5 Ottobre 2013

BASILICA SANTA SABINA. SETTE COLLI. LEZIONE GENNAIO 2020

Filed under: LEZIONI DI RELIGIONE — giacomo.campanile @ 07:48

I colli riportati da Cicerone e Plutarco sono:

Sebbene fuori dalla lista canonica, l’attuale centro storico di Roma comprende anche i colli PincioGianicolo e Vaticano.

L’Aventino è uno dei sette colli su cui venne fondata Roma, il più a sud. Si tratta di una collina di forma più o meno trapezoidale, dalle pendici ripide, che arriva a sfiorare il Tevere. Tra i sette colli era quello più isolato e di accesso più difficile. Verso est, tramite una sella, è collegato a un altro piccolo colle, chiamato “Piccolo Aventino”. La sua altezza massima è di 46,6 m s.l.m

La Basilica paleocristiana di S.Sabina fu fondata da Pietro d’Illiria nel 425 d.C. durante il pontificato di Celestino I ed ultimata nel 432 sotto Sisto III, sul luogo precedentemente occupato dal “titulus Sabinae“, utilizzando le 24 colonne bianche di marmo ancirano appartenenti al “Tempio di Giunone Regina” che sorgeva nelle vicinanze.

Fu restaurata da papa Leone III (+816)e poi da papa Eugenio II, che la abbellì con uno splendido ciborio d’argento (scomparso durante il Sacco di Roma nel 1527) e con la schola cantorum, ovvero il recinto ricavato nella navata centrale per accogliere i coristi durante le funzioni religiose: questi lavori furono soltanto l’inizio di una serie di rimaneggiamenti che finirono per stravolgere l’intera costruzione. A causa della posizione privilegiata che le permetteva di dominare la zona sottostante ed una parte del corso del Tevere, nel X secolo la basilica venne trasformata in un fortilizio per ordine di Alberico II.

In seguito divenne residenza fortificata di alcune nobili famiglie, i Crescenzi prima ed i Savelli dopo: proprio un membro di quest’ultima famiglia, Cencio, divenuto papa con il nome di Onorio III, nel 1219 concesse la chiesa e parte del palazzo a S.Domenico di Guzman, fondatore dell’Ordine dei Predicatori (meglio conosciuti come “Domenicani”), che qui visse e operò, tanto che la sua cella, trasformata in cappella, è tuttora visitabile. Quando nel 1222 i religiosi lasciarono alle Domenicane il convento di S.Sisto per insediarsi nel complesso di S.Sabina, questo era stato già trasformato ed adattato alle esigenze monastiche: a quest’epoca risale la costruzione del chiostro e del campanile.

Questa chiesa, definita “la perla dell’Aventino“, fu restaurata nel 1587 da Domenico Fontana per incarico di Sisto V: in questa occasione furono radicalmente trasformati gli aspetti medioevali della chiesa, con la demolizione della “schola cantorum” e del ciborio, la costruzione di un nuovo altare maggiore con un grande baldacchino, la muratura di quasi tutte le finestre, l’asportazione dei marmi dell’abside e del soffitto a lacunari.

Nel 1643 fu ulteriormente restaurata da Francesco Borromini e nel 1938 da Antonio Muñoz, su commissione dell’Ordine Domenicano, in occasione del quale la chiesa fu riportata all’antico aspetto medioevale, eliminando le sovrastrutture barocche.

Nel 1874 il Comune di Roma utilizzò l’edificio conventuale come lazzaretto, in occasione di un’epidemia di colera che colpì la città. Vari scavi furono compiuti sotto la chiesa negli anni 1855-1857 e 1936-1939, nel corso dei quali apparvero resti delle Mura Serviane, con la chiara sovrapposizione di due fasi: quella arcaica, in cappellaccio, e quella dell’inizio del IV secolo, in tufo di Grotta Oscura.

Vari edifici furono costruiti a ridosso delle mura: i più antichi, con muri in opera incerta e pavimenti in mosaico con inserzione di pezzi di marmo, furono identificati come abitazioni private del II secolo a.C. Più tardi alcuni edifici in reticolato furono costruiti al di fuori delle Mura, nelle quali vennero allora aperti quattro passaggi per permettere la comunicazione fra l’interno e l’esterno. Nel II secolo d.C. alcuni ambienti vennero restaurati ed utilizzati da una comunità isiaca, come appare dai soggetti delle pitture conservate e dai graffiti. Rifacimenti in mattoni nel III secolo d.C. trasformarono parte di questi edifici in un impianto termale, ornato da affreschi.

Altri saggi sotto il quadriportico della chiesa rivelarono la presenza di una “domus” del III-IV secolo, nella quale si vuole identificare la residenza di Sabina, e quella di una strada antica, che correva parallela al “vicus Armilustri“, da identificare, a causa del suo percorso sulla cresta più elevata della collina, con il “vicus Altus“.

Assai interessanti gli scavi effettuati all’interno della basilica, dove sono apparse abitazioni con magnifici pavimenti marmorei dell’inizio dell’età imperiale: in particolare un piccolo tempio in antis, con due colonne di peperino fra le ante, risalente al III secolo a.C., che fu messo fuori uso da un muro in opera reticolata, risalente alla fine della Repubblica o agli inizi dell’età imperiale, che ne chiuse gli intercolumni. Si tratta di uno dei tanti santuari della zona, probabilmente quello “di Libertas“: notevole il fatto che il tempio venne poi sostituito da una ricca “domus” nel I secolo d.C. Il duecentesco portico (nella foto in alto sotto il titolo) con arcate su colonne (quelle originali, di marmo nero, sono oggi conservate al Museo Chiaramonti in Vaticano) che si affaccia sulla piazza Pietro d’Illiria, sovrastato dalle finestre della navata destra, costituisce un ingresso laterale e quasi sempre chiuso.

Per entrare nella chiesa è necessario attraversare il portico a pilastri in laterizio e giungere all’atrio, racchiuso da otto colonne di età romana, quattro di marmo bianco e quattro di granito, dove vi è conservato materiale di spoglio della chiesa: avanzi di transenne originali delle finestre, lapidi e frammenti provenienti dalle sepolture del quadriportico, due fronti di sarcofagi romani riutilizzate, sulla facciata originariamente non lavorata, come lastre tombali cristiane.

Una presenta da un lato la scena del matrimonio pagano, la “dextrarum iunctio“, e dall’altra ricorda la sepoltura di Ildebrando da Chiusi; la seconda lastra presenta su un lato la porta degli inferi socchiusa e sull’altro il ricordo della sepoltura di Sisto Fabri. In fondo all’atrio si erge la statua di S.Rosa da Lima (1668).

1 Arancio di S.Domenico

Sulla sinistra, attraverso una piccola apertura nel muro, protetta da un vetro, si può ammirare una pianta di arancio (nella foto 1) che, secondo la tradizione domenicana, fu qui piantata nel 1220 da S.Domenico di Guzmán. Si narra che il Santo avesse portato con sé un pollone della pianta dalla Spagna, sua terra di origine, e che questo frutto sia stato il primo ad essere trapiantato in Italia. L’arancio, messo in risalto da un muretto circolare con la scritta “LIGNUM HABET SPEM“, ossia “il legno mantiene la speranza”, è considerato miracoloso in quanto a distanza di secoli continua a riprodursi e fruttificare mediante nuovi alberi nati direttamente su quello originale. L’atrio presenta due dei tre antichi ingressi alla chiesa, mentre il terzo venne chiuso nel XIII secolo per consentire la costruzione del campanile.

2 Portale duecentesco

Un portale ligneo, inquadrato da una magnifica cornice marmorea, permette di accedere all’interno della chiesa, ma quello degno di menzione è il portale laterale in legno di cipresso del V secolo (nella foto 2, oggi in parte coperto da lastre protettive), contemporaneo quindi alla costruzione della chiesa, unico monumento di tal genere rimasto a Roma: gli stipiti sono ricavati da cornici di età romana ed i 18 pannelli a rilievo superstiti dei 28 originali raffigurano “Scene dell’Antico e Nuovo Testamento“.

Interessante notare che il primo pannello a sinistra raffigura Cristo in croce tra i due ladroni e, visto che risale al V secolo, rappresenta la più antica raffigurazione plastica della Crocifissione.

Nel 1836 i pannelli furono restaurati e fu proprio in questa occasione che nel pannello raffigurante il “Passaggio del Mar Rosso” il restauratore modificò il volto del Faraone in procinto di annegare raffigurandovi quello di Napoleone Bonaparte, segno inequivocabile di un odio profondo per il generale francese, deceduto già 15 anni prima.

L’interno della chiesa è a tre navate divise da 24 colonne corinzie scanalate sui cui capitelli poggiano archi: su essi corre un fregio di età romana ottenuto con marmi policromi. La luce oggi filtra dall’alto delle 29 vetrate del IX secolo (riaperte soltanto all’inizio del Novecento); le pareti un tempo erano rivestite da tarsie romane di cui oggi restano scarse tracce, mentre sulle pareti laterali sta un ornato floreale ad affresco del V secolo. Importante è la grande iscrizione metrica con l’affermazione del primato papale, Vescovo di Roma, che ricorda sia papa Celestino I sia S.Pietro d’Illiria: l’autore dei versi è ritenuto S.Paolino da Norcia. Ai lati sono situate due grandi figure femminili allegoriche, una rappresentante la Chiesa di Gerusalemme con l’Antico Testamento in mano e l’altra la Chiesa Romana con il Nuovo Testamento. Il tutto realizzato in uno splendido mosaico policromo che veniva completato, in origine, lungo le pareti della navata, dalle figure degli apostoli Pietro e Paolo e dagli Evangelisti, mentre sull’arco trionfale vi erano le figure della Gerusalemme terrena e celeste, del Cristo con gli Apostoli ed i quattro evangelisti: quest’ultima serie iconografica è stata ricostruita nei tempi moderni con affreschi.

3 Antica colonna romana

La navata destra presenta la Cappella di S.Giacinto con il “Trionfo ed episodi della vita del santo” di Federico Zuccari e conserva anche un’antica colonna romana che fuoriesce dal pavimento (nella foto 3), a testimonianza della fase più antica della chiesa.

4 Firma di Rufeno

La navata sinistra presenta invece la Cappella di S.Caterina con la “Madonna del Rosario” del Sassoferrato, mentre è da segnalare, sulla base della terza colonna, la firma di Rufeno (nella foto 4), molto probabilmente colui che eseguì materialmente il lavoro. Sull’altare è posta una tela con la “Madonna e S.Giacinto“, opera cinquecentesca di Lavinia Fontana.

5 Schola Cantorum

Nel presbiterio è stata ricostruita, usando i frammenti originali, l’antica “schola cantorum” (nella foto 5) dai plutei ornati da racemi e dalla Croce. Il catino absidale presenta un affresco raffigurante “Cristo tra gli apostoli” di Taddeo Zuccari.

6 Pietra tombale a mosaico

Al centro della navata centrale è posta una pietra tombale (nella foto 6) di uno dei primi generali dei domenicani, Muñoz de Zamora (1380), unica a Roma per le decorazioni a mosaico.

7 Pietra di basalto nera

Alla destra del bellissimo portale ligneo è situata una colonnina che indica il luogo dove, secondo la tradizione, S.Domenico passava le notti in preghiera: sopra vi è posta una pietra di basalto nero (nella foto 7), quasi certamente un peso di un’antica bilancia romana. La leggenda vuole che il diavolo, mal tollerando l’intensa pietà con cui S.Domenico pregava sul sepolcro contenente le ossa di alcuni martiri, gli scagliò contro questa pietra, che non colpì il santo ma infranse la lapide che copriva il sepolcro: le spaccature, sia sulla lapide che sulla pietra, sono ancora ben visibili. La verità probabilmente è che fu l’architetto Domenico Fontana, durante il restauro del 1587, a ridurre la lapide in frammenti, poi recuperati e ricomposti.

8 Base del campanile nella navata sinistra

Innalzato direttamente all’interno della navata sinistra, sacrificando un ingresso alla chiesa, è situato il campanile (nella foto 8), di struttura quadrata ed alto 25 metri: composto di materiale laterizio di recupero e lavorato a finta cortina, risale al XIII secolo. Originariamente era costituito da quattro piani, sormontato dalla cella campanaria a doppio ordine di trifore; nel XVII secolo furono amputati tre lati della cella campanaria, lasciando solo un lato a sorreggere il peso delle tre campane, risalenti al 1596, al 1843 e al 1946.

Non si può certo dimenticare il chiostro, uno tra i più belli di Roma: molto ampio ed a pianta rettangolare, presenta le gallerie divise in campate da pilastrini quadrati in mattoni. Le campate, sette nei lati lunghi e sei nei lati corti, sono formate da quattro archetti sorretti da colonnine di marmo, in alternanza singole e binate, che poggiano sullo stilobate: quelle singole hanno capitelli a stampella, le altre a nenufari.

La sopraelevazione cinquecentesca compromise la staticità delle gallerie, nonostante l’impiego delle volte che sostituirono l’antico tetto; fu quindi necessario incorporare alcune colonnine dentro i mattoni, per sostenerle, evitando che cedessero sotto il peso del piano superiore

 

La scomparsa delle etâ
L’individualizzazione dei percorsi di crescita, come si è accennato, si coloca
all’interno di un fenomeno socioculturale più vasto: la Scomparsa delle eta con cui
veniva scandito il percorso esistenziale della persona dalla nascita alla morte Per
comprendere la natura di questa trasformazione sociale é neressario partire un po
da lontano, ricordando che nella recente storia sociale uno dei principi cardime del-
la socializzazione delle nuove generazioni era costituito da un accesso progessivo
degli individui alle informazioni e, quindi, ai sistemi simbolici del mondo sociale a
cui appartenevano. E questo faceva si che il bambino entrasse professavamente in
contatto con le informazioni, gli atteggiamenti ed i comportamenti tipici del mondo
adulto. Per garantire che questa progressione avvenisse in modo ordinato nella
società era stata organizzata una vera e propria segregazione delle eta L’ordinamento
scolastico era, e ancora e, un esempio di questa segregazione, finalizata a fra si che
i bambini delle varie età entrassero in contatto solo con le informazioni ed i comportamenti che erano ritenuti dagli adulti appropriati per la loro età.
Questo comportava la messa in opera di una accurata selezione delle informazioni e dei comportamenti ai quali il bambino veniva esposto sulla base della sua età.
Una garanzia dell’efficacia della segregazione era offerta, oltre che dal comportamento degli adulti, dal fatto che in un passato, anche recente, l’unico mezzo di accesso
indiretto alle informazioni che i bambini potevano utilizzare era quello della lettura.
Ora è noto che l’acquisizione di un evoluta capacità di lettura richiede un percorso di apprendimento che dura oit enni e che, quindi, era sufficiente che un
testo fosse scritto con un linguaggio piu complesso di quello che mediamente i
bambino di una certa età possedeva perdee le informazioni contenute in quel testo
gli fossero, di fatto, inaccessibili. Gli ada poi cercavano di nascondere, collocandoli
in una sorta di retroscena, quei loro comportamenti che erano ritenuti inadatti, oppure che avrebbero potuto sminuire la loro immagine e quella delle istituzioni che
rappresentavano, agli occhi del bambino.
La televisione ha infranto questa segregazione perché i bambini di qualsiasi età guardandola ricevono le stesse informazioni degli adulti e vengono anche a contatto
con quei comportamenti, da retroscena, che un tempo venivano loro accuratamente
nascosti. In tempi più recenti alla televisione si sono aggiunti altri strumenti di comunicazione elettronica che consentono al bambino l’accesso alle realtà che un tempo
gil venivano nascoste. Questo ha fatto e fa sì che i bambini, dato che ricevono delle
Informazioni sociali riguardanti tutte le età, siano costretti a compiere una evoluzione
Cognitiva, affettiva e sociale individuale e solitaria, del tutto diversa da quella che
Continua ad essere ipotizzata dalle tradizionali agenzie educative, che si comportano
Come se il bambino non guardasse la televisione e non accedesse ai media elettromici.
generale però la socializzazione non più legata all’età, non riguarda solo i bambini ma, come si è accennato, è divenuta un fenomeno sociale che colpisce anche
e i anziani. Una conseguenza di tutto questo è la concreta possibilita di
essere sia adulti infantili che bambini maturi nella vita sociale, senza che questo
produca alcun tipo di devianza e di stigmatizzazione.
L’adulto infantile e il bambino maturo
Come si è appena visto, nella prima metà del Novecento l’infanzia era considerata
il periodo dell’innocenza per cui doveva essere protetta dalle realtà sgradevoli della
vita. I discorsi sulla morte, sul sesso e sui problemi economici, ad esempio, non venivano fatti dagli adulti di fronte ai humbir

La diversità dell’infanzia era segnalata anche dal fatto che i bambini vestivano in
modo diverso dagli adulti e che utilizzavano un linguaggio particolare. É chiaro che la
segregazione delle età, di cui si è parlato prima, favoriva questa situazione.
Negli ultimi cinquant’anni, invece, l’immagine ed il ruolo dei bambini ha subito
un significativo cambiamento in conseguenza del quale l’infanzia intesa come perio-
la chiar
do protetto della vita è quasi scomparsa.
L’a
I bambini, infatti, sembrano oggi meno infantili tanto rispetto al modo di vestire
front
quanto al linguaggio ed al modo di comportarsi. Parallelamente, molti di coloro
sono diventati adulti in questi ultimi trent’anni parlano, si comportano e si vestona
come bambini non cresciuti. E normale oggi vedere adulti con scarpe da tenni
jeans e T-shirt con l’immagine di Topolino o Paperino accanto a bambini vestiti con
capi firmati.
Attraverso quello che spesso viene definito un comportamento informale gli
adulti continuano a utilizzare una gestualità tipica della fanciullezza.
Per quanto riguarda il linguaggio, non c’è solo la constatazione della presenza
di un linguaggio adulto più infantile e di un linguaggio infantile più adulto, ma c’è
anche la perdita di responsabilità nell’uso del linguaggio di molti adulti nei confronti
dei bambini.
cons
Oramai non è più raro trovare adulti che pariaa odo gergale o dicendo pa-
rolacce di fronte ai bambini. In questa Babele delle a bambino viene sempre più
trattato come un piccolo adulto e vengono di consc A eliminate le protezioni
che lo separavano dalla ruvidezza della vita. Dietro queste omeno vi è la presenza
nella nostra cultura di ciò che alcuni studiosi hanno definito “ethos infantilistico”.
L’ethos infantilistico
Barber (Barber, 2010, p. 5). afferma che «le sette età dell’uomo shakespeariano
rischiano di essere spazzate via da una puerilità che dura tutta la vita» e ricorda che
nel 2004 il Webster’s American Dictionary ha proposto la parola adultescent (neolo-
gismo coniato incrociando adult e adolescent) come parola dell’anno. In quasi tutti i
paesi economicamente più sviluppati sono state utilizzate parole forse meno raffina-
te, ma comunque molto efficaci per indicare questa condizione ibrida da cui sembra-
no afilitti i giovani e in molti casi anche gli adulti: in Italia: “mammoni”, in Germania:
“Nesthocker”, in Giappone: “freeter”, in India: “zippy” e in Francia: “puériculture.
In queste società, legato al dissolvimento della transizione evolutiva che dall’in-
fanzia conduce all’adultità è comparso un ethos infantilistico indotto dalle esigenze
di un economia fondata sul consumo in un mercato globale, Questo ethos infantili-
DL –
PARTE PRIMA

stico riuscirebbe «a plasmare fideologia ei comportamenti della società consumi-
stica fadicate in Cui viviamo con ta stessa forza Coni cui l”etica protestante”- come
la chiamava Max Weber-é riuscita a infiuenzare la cultura imprenditoriale di quetla
the al tempo era una secietà produttivistica agli albori del capitalismos (Barber,
l’ethos infantilistico che affligge gli adulti e che fonda le toro aspettative nei con
fronti della vita ha origine nell’infanzia, laddove l’educazione del bambinoé finalizzata
, invece che a favorite la sua crescita sociale, intellettuale e spirituale, ad abilitarlo
al consumo (recora, 1988, p154) Tutto questo ha all’origine le esigenze del mercato dei
consumi perche in un mondo con troppi prodotti e compratori in numero insufficiente,
I bambini diventano consumatori preziosia (Barber, 2010, p. 29) Abilitati al consumo
precocemente egli adulti che invecchiano rimangono giovani consumatofi per tutta la
Vita, gli uomini bambin (b. jones, D. Klein, 19/0, p 34) mentre bambini e préadolecenti vengono trastormati in consumatori adulti (Bafber, 2016, p. 30).
l’ethos infantilistico ha degli effetti disastrosi perché, da un lato, a livello sociale
etche incide profondamente sul senso Civico e sulla capacita di assunzione di responsabilità da parte degli adulti, e questo rischia di mettere in crisi to stesso fondatmento della cittadinanza democratica, dall’altro lato, esso incide sulla dimensione
critica producendo in alcune persone una vera e piopfia dipendenta dal consumo.
Infine, come s e dette, esso, 6ftr6 & fiettere in crisi il modello di relazione interge
Mfanonde che eta alla base de pocessi educazione sotializzanti, di fatto ha res6 le
ela della vits nioii fi un insieme cultutalmente ufitario ma un semplice aggregato

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