26 Gennaio 2015

VIRTÙ E VIZI CAPITALI. LEZIONE GENNAIO 2015

Filed under: LEZIONI 2014-15,Senza Categoria — giacomo.campanile @ 12:52
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Il fine di una vita virtuosa consiste nel divenire simili a Dio. S.GREGORIO DI NISSA

VIZI CAPITALI

I vizi capitali sono un elenco di inclinazioni profonde, morali e comportamentali, dell’anima umana, spesso e impropriamente chiamati peccati capitali. Questo elenco di vizi distruggerebbero l’anima umana, contrapponendosi alle virtù, che invece ne promuovono la crescita. Sono ritenuti capitali poiché più gravi, principali, riguardanti la profondità della natura umana. Impropriamente chiamati peccati, nella morale filosofica e cristiana i vizi sarebbero già causa del peccato, che ne è invece il suo relativo effetto. I vizi capitali sono sette:superbiaavarizialussuriainvidiagolairaaccidia.

La Superbia: desiderio irrefrenabile di essere superiori, fino al disprezzo di ordini, leggi, rispetto altrui. Il superbo ostenta sicurezza e cultura e sminuisce i meriti altrui. La sua posizione psicologica è però più complessa: non sempre è realmente convinto di possedere tutte le qualità che lui stesso si attribuisce. Teme delusioni e insuccessi perché rivelerebbero la triste verità che egli stesso sospetta, quella di essere in realtà un mediocre, un normodotato, di rientrare nella media.

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L’Avarizia: desiderio irrefrenabile dei beni temporali. Estremo contenimento delle spese non perché lo imponga la necessità, ma per il gusto di risparmiare fine a se stesso. L’avaro si sente un virtuoso e si descrive con aggettivi delicati ed equilibrati: prudente, attento, oculato, parco.

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La Lussuria: desiderio irrefrenabile del piacere sessuale fine a se stesso. La lussuria non è la semplice dedizione ai piaceri sensuali. Lussurioso è soprattutto chi si lascia rapire e cullare continuamente dalla fantasie sensuali. La lussuria diventa un vizio quando il costante volgersi del pensiero al desiderio impedisce il normale svolgimento delle incombenze quotidiane.

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L’Invidia: tristezza per il bene altrui, percepito come male proprio. Per l’invidioso, la felicità altrui è fonte di personale frustrazione. Sminuisce i successi altrui e li attribuisce alla fortuna o al caso o sostiene che siano frutto di ingiustizia.

La Gola: abbandono ed esagerazione nei piaceri della tavola, e non solo. Il peccato di gola non è la mera ingordigia o la smodata consumazione di cibo, ma il lusso alimentare, la predilezione per la cucina raffinata, la propensione a cibarsi esclusivamente di pietanze pregiate e costose.

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L’Ira: irrefrenabile desiderio di vendicare violentemente un torto subito. L’ira non è l’occasionale esplosione di rabbia: diventa un vizio in presenza di un’estrema suscettibilità che fa sì che anche la più trascurabile delle inezie sia capace di scatenare una furia selvaggia.

L’Accidia: torpore malinconico, inerzia nel vivere e compiere opere di bene. Indolenza, indifferenza: l’accidioso indugia voluttuosamente nell’ozio e nell’errore. Sa quali siano i suoi impegni, ma pur di non assolverli, ne ridimensiona la portata, autoconvincendosi che si tratti di piccolezze e che rimandarle non comporti conseguenze gravi.

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