimento
Entrando nella Basilica si rimane ammirati dalla particolarità del pavimento a mosaico dei maestri marmorari Cosma detti “cosmateschi” (sec. XIII).

Cappella Cesi
Voluta dal Cardinale Paolo Emilio Cesi e dal fratello Federico fu realizzata intorno al 1560 e non se ne conosce l’autore, anche se si ritiene che sia stata progettata da Guidetto Guidetti, in collaborazione con Giacomo Della Porta.

Regina Pacis
La statua della Regina Pacis, voluta da Benedetto XV in ringraziamento per la fine della prima guerra mondiale, è stata realizzata da Guido Galli. Sul volto della Madonna, seduta in trono “Regina Pacis e Sovrana dell’universo”, si nota un senso di tristezza.

La Cappella Sforza
A fianco dell’ingresso due lapidi ricordano che la cappella fu realizzata grazie al cardinale Guido Ascanio Sforza di Santafiora, arciprete della basilica, e suo fratello, il cardinale Alessandro Sforza Cesarini, che ne curò la decorazione eseguita nel 1573. Secondo il Vasari, autore del progetto era stato Michelangelo Buonarroti, il quale ci ha lasciato due schizzi ad esso relativi, dove è ben visibile l’originale pianta con ellissi sui lati ed un vano rettangolare che accoglie l’altare. I ritratti inseriti nei monumenti funebri e la pala d’altare (1573) sono stati attribuiti a Gerolamo Siciolante da Sermoneta (1521-1580). La tavola quadrata sull’altare è del Siciolante e rappresenta l’Assunzione della Vergine la cui scansione dei piani è ben organizzata per passare senza scosse dall’ambiente terreno a quello celeste, dove la figura di Maria siede discreta in atto di preghiera.

La tomba del Bernini
“Nobile famiglia Bernini qui aspetta la Resurrezione”. Di lato all’altare maggiore, la semplicità della lastra tombale di uno dei più grandi artisti del ‘600.

La «Custodia della Sacra Culla di Nostro Signore Gesù Cristo»

Il reliquiario opera di Giuseppe Valadier del 1802.

6 Gennaio 2012

CHIESA DI S.Ignazio

Filed under: ARTE,CHIESE — giacomo.campanile @ 21:53

S.Ignazio

La maestosa chiesa barocca di S.Ignazio (nella foto sopra) sorge sulla piazza omonima e fu costruita dal cardinale Ludovico Ludovisi nel 1626 in onore di S.Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù. La chiesa fu edificata adiacente al Palazzo del Collegio Romano e sostituì la cinquecentesca chiesa di “S.Maria Annunziata“, fortemente voluta da Vittoria Frangipane, marchesa della Tolfa, moglie di Camillo Orsini e nipote di Paolo IV. La chiesa dell’Annunziatina (così era popolarmente denominata) sorgeva pressappoco a metà dell’attuale via di S.Ignazio e fu costruita dall’architetto gesuita Giovanni Tristano nel 1567 affinché servisse al Collegio Romano. L’episodio alla quale è legata la storia di questa chiesetta, dandole sicuramente lustro ed onore, fu quello di accogliere e custodire, nel 1623, le spoglie di Gregorio XV, fino alla tumulazione definitiva nella chiesa di S.Ignazio. Già alla fine del Cinquecento, però, la piccola chiesa risultava insufficiente rispetto alle necessità del gran numero di collegiali: fu così che il cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di Gregorio XV, nel 1620 ebbe l’idea di erigere una chiesa importante in onore di S.Ignazio. Il progetto di realizzazione venne affidato ad Orazio Grassi che si avvalse dei disegni di Carlo Maderno, Paolo Martucelli ed Orazio Torriani: l’area per l’edificazione della nuova chiesa fu ricavata dalla parte vecchia del Collegio, quella donata dalla marchesa Frangipane, nella quale furono demoliti vari ambienti. La cerimonia della prima pietra avvenne nel 1626 e la chiesa fu aperta al pubblico, in via provvisoria, nel 1650, con l’interno parzialmente sbarrato fino alla prima linea della crociera: si dovettero attendere ancora ben 35 anni affinché fosse completata, anche se la cerimonia di consacrazione avvenne soltanto nel 1722. La facciata (nella foto sotto il titolo) è a due ordini orizzontali: quello inferiore, scandito da colonne e paraste binate, presenta un portale centrale, inquadrato da due colonne con capitelli corinzi e fiancheggiato da due nicchie vuote, e due portale minori laterali; l’ordine superiore presenta un finestrone con due nicchie ai lati. Tra i due ordini corre la seguente iscrizione: “S(ANCTO) IGNATIO SOC(IETATIS) IESU FUNDATORI LUD(OVICUS) CARD(INALIS) LUDOVISIUS S(ANCTAE) R(OMANAE) E(CCLESIAE) VICE CANCELLAR(IUS) A(NNO) DOM(INI) MDCXXVI”, ovvero “A S.Ignazio fondatore della Compagnia di Gesù il cardinale Ludovico Ludovisi Vice Cancelliere di Santa Roma Chiesa nell’Anno del Signore 1626”. Un timpano con la croce, con sei candelabri e lo stemma Ludovisi, corona la facciata. L’interno presenta una pianta a croce latina, con un presbiterio absidato e sei cappelle laterali: a destra troviamo la Cappella di S.Cristoforo, la Cappella di S.Giuseppe o Cappella Sacripante, disegnata da Nicola Michetti e realizzata a spese del cardinale Giuseppe Sacripante, e la Cappella di S.Gioacchino; a sinistra la Cappella del Crocifisso, dove si trova un crocifisso del XVIII secolo, la Cappella di S.Francesco Saverio e la Cappella di S.Gregorio Magno.

1 Volta con la “Gloria di S.Ignazio”

Osservando le geometrie dei marmi sul pavimento, si può notare un disco giallo posto al centro della navata centrale che indica il punto migliore da cui osservare il meraviglioso affresco della volta, opera dell’architetto gesuita Andrea Pozzo, che ha realizzato un gioco di prospettiva che dà la sensazione di uno spazio infinito: vi è raffigurata la “Gloria di S.Ignazio” (nella foto 1), con un raggio di luce che si irradia dal costato del Cristo ed illumina il Santo, riflettendosi verso le quattro figure allegoriche che rappresentano i quattro continenti allora conosciuti, rappresentati da giovani donne sedute su animali: Europa con scettro e corona sopra un cavallo, Asia con lo sguardo verso il cielo sopra un cammello, Africa, una donna di colore con capelli crespi, sopra un coccodrillo e America con corona di piume sopra un puma.

2 La “Finta Cupola” di Padre Pozzo

Procedendo verso l’altare si trova un altro disco giallo da cui ammirare l’opera più famosa di padre Pozzo, la Finta Cupola (nella foto 2), una tela di 17 metri di diametro realizzata nel 1685 con una fantastica prospettiva per sopperire alla mancanza della reale cupola progettata e mai realizzata.

3 Presbiterio

Anche il presbiterio e l’abside (nella foto 3) sono opere di Andrea Pozzo ed anche qui l’effetto prospettico stupisce: tre affreschi tra finte colonne scanalate diritte su una superficie che sembra poligonale mentre in realtà è concava. Le pitture illustrano i momenti fondamentali della vocazione di S.Ignazio e degli inizi della Compagnia di Gesù. Sull’altare è situata la Visione di S.Ignazio a La Storta (sulla via Cassia), a destra S.Ignazio accoglie S.Francesco Borgia nella Compagnia di Gesù ed a sinistra l’Invio di S.Francesco Saverio nelle Indie. Nella volta e nel catino absidale sono rappresentati l’Assedio di Pamplona ed il ferimento del Santo, e la Gloria di S.Ignazio attraverso la cui intercessione gli appestati vengono guariti.

4 Altare dedicato a S.Luigi Gonzaga

Nel transetto destro troviamo l’altare dedicato a S.Luigi Gonzaga (nella foto 4) realizzato da Andrea Pozzo nel 1698. La pala di marmo al centro rappresenta la Gloria di S.Luigi Gonzaga, con le allegorie della Penitenza e della Purezza in alto, mentre sotto l’altare è situata l’urna in lapislazzuli contenente i resti del santo.

5 Altare dedicato a S.Giovanni Berchmans

Nel transetto sinistro l’altare è dedicato alla Ss.Annunziata ed a S.Giovanni Berchmans (nella foto 5), opera di Francesco Cerroti del 1749: l’urna contiene le spoglie di S.Giovanni Berchmans, studente in filosofia del Collegio Romano, morto nel 1621 e qui trasferito nel 1873. La pala marmorea, opera di Filippo della Valle, rappresenta l’Annunziata.

6 Monumento funebre di Gregorio XV e del cardinale Ludovisi

A destra del presbiterio è situata la Cappella Ludovisi con il Monumento funebre di papa Gregorio XV e del cardinale Ludovico Ludovisi (nella foto 6), realizzato tra il 1709 ed il 1717 su disegno dello scultore Pierre Legros; le due statue alate con la tromba in alto sono rappresentazioni allegoriche della Fama ed ai lati dell’urna si trovano le figure della Religione e della Munificenza, tutte attribuite allo scultore francese Pierre Etienne Monnot, mentre in basso si trova il medaglione funebre del cardinale Ludovisi tra due puttini di Pierre Legros. Nelle nicchie angolari della Cappella Ludovisi sono collocate le quattro statue in stucco raffiguranti le Virtù realizzate tra il 1685 ed il 1686 dallo scultore Camillo Rusconi, (la Fortezza, la Giustizia, la Prudenza e la Temperanza). A sinistra del presbiterio è situata la gigantesca Statua di S.Ignazio, opera di Camillo Rusconi del 1728, modello di quella in marmo realizzata per la Basilica Vaticana. Legata alla chiesa di S.Ignazio è la bellissima tradizione romana dell’Ottocento: la caduta della “palla” dal cornicione della chiesa. Alle ore 11,56 veniva innalzata, sul timpano della chiesa, un’asta di pino lunga 6 metri lungo la quale una gran palla di vimini dipinta di nero veniva fatta scendere alle 12.00 in punto: la discesa era il segnale per il colpo di cannone sparato da Castel S.Angelo (in seguito trasferito a Monte Mario ed infine al Gianicolo). L’esattezza dell’ora era determinata dal collegamento tra la chiesa e l’attiguo Palazzo del Collegio Romano che ospitava l’Osservatorio Astronomico.

7 Edifici denominati BurròOLYMPUS DIGITAL CAMERA

Dinanzi alla chiesa si apre la piazza di S.Ignazio, realizzata dall’architetto Filippo Raguzzini tra il 1727 ed il 1728 con un aspetto rococò offerto dagli edifici che tanto ricordano i panciuti mobili d’epoca e per questo soprannominati “canterani” o “burrò” (nella foto 7), dal francese “bureaux”. La tradizione vuole che gli edifici siano stati costruiti appositamente in modo così particolare per attrarre l’attenzione del viandante e distoglierla dalla facciata esageratamente alta della chiesa.

10 Novembre 2011

Filed under: ARTE,articoli,Religione — giacomo.campanile @ 11:50

Dedicazione della Basilica Lateranense

immagineQuando l’imperatore romano Costantino si convertì alla religione cristiana, verso il 312, donò al papa Milziade il palazzo del Laterano, che egli aveva fatto costruire sul Celio per sua moglie Fausta. Verso il 320, vi aggiunse una chiesa, la chiesa del Laterano, la prima, per data e per dignità, di tutte le chiese d’Occidente. Essa è ritenuta madre di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe.

Consacrata dal papa Silvestro il 9 novembre 324, col nome di basilica del Santo Salvatore, essa fu la prima chiesa in assoluto ad essere pubblicamente consacrata. Nel corso del XII secolo, per via del suo battistero, che è il più antico di Roma, fu dedicata a san Giovanni Battista; donde la sua corrente denominazione di basilica di San Giovanni in Laterano. Per più di dieci secoli, i papi ebbero la loro residenza nelle sue vicinanze e fra le sue mura si tennero duecentocinquanta concili, di cui cinque ecumenici. Semidistrutta dagli incendi, dalle guerre e dall’abbandono, venne ricostruita sotto il pontificato di Benedetto XIII e venne di nuovo consacrata nel 1726.
Basilica e cattedrale di Roma, la prima di tutte le chiese del mondo, essa è il primo segno esteriore e sensibile della vittoria della fede cristiana sul paganesimo occidentale. Durante l’era delle persecuzioni, che si estende ai primi tre secoli della storia della Chiesa, ogni manifestazione di fede si rivelava pericolosa e perciò i cristiani non potevano celebrare il loro Dio apertamente. Per tutti i cristiani reduci dalle “catacombe”, la basilica del Laterano fu il luogo dove potevano finalmente adorare e celebrare pubblicamente Cristo Salvatore. Quell’edificio di pietre, costruito per onorare il Salvatore del mondo, era il simbolo della vittoria, fino ad allora nascosta, della testimonianza dei numerosi martiri. Segno tangibile del tempio spirituale che è il cuore del cristiano, esorta a rendere gloria a colui che si è fatto carne e che, morto e risorto, vive nell’eternità.
L’anniversario della sua dedicazione, celebrato originariamente solo a Roma, si commemora da tutte le comunità di rito romano.

da Giacomo Campanile

26 Ottobre 2011

Chiesa Nuova.

Filed under: ARTE — giacomo.campanile @ 08:47

Piazza della Chiesa Nuova

La piazza (nella foto sopra) prende il nome dall’omonima chiesa, che, pur avendo ormai quasi quattro secoli di vita, rimane tuttavia la “Chiesa Nuova”. Questo appellativo le deriva dal fatto che la chiesa venne eretta al posto di una vecchia chiesa medioevale, “S.Maria in Vallicella“, incorporandone, in verità, anche altre due, “S.Elisabetta a Pozzo Bianco” e “S.Cecilia a Monte Giordano“. La chiesa medioevale, ricordata fin dal XII secolo, era detta “in Vallicella” perché il terreno circostante formava un piccolo avvallamento. Fondata probabilmente da Gregorio Magno alla fine del VI secolo, conservava la miracolosa immagine della Vergine col Bambino, conosciuta anche come “Madonna Vallicelliana“, precedentemente posta su un muro di una “stufa”, o bagno pubblico, che sanguinò per essere stata colpita da un sasso. Nel periodo in cui la chiesa era in demolizione, la Vergine compì un secondo miracolo, sostenendo una parte del tetto che rischiò di crollare sui fedeli che assistevano alla S.Messa. Nel 1575 la chiesa fu donata da Gregorio XIII a S.Filippo Neri, il quale, con l’aiuto tangibile dello stesso papa e del cardinal Cesi, fece edificare la nuova chiesa da Matteo da Città di Castello e da Martino Longhi il Vecchio, che fu consacrata nel 1599.

1 S.Maria in Vallicella o Chiesa Nuova

La facciata (nella foto 1), compiuta da Fausto Rughesi e terminata nel 1606, si presenta a due ordini di lesene, coronata da un timpano triangolare. Nell’ordine inferiore si apre un bel portale con un architrave coronato da un festone e dallo stemma di Angelo e Pier Donato Cesi (un albero su un monte a sei cime), i quali contribuirono alle spese per la costruzione dell’edificio, mentre sopra il timpano spezzato vi è posta una targa con l’iscrizione “DEIPARAE VIRGINI (et) S.GREGORIO MAGNO“, ovvero “Alla Vergine Maria ed a S.Gregorio Magno”. Il portale è fiancheggiato da due coppie di colonne che sostengono la trabeazione sulla quale vi è la seguente iscrizione: “ANGELUS CAESIUS EPISC TUDERTINUS FECIT ANNO DOM MDCV“, ovvero “Angelo Cesi vescovo di Todi fece nell’Anno del Signore 1605”. Infine, sul timpano che sovrasta il portale e l’iscrizione, è posta la Vergine col Bambino tra due angeli. Nel secondo ordine, al centro, si apre una finestra con balaustra, fiancheggiata da due nicchie all’interno delle quali sono poste le statue di S.Gregorio Magno (a sinistra) e di S.Girolamo (a destra). In alto, al centro del grande timpano triangolare che conclude la facciata, svetta un grande stemma dei Cesi.

2 Altare maggiore con la Madonna Vallicelliana

L’interno, a tre navate, contro l’esplicito desiderio di S.Filippo, venne decorato dopo la sua morte: Pietro da Cortona affrescò la volta, con il “Miracolo della Madonna che resse il tetto cadente“, la cupola con il “Trionfo della Trinità” e l’abside con l’Assunta con i Santi; di Pier Paolo Rubens sono le due tele ai lati dell’abside e la grande pala sull’altare maggiore dove, tra Angeli e Cherubini adoranti, fu posta l’antica immagine della “Madonna Vallicelliana” (nella foto 2); di Carlo Rainaldi è la Cappella Spada con la “Madonna in trono tra i Ss.Carlo Borromeo e Ignazio di Loyola“, opera del Maratta.

3 Cappella di S.Filippo Neri

A sinistra dell’altare si trova infine la meravigliosa Cappella di S.Filippo Neri (nella foto 3), dove riposa la salma dell’apostolo di Roma, affettuosamente ricordato dai romani come “Pippo bbono“: si dice che uno dei muri della Cappella sia quello della stanza dove il santo morì, risparmiato dal fuoco che vi scoppiò nel 1620 e dal piccone demolitore che demolì la vecchia casa in occasione dei lavori per l’apertura del Corso Vittorio Emanuele II.

4 Oratorio dei Filippini

A fianco della chiesa vi è l’Oratorio dei Filippini (nella foto 4), i membri dell’Ordine di S.Filippo Neri, costruito nel 1575. Il genio del Borromini realizzò la bella facciata leggermente concava e riccamente ornata, la volta piana ed i giochi prospettici all’interno, tra il 1637 ed il 1643. Il termine “oratorio” si riferisce alla funzione svolta dal luogo, dove S.Filippo faceva eseguire composizioni musicali. Dopo il 1870 parte del convento e l’oratorio furono espropriati dallo Stato italiano e destinati a sede della Corte d’Assise: l’aula borrominiana divenne così un’aula di tribunale, mentre i piani superiori divennero la sede degli uffici giudiziari. Tutto ciò provocò lo sdegno di quanti ricordavano il rispetto in cui era tenuto il luogo sacro, denso di memorie di S.Filippo: difatti, per quanto si cercasse di tramutare il sacro in profano, non fu possibile rimuovere il pulpito di legno destinato “per li sermoni” e neppure la statua di S.Filippo, che rimase al suo posto. Il sacro complesso vide per una quarantina d’anni (sino al 1911) sfilare personaggi d’ogni genere e risma, anche i protagonisti dei più celebri processi della Roma fine Ottocento: l’on. Giuseppe Luciani, processato per l’omicidio di Raffaele Sonzogno, direttore del quotidiano “La Capitale”; il sen. Bernardo Tanlongo, governatore della Banca Romana, il cui dissesto finanziario del 1893 minacciò di travolgere un uomo della statura di Giovanni Giolitti; il pittore Giuseppe Pierantoni, processato per l’uccisione, il 30 settembre 1906, di Evelina Cattermole Mancini, detta la Contessa Lara, poetessa e scrittrice di una certa notorietà. Nel 1911 il convento fu restituito ai Filippini, mentre l’oratorio rimase allo Stato: in particolare qui, al secondo piano dello stabile, risiede la Biblioteca Vallicelliana, appartenente al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dove sono conservate, tra le altre cose, raccolte riguardanti la storia della Chiesa, in particolare Riforma e Controriforma, e testi inerenti la cultura e la storia di Roma e del Lazio, presenti soprattutto nei fondi della Società Romana di Storia Patria, consultabili presso la Biblioteca.

5 Monumento a Metastasio

A decorare la piazza fu sistemata, nel 1910, la statua in marmo dedicata a Pietro Trapassi (nella foto 5), meglio conosciuto con il nome grecizzato di Metastasio (1698-1782), drammaturgo e poeta eccelso, forse il più grande del Settecento, nato nella vicina via dei Cappellari. La statua, firmata dal fiorentino Emilio Gallori, originariamente fu collocata in piazza di S.Silvestro, dove fu inaugurata il 21 aprile 1886 e da dove traslocò per motivi di intralcio al traffico. Ma gli spostamenti non finiscono qui.

6 Fontana delle Terrina

Infatti nel 1924 piazza della Chiesa Nuova fu ornata con una fontana che, in passato, era situata a Campo de’ Fiori. La fontana (nella foto 6), eseguita su disegno di Giacomo Della Porta nel 1581, originariamente era costituita da una tazza ovale di marmo bianco e decorata con quattro delfini bronzei (quelli preparati e mai utilizzati per la Fontana delle Tartarughe). Nel 1622 papa Gregorio XV fece apporre sopra la fontana un coperchio di travertino, con al centro una palla, molto probabilmente per evitare che la fontana continuasse ad essere un ricettacolo di immondizia. Il risultato fu che la fontana risultò talmente somigliante ad una zuppiera che i romani la battezzarono “la Terrina”: in questa occasione furono anche tolti i quattro delfini ornamentali, poi scomparsi. Sul coperchio vi è una strana iscrizione: “Ama Dio e non fallire, fa del bene e lascia dire“, con la data MDCXXII (1622), probabilmente ispirata ai condannati al patibolo che sorgeva permanentemente vicino alla fontana quando questa si trovava a Campo de’ Fiori.

Basilica di San Lorenzo in Damaso. ROMA

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Piazza della Cancelleria

La piazza prende il nome dal Palazzo della Cancelleria (nella foto sopra), un eccellente esempio di architettura del primo Rinascimento, che fu edificato tra il 1486 ed il 1513. La prima struttura risale al IV secolo, quando papa Damaso costruì un palazzo cardinalizio con funzione di archivio dell’attigua chiesa di S.Lorenzo in Damaso. L’edificio fu restaurato nel Quattrocento dal cardinale Ludovico Scarampi Mezzarota, ma nel 1483 il cardinale Raffaele Riario, nipote di Sisto IV Della Rovere, fece demolire il palazzo e ne fece costruire uno nuovo, finanziando l’opera in grande stile, in seguito, si dice, ad una forte vincita al gioco.

1 Stemma Della Rovere

I lavori si protrassero fino al 1495 e richiesero ulteriori spese sostenute da papa Giulio II Della Rovere: sull’angolo dell’edificio con via del Pellegrino si può notare infatti lo stemma dei Della Rovere con la sottostante scritta “IULIO II PONT MAX” (nella foto 1). Il nome dell’architetto rimane sconosciuto, anche se si propende ad identificarlo con Antonio da Montecavallo. Nel XVI secolo il palazzo divenne la sede della Cancelleria Apostolica, detta “Nuova” per distinguerla da quella “Vecchia” che invece si trovava nel palazzo Sforza Cesarini: papa Leone X Medici lo confiscò in seguito al grave scandalo che coinvolse il cardinale Riario, coinvolto, insieme ai cardinali Petrucci e Saulis, nella congiura contro lo stesso Leone X. Il palazzo divenne dimora stabile del Cancelliere di Santa Romana Chiesa e dei vice-cancellieri. Qui il cardinale Colonna firmò la resa a Carlo V, con le note conseguenze del Sacco di Roma, durante il quale il palazzo fu bruciato ed andò perduto l’archivio: il restauro si ebbe sotto Sisto V e fu compiuto da Domenico Fontana. Nel 1798 l’edificio fu sede del Tribunale della Repubblica Romana e nel 1810 della Corte Imperiale napoleonica, come si legge nella scritta posta sopra la finestra del balcone sovrastante l’ingresso. Nel 1848 vi risiedette la Camera dei Deputati dello Stato Pontificio e fu proprio in questa occasione che, sulla scalinata del palazzo, venne pugnalato a morte il primo ministro di Pio IX, Pellegrino Rossi, mentre si recava ad una seduta del Consiglio. Dopo il 1870 l’edificio rimase sede del Cardinale Cancelliere di Santa Romana Chiesa col privilegio di extraterritorialità, confermato poi dai Patti Lateranensi nel 1929. L’edificio, molto danneggiato nei secoli XVII e XVIII, venne restaurato dall’architetto Vespignani quando fu aperto Corso Vittorio Emanuele II. Scaduta d’importanza ed infine soppressa, la Cancelleria cedette il palazzo ai Tribunali del Vaticano: attualmente è sede infatti della Sacra Rota, famosa per le cause di annullamento dei matrimoni, e della Segnatura Apostolica, funzionante come tribunale supremo. La facciata principale sulla piazza (nella foto in alto sotto il titolo) si compone di uno zoccolo a bugne lisce in travertino e tre piani con finestre arcuate e riquadrate, graziosamente incorniciate. Nella fascia più in alto vi è la seguente iscrizione: “RAPHAEL RIARIUS SAVONENSIS SANCTI GEORGII DIACONUS SANCTAE ROMANAE ECCLESIAE CAMERARIUS A SIXTO IIII PONTIFICE MAXIMO HONORIBUS AC FORTUNIS HONESTATUS TEMPLUM DIVO LAURENTIO MARTYRI DICATUM ET AEDIS A FUNDAMENTIS SUA IMPENSA FECIT MCCCCLCCCCV ALEXANDRO VI P.M.“; ossia “Il savonese Raffaele Riario, cardinale diacono di S.Giorgio e Camerlengo di Santa Romana Chiesa, colmato di onori e di ricchezze da Sisto IV, costruì a proprie spese dalle fondamenta il tempio dedicato a S.Lorenzo martire e il palazzo nel 1495 sotto il pontificato di Alessandro VI Pontefice Maximo”. L’edificio fu edificato con il bianco travertino proveniente dal Colosseo e dal vicino Teatro di Pompeo, da cui derivano anche le colonne che ornano il bellissimo cortile interno, opera del Bramante. Le rose, emblema della famiglia Riario, ornano le finestre più alte e le volte ed i capitelli delle colonne del cortile. Imponente il portale barocco, affiancato da due colonne di granito provenienti dal Septizodium, sulle quali poggia l’architrave con la scritta “AN SALUT MDLXXXIX SIXTI V PONTIF ANN V”, ovvero “Nell’anno di Redenzione 1589, quinto del pontificato di Sisto V”; sopra il portale è situato un balcone con finestra, aggiunto nel restauro cinquecentesco del Fontana. L’arco di ingresso è ornato da due leoni con il ramo di pere, elementi dello stemma di Alessandro Peretti, cardinale vice-cancelliere e pronipote di Sisto V, che lo fece eseguire.

2 Cortile del palazzo della Cancelleria

Oltrepassato il portale si accede al cortile bramantesco (nella foto 2), a tre ordini, di cui i primi due ad arcate aperte poggianti su colonne di granito appartenute all’antica chiesa di S.Lorenzo in Damaso e su quattro pilastri di marmo e granito, il terzo a parete di laterizio scandita da lesene con capitelli compositi tra le quali si aprono finestre architravate ed arcuate. I pennacchi delle arcate al pianterreno presentano scudi con la rosa dei Riario; al piano nobile si alternano semplici rose a stemmi del cardinale Riario. Dal grandioso scalone che porta al piano del loggiato, con un bel portale quattrocentesco in marmo, si arriva alla “Sala Regia” ed al “Salone dei 100 giorni”, cosiddetto perché Giorgio Vasari si vantò di aver affrescato in soli 100 giorni la grande sala al primo piano con il celebre incontro fra Paolo III Farnese, Carlo V e Francesco I avvenuto a Nizza nel 1538: altrettanto celebre fu la risposta di Michelangelo che disse: “Si vede!”. L’altro portale, opera del Vignola, consente l’accesso alla basilica di S.Lorenzo in Damaso, fondata da papa Damaso nel IV secolo. Originariamente la sua facciata era su via del Pellegrino ma fu demolita nel 1484 per la ricostruzione del palazzo, nel quale, poi ricostruita, venne incorporata: l’artefice fu Donato Bramante. Nel 1640 il Bernini trasformò il presbiterio con un’abside a due ordini di paraste. La chiesa fu sconsacrata in epoca napoleonica, quando fu ridotta a scuderia e stalla, ma fu poi ristrutturata dal Valadier, con l’avanzamento del presbiterio di due campate e la riduzione della navata centrale. L’incendio del 31 dicembre 1939 provocò gravi danni per cui Pio XII fece ristrutturare completamente l’edificio da Virginio Vespignani, cancellando così sia i cambiamenti del Bernini che quelli del Valadier.

3 Interno di S.Lorenzo in Damaso

L’interno (nella foto 3) conserva la struttura tardo-quattrocentesca a tre navate, preceduto da un vestibolo con volta a crociera. Numerose le opere d’arte ivi custodite, come la tomba del Primo Ministro Pellegrino Rossi (opera del Tenerani nel 1854) e quella di Annibal Caro (opera del Dosio nel 1597), il traduttore dell’Eneide di Virgilio. Nel vestibolo è situata la statua di “S.Carlo Borromeo” di Stefano Maderno, mentre sull’altare maggiore, sotto il quale sono custoditi i corpi dei santi Damaso e Eutichiano, è situata la pala d’altare raffigurante l’Incoronazione di Maria, opera di Federico Zuccari. Degna di menzione la Cappella Ruffo, progettata da Nicola Salvi, che disegnò anche la fontana di Trevi, su incarico del cardinale Tommaso Ruffo, con la pala d’altare opera di Sebastiano Conca del 1743.

4 Vergine di Grottapinta

Nella navata sinistra è situata la Cappella della Ss.Concezione, opera di Pietro da Cortona, nella quale è custodita la “Madonna Avvocata“, conosciuta anche come la “Vergine di Grottapinta” (nella foto 4), una tavola del XII secolo di ambito bizantino, un tempo situata nella chiesa di S.Maria di Grottapinta. Piazza della Cancelleria fu l’antenata dell’attuale “mercato delle pulci” di Porta Portese, perché un mercato simile si tenne in questa piazza fino agli inizi del ‘900. Vale la pena ricordare due osterie che sorgevano qui nell’Ottocento: al civico 64 l’Osteria dei Beccamorti ed al civico 84 quella del Trapasso.

5 Fontana

Nel quadro della ricostruzione delle antiche fontane rionali di Roma a cura del Comune, fu realizzata, nel 1930, una fontana (nella foto 5) su disegno di Publio Morbiducci e posta nella rientranza della piazza, di fronte al palazzo della Cancelleria. L’ovale al centro della fontana si riferisce allo stemma cardinalizio del cardinale Ludovico Scarampi Mezzarota (l’antico proprietario del Palazzo della Cancelleria), inscritto in un triangolo, con la base poggiante su due cippi marmorei, il cui vertice è sovrastato da una sfera cuneata. Un cappello cardinalizio con nappi e cordoni completa la figurazione interna del triangolo che contiene, nella parte inferiore dell’ovale, un piccolo rosone al centro del quale è inserita una cannella da cui esce l’acqua che si raccoglie entro una vasca di forma rettangolare, sollevata su due alti sostegni, che presenta sul fronte la sigla del Comune di Roma e ai lati due pilastrini cilindrici.

Chiesa di Sant’Agnese in Agone

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Sant’ Agnese Vergine e martire. 21 gennaio

Roma, fine sec. III, o inizio IV

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Agnese nacque a Roma da genitori cristiani, di una illustre famiglia patrizia, nel III secolo.

Quando era ancora dodicenne, scoppiò una persecuzione e molti furono i fedeli che s’abbandonavano alla defezione. Agnese, che aveva deciso di offrire al Signore la sua verginità, fu denunciata come cristiana dal figlio del prefetto di Roma, invaghitosi di lei ma respinto.

Fu esposta nuda al Circo Agonale, nei pressi dell’attuale piazza Navona. Un uomo che cercò di avvicinarla cadde morto prima di poterla sfiorare e altrettanto miracolosamente risorse per intercessione della santa.

Gettata nel fuoco, questo si estinse per le sue orazioni, fu allora trafitta con colpo di spada alla gola, nel modo con cui si uccidevano gli agnelli. Per questo nell’iconografia è raffigurata spesso con una pecorella o un agnello, simboli del candore e del sacrificio.

La data della morte non è certa, qualcuno la colloca tra il 249 e il 251 durante la persecuzione voluta dall’imperatore Decio, altri nel 304 durante la persecuzione di Diocleziano.

Patronato: Ragazze

Etimologia: Agnese = pura, casta, dal greco

Emblema: Agnello, Giglio, Palma

Martirologio Romano: Memoria di sant’Agnese, vergine e martire, che, ancora fanciulla, diede a Roma la suprema testimonianza di fede e consacrò con il martirio la fama della sua castità; vinse, così, sia la sua tenera età che il tiranno, acquisendo una vastissima ammirazione presso le genti e ottenendo presso Dio una gloria ancor più grande; in questo giorno si celebra la deposizione del suo corpo.

Breve Video   Chiesa di Sant’Agnese in Agone

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«Una piccola chiesa meravigliosa: la facciata, con i suoi avancorpi e le sue rientranze, è tanto bella quanto singolare»
(Montesquieu)
La chiesa di Sant’Agnese in Agone (latino: Ecclesia Sanctæ Agnetis in Agone) si trova al centro del lato occidentale di Piazza Navona, a Roma. È intitolata a sant’Agnese, una fanciulla che secondo la tradizione cattolica fu martirizzata all’età di dodici anni durante la persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano nello stadio di Domiziano, che si trovava esattamente sullo stesso posto occupato ora dalla piazza e del quale la piazza ricalca la forma. Nell’VIII secolo il posto divenne un luogo di culto.

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