7 Gennaio 2019

Credo Niceo-Costantinopolitano

Filed under: 2022-23 — giacomo.campanile @ 08:53

lezione video del prof. Giacomo Campanile

Credo Niceo-Costantinopolitano

Credo in un solo Dio,
Padre onnipotente,
Creatore del cielo e della terra,
di tutte le cose visibili e invisibili.
Credo in un solo Signore, Gesù Cristo,
unigenito Figlio di Dio,
nato dal Padre prima di tutti i secoli:
Dio da Dio, Luce da Luce,
Dio vero da Dio vero,
generato, non creato,
della stessa sostanza del Padre;
per mezzo di lui tutte le cose sono state create.
Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo,
e per opera dello Spirito Santo
si è incarnato nel seno della Vergine Maria
e si è fatto uomo.
Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato,
morì e fu sepolto.
Il terzo giorno è risuscitato,
secondo le Scritture, è salito al cielo,
siede alla destra del Padre.
E di nuovo verrà, nella gloria,
per giudicare i vivi e i morti,
e il suo regno non avrà fine.
Credo nello Spirito Santo,
che è Signore e dà la vita,
e procede dal Padre e dal Figlio.
Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato,
e ha parlato per mezzo dei profeti.
Credo la Chiesa,
una santa cattolica e apostolica.
Professo un solo Battesimo
per il perdono dei peccati.
Aspetto la risurrezione dei morti
e la vita del mondo che verrà.
Amen.

Il Simbolo niceno-costantinopolitano o Credo niceno-costantinopolitano (Symbolum Nicaenum Costantinopolitanum), è una formula di fede relativa all’unicità di Dio, alla natura di Gesù e, implicitamente, pur senza usare il termine, alla trinità delle persone divine. Composto, in origine, dalla formulazione approvata al primo concilio di Nicea (325) (a cui vennero aggiunti ampliamenti, relativi anche allo Spirito Santo, nel primo concilio di Costantinopoli) esso fu redatto a seguito delle dispute che attraversavano la chiesa del IV secolo, soprattutto a causa delle teorie cristologiche di Ario (Arianesimo). Il simbolo niceno-costantinopolitano è ampiamente usato nella liturgia cristiana, viene infatti recitato anche durante la Santa Messa.

Il termine “simbolo” è derivato dal greco σύμβολον, che inizialmente aveva il senso di “tessera di riconoscimento” o contrassegno: due persone spezzavano in due una piastrina di terracotta o un pezzetto di legno e ciascuno ne tratteneva una parte, così che, in un tempo successivo, il perfetto combaciare delle due parti provava l’identità delle persone. Il simbolo della fede è quindi la tessera o segno di riconoscimento tra i fedeli cristiani. Nella Chiesa dei primi secoli esisteva un rito chiamato Traditio Symboli (cioè Consegna del Simbolo, o Credo) con il quale la Chiesa, metaforicamente, “metteva insieme” (questo il senso della parola greca symbolon) e “consegnava” ai catecumeni una sorta di sintesi delle verità in cui credere.

Differenze tra Occidente e Oriente
San Basilio Magno sostenne vigorosamente la tesi dell’uguaglianza delle tre divine persone della SS. Trinità nell’onore, che poi, dopo la sua morte, al Concilio di Costantinopoli I si tradusse nella formula “e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato”. Egli contribuì anche all’affermazione della divinità dello Spirito Santo (alle parole: “che è Signore e dà la vita”).

In base al Credo (Crediamo) approvato al primo concilio di Costantinopoli (381), “lo Spirito Santo procede dal Padre”, senza aggiungere altro. Nelle Chiese occidentali, nei secoli successivi, la versione latina veniva a differenziarsi per due aggiunte: Deum de Deo (“Dio da Dio”) e Filioque (“e dal Figlio”, cioè lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio). Di queste, la prima riprende una frase del simbolo originale niceno omessa nella versione adottata nel primo concilio di Costantinopoli. La seconda aggiunta, più tardiva, è all’origine di una disputa teologica, addotta dal patriarca di Costantinopoli Fozio nel conflitto con la Sede Romana nel IX secolo sulla giurisdizione ecclesiastica della penisola balcanica (Chiesa bulgara). Ma non fu esaminata e discussa nonostante il (doppio) concilio Costantinopolitano IV, ove Roma si impegnò a non aggiungere. Solo usata a pretesto per denigrare la Chiesa romana nella competizione balcanica. E tale fu, con altri secondari, un secolo e mezzo dopo per il Grande Scisma o Scisma d’Oriente (1054), sostanzialmente sempre politico.

Fino al IX secolo, in Occidente le Chiese locali ebbero la facoltà di scegliere se adottare o meno le due varianti, mentre nell’Impero bizantino nessuna di queste due varianti fu adottata. La variante con l’inserzione del Filioque, partita dalla Spagna visigota (sinodo di Toledo), si diffuse soprattutto nel mondo franco e germanico, dove la Chiesa era severamente impegnata a contrastare l’arianesimo.

Una svolta si ebbe quando Carlo Magno (742-814), col sinodo di Francoforte del 794 o poi col sinodo di Aquisgrana dell’809, avrebbe imposto l’inserimento nel Credo di queste aggiunte nei territori dell’Impero, nonostante l’opposizione del papa Leone III (i vescovi italiani, nel complesso, rimasero favorevoli alla versione in uso nell’Impero bizantino). L’aggiunta divenne nota a Costantinopoli nel IX secolo durante la vertenza sull’autonomia della nuova Chiesa bulgara in concorrenza tra le due Sedi imperiali, ed allora rilevata polemicamente dal patriarca Fozio. Fu accettato anche a Roma solo nell’XI secolo, approvato da Benedetto VIII (sinodo del 1014) su richiesta dell’imperatore Enrico II di Germania.

Successivamente nel concilio di Firenze (1438/39) si raggiunse un accordo tra le Chiese greca e latina sul Filioque. Ma dopo il ritorno in patria non vi fu la ricezione da parte di tutti, specie dei monaci, oltre al vescovo Marco d’Efeso, capo dell’opposizione. Non tanto nel merito (indimostrabile, come tutto il resto) quanto dell’irregolarità dell’aggiunta, extraconciliare, ad un testo ritenuto immodificabile. Anche il concilio fu poi, sotto dominazione ottomana, sconfessato dal sinodo di Costantinopoli del 1484, organizzato dal patriarca simoniaco Simeone I.

Sia la Chiesa cattolica latina, che le maggiori Chiese protestanti, mantengono queste due aggiunte nella recita del Credo niceno-costantinopolitano, almeno nel testo latino. La Chiesa ortodossa, invece, resta fedele al testo greco conciliare, salvo l’uso del singolare (“Credo”) invece del plurale (“Crediamo”) dei Padri conciliari. Anche la maggior parte delle Chiese ortodosse orientali adoperano il testo originale del concilio. Però, nella versione della Chiesa apostolica armena, che mantiene il plurale originale (“Crediamo”), le aggiunte sono molto più numerose che nelle Chiesa occidentale.

Il Credo non afferma i quattro dogmi mariani che appartengono alla teologia dogmatica e sono parte integrante e sostanziale della fede cattolica. Alle parole e si incarnò nel grembo della Vergine Maria è affermato il concepimento verginale di Gesù per opera dello Spirito Santo.

Il Credo Niceno-Costantinopolitano ha una storia affascinante e complessa. È stato formulato per la prima volta durante il Primo Concilio di Nicea nel 325 d.C. e successivamente ampliato al Primo Concilio di Costantinopoli nel 381 d.C. Questi concili furono convocati per affrontare le dispute teologiche che stavano dividendo la Chiesa, in particolare l’arianesimo, una dottrina che negava la divinità di Gesù Cristo2.

Il Credo Niceno originale fu redatto per affermare la consustanzialità del Figlio con il Padre, cioè che Gesù Cristo è della stessa sostanza del Padre e quindi vero Dio. Questo era in risposta alle teorie di Ario, che sosteneva che il Figlio fosse una creatura creata e non coeterno con il Padre.

Il Credo fu poi ampliato al Concilio di Costantinopoli per includere una dichiarazione più completa sullo Spirito Santo, affermando che lo Spirito procede dal Padre (e dal Figlio, secondo la tradizione occidentale) e che è adorato e glorificato insieme al Padre e al Figlio2.

Il termine “simbolo” deriva dal greco “σύμβολον” (sýmbolon), che inizialmente significava “tessera di riconoscimento” o contrassegno. Questo termine riflette l’idea che il Credo sia un segno di riconoscimento tra i fedeli cristiani.

 

18 Febbraio 2014

Jürgen Habermas, la figura di Dio. 2026

Filed under: 2022-23 — giacomo.campanile @ 16:23

Nel pensiero di Jürgen Habermas, la figura di Dio non è oggetto di una fede religiosa personale (egli si autodefinisce un ateo metodologico), ma rappresenta un concetto fondamentale per la tenuta morale e democratica della società moderna.
Ecco come Habermas interpreta l’idea di Dio e della divinità:
Fonte di dignità umana: Habermas sostiene che l’idea biblica dell’uomo creato “a immagine e somiglianza di Dio” sia la radice storica del concetto secolare di dignità umana. Senza questo riferimento trascendente originario, il valore assoluto dell’individuo rischierebbe di diventare una semplice convenzione sociale.
Garante della libertà: In uno dei suoi testi più celebri, Fede e Sapere, egli scrive che “Dio rimane un Dio di uomini liberi solo fintanto che non livelleremo la differenza tra il creatore e la creatura”. Questo significa che l’idea di un creatore impedisce all’uomo di considerarsi padrone assoluto della vita degli altri (un tema centrale nelle sue critiche all’eugenetica).
Trascendenza in questo mondo: Habermas parla di una “trascendenza dall’interno”. Dio non è un’entità metafisica di cui dimostrare l’esistenza, ma un “nome” che indica la nostra capacità di guardare oltre l’interesse egoistico e di aspirare a una giustizia universale.
L’eredità del monoteismo: Per il filosofo, l’egualitarismo moderno e i diritti umani non sono scoperte puramente razionali, ma l’eredità diretta dell’etica giudaica della giustizia e di quella cristiana dell’amore.  
In sintesi, per Habermas Dio è una risorsa semantica: un serbatoio di significati morali che la ragione laica deve proteggere e “tradurre” per evitare che la società diventi arida e puramente funzionale. 

ürgen Habermas, filosofo razionalista, mantiene una distinzione netta tra fede e ragione, riconoscendo però alla religione un valore semantico fondamentale. Pur non basando la sua etica su Dio, sostiene che i contenuti religiosi, se tradotti nel linguaggio pubblico, possono arricchire il dibattito democratico e la coscienza morale collettiva, preservando un “nucleo opaco” di senso non traducibile.  Istituto Superiore di Scienze Religiose “Italo Mancini”

Differenza tra Fede e Ragione: Habermas non cerca di fondare la ragione sulla fede, ma le mantiene separate. La fede appartiene al mondo vitale, mentre la ragione procedurale agisce nel dibattito pubblico.
Il Ruolo della Traduzione: Habermas sostiene che i cittadini religiosi possono portare argomenti di fede nel dibattito pubblico, a patto che questi vengano “tradotti” in un linguaggio universalmente accessibile, traducendo i contenuti religiosi in significati etici o morali.
La “Fede” nella Ragione: Pur essendo un pensatore post-metafisico, Habermas non riduce la religione alla mera superstizione, riconoscendole la capacità di esprimere intuizioni etiche importanti.
Il Rischio del “Nucleo Opaco”: Habermas evidenzia che esiste una parte dell’esperienza religiosa, il “nucleo opaco” appunto, che rimane inaccessibile alla ragione filosofica, pur avendo valore di senso.

In sintesi, Habermas cerca un dialogo tra la ragione illuminista e la tradizione religiosa, valorizzando quest’ultima per la sua capacità di offrire risorse semantiche e motivazionali per l’agire comunicativo e la vita comune.

19 Settembre 2013

Michele Boarelli, “Contro l’ideologia del merito”,

Filed under: 2022-23 — giacomo.campanile @ 20:44

Il libro di Michele Boarelli, “Contro l’ideologia del merito”, critica il concetto di meritocrazia descrivendolo non come un sistema di giustizia, ma come un dispositivo di esclusione sociale.
Ecco i punti cardine della sua analisi:
​Falsa uguaglianza: L’autore sostiene che il merito ignori le disuguaglianze di partenza. Premiare chi “arriva primo” senza considerare i vantaggi sociali ed economici preesistenti finisce per legittimare i privilegi di nascita.
​Strumento neoliberista: Il merito viene usato come etichetta morale per giustificare tagli al welfare e alla scuola pubblica, trasformando diritti universali in premi per i “meritevoli”.
​Competizione tossica: La retorica del merito sposta la colpa del fallimento sull’individuo, ignorando i problemi sistemici del mercato del lavoro e della società.
Evoluzione del termine: Boarelli ricorda che il termine “meritocrazia” nacque in origine con un’accezione satirica e negativa (coniato da Michael Young), per poi essere distorto in un valore positivo assoluto.
​In sintesi, per l’autore il merito è diventato una nuova religione civile che serve a rendere accettabile la crescente disparità sociale.

Libro importante, questo Contro l’ideologia del merito di Mauro Boarelli (Laterza, 2019, pp. 150, € 14), che raccoglie e sintetizza un lavoro di ricerca critica decennale. Un libro che andrebbe letto in parallelo con La tirannia della valutazione di Angélique Del Rey già recensito su queste pagine [⇒ qui], per mostrare qual è lo stato della riflessione sull’istruzione a livello europeo oggi.

Boarelli ricostruisce la genealogia dell’ideologia del merito, partendo dalla teoria del capitale umano e dal fallimento della sua applicazione all’istruzione: un’ideologia che non è riuscita a calcolare il tasso di rendimento nel campo dell’istruzione, perché non è possibile misurare gli effetti esercitati sulla società nel suo complesso, in termini economici o di benessere. Nondimeno, in barba a quell’oggettività e scientificità che pretende, il concetto di capitale umano è rimasto sul terreno, rivestito dei nuovi abiti della dottrina del New Public Management, della quale vale ricordare almeno tre capisaldi:

1. la cultura manageriale, che pretende di estendere i propri valori in contesti del tutto differenti da quelli in cui si è sviluppata;
2. l’introduzione di forme di incentivazione fondate sulla performance;
3. sostituzione della qualità con l’efficienza, misurato in modo del tutto autoreferenziale in base a indicatori quantitativi elaborati nell’ambito del NPM.

In tal modo il NPM mina i fondamenti culturali delle professioni, indebolendone autonomia e controllo esercitato senza necessità di vigilanza e validazione esterna, negando il carattere collegiale del mestiere: viene così a mancare quella dimensione intrinseca delle motivazioni derivata da passioni e capacità personali, sostituite da premi e incentivi.
Lo strumento attraverso il quale il mercato si afferma in luoghi in cui, non essendoci produzione di merci, non esiste, e deve quindi essere istituito in modo artificiale, è la valutazione, come ricorda Valeria Pinto nel suo importante Valutare e punire. È così che l’idea che il mercato rappresenti la forma “naturale” di organizzazione della società si afferma, sotto forma di ideologia del merito. A fondare questa ideologia, accanto a capitale umano e valutazione standardizzata, contribuisce altresì il concetto di competenze, una delle parole chiave del lessico costruito intorno al merito. Poco importa che lo statuto epistemologico di queste bizzarre entità sia insussistente – si ammette che le competenze non siano osservabili di per sé, ma si afferma che la loro esistenza è deducibile dai comportamenti, un po’ come la vis dormitiva dell’oppio o l’etere, con buona pace di Galileo:

le competenze agiscono come dispositivi di disaggregazione, contribuiscono a indebolire i legami sociali e le forme di cooperazione, favoriscono la costruzione di identità individuali competitive sul piano economico e autosufficienti sul piano sociale (p. 20).

Il dispositivo delle competenze ha una struttura totalizzante: postula un’uniformità che non prevede deviazioni dalla norma, fino a inglobare l’individuo nella sua interezza: salvo spezzettarlo in modo paradossale in unità sempre più piccole. Il sistema educativo subisce così una torsione utilitaristica; non si tratta più di imparare a imparare come occasione di sviluppo culturale, senza fini immediati, ma di apprendere una forma specifica di comportamento: l’adattamento alle esigenze dell’impresa e alle forme specifiche di flessibilità di cui essa ha bisogno.
Si vedano, a titolo di esempio, il Sillabo sull’educazione all’imprenditorialità, elaborato con il supporto della “Coalizione per l’Educazione all’imprenditorialità”; e la proposta di un Sillabo di filosofia per competenze contenuta negli Orientamenti per l’apprendimento della filosofia nella società delle competenze prodotti nel 2018 da una commissione ministeriale: dove, lasciando da parte l’effetto comico prodotto da una deriva linguistica tecnocratica, quando non da una vera e propria abbuffata anglofila, si pretende in un caso di trasformare la scuola pubblica in una scuola di formazione aziendale; e nell’altro di ridurre il sapere filosofico «a puro casuale insieme di contenuti volto a realizzare una funzionalità ad esso estranea» (così Carosotti sulla rivista della Società Filosofica “Comunicazione filosofica”, ⇒ qui) e il docente a «facilitatore del processo di apprendimento», in nome di una filosofia che cede davanti al proprio desiderio e si acquatta nel ruolo di counseling filosofico.

A giusta ragione Boarelli sottolinea che la cultura del merito si muove entro il perimetro dello Stato neo-liberale, che agisce in tutte le sue articolazioni adottando la cultura e le forme organizzative proprie dell’impresa, e contribuisce a spogliare il modello competitivo delle sue connotazioni ideologiche per offrirlo al senso comune come derivazione di un “ordine naturale”. E ne ricostruisce, con l’aiuto di un’ampia letteratura, le principali strategie operative: in primo luogo, la ricerca della trasparenza, che si oppone all’esistenza di luoghi della vita sociale sottratti alla logica del controllo; e il processo di vittimizzazione, che riduce la capacità di agire di propria iniziativa, organizzandosi in modo autonomo, cui corrisponde il culto degli “esperti”.

Questi offrendo soluzioni personali ai problemi sociali, medicalizzano la collera individualizzandola e trasformandola in rabbia: la sottraggono così a una elaborazione pubblica, incentivando il disimpegno. A queste strategie si aggiunge la metabolizzazione e assorbimento di qualsiasi oggetto con cui entra in contatto: il sistema mediato dal mercato depotenzia ogni fermento che si manifesta al di fuori degli schemi e crea «un’atmosfera che pervade e condiziona non solo la produzione culturale, ma anche il modo in cui vengono regolati il lavoro e l’educazione, e che agisce come una specie di barriera invisibile che limita tanto il pensiero quanto l’azione» (Mark Fisher). Ancora, la misurazione delle performance e delle competenze, che trasforma i valutati in co-produttori dei processi di valutazione: in questo modo «i vincoli imposti sono “senza soggetto”, non hanno un autore o una fonte identificabile» (Dardot, Laval). Infine, la sostituzione del conflitto con la competizione, una forma corrotta di conflittualità che può fare a meno dell’altro reale, sostituito con altro astratto, ridotto a un grafico o un numero che colloca gli individui l’uno in rapporto all’altro senza doversi incontrare.

L’ideologia del merito compie, insomma, una vera e propria invasione di campo gestita dallo Stato, che costringe tutti i settori sotto il suo controllo – scuola, università, sanità, pubblica amministrazione – ad assumere modalità organizzative e gestionali proprie dell’impresa, negando di fatto le idee di cittadinanza e di uguaglianza.

La Civiltà Cattolica è la rivista dei gesuiti che ha pubblicato l’intervista con l’imprimatur della Segreteria di Stato. Spadaro ha incontrato Francesco nel suo studio privato a Santa Marta, nel corso di tre appuntamenti il 19, il 23 e il 29 agosto.
Ecco le parole del Papa

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